È confortante sapere che del programma per una sinistra futura fanno parte i diritti civili e la laicità dello stato. E che nell'appello per la manifestazione del 20 ottobre si parli di ‟fine delle discriminazioni contro gay, lesbiche e trans, leggi sulle unioni civili e” (nientemeno) ‟misure che intacchino il potere del patriarcato”. È anche importante che numerose associazioni glbt o loro militanti abbiano raccolto l'invito a partecipare al corteo di domani, convinti del fatto che un'idea di cittadinanza degna di questo nome tiene insieme tutti i punti nodali sui quali, in teoria, la manifestazione è stata convocata. Non c'è in effetti contraddizione (anzi) nel battersi per la dignità del lavoro, i diritti di gay, lesbiche e trans e quelli dei migranti, la salvaguardia dell'ambiente, le ragioni della pace e della legalità democratica. È tuttavia difficile scacciare la sgradevole impressione che anche in questa occasione il collante primario della mobilitazione siano fatalmente diventate alcune questioni (vedi il lavoro, in primis) a scapito di altre (vedi i diritti civili). E che in questa impostazione, malgrado le buonissime intenzioni dei promotori dell'appello, ci sia molto di quella vecchia sinistra che già molti anni fa ci insegnava l'esistenza di una contraddizione principale, quella appunto tra lavoro e capitale, e di altre secondarie di cui ci si sarebbe potuti occupare soltanto in un secondo momento. Che non è mai arrivato e non pare neppure oggi imminente, benché in gran parte del resto d'Europa la sinistra riformista o persino il centro o persino ampi settori della destra liberale e liberista abbiano saputo fornire da tempo risposte assai più convincenti di quelle finora messe in campo in Italia dalla sinistra definita con notevole iperbole giornalistica ‟radicale”.
È un discorso che riguarda tutti i cosiddetti ‟temi etici”, cioè quelli su cui la conferenza episcopale non intende mollare la presa, anche se mi limiterò qui ad analizzare la questione dei diritti glbt. Che su questo punto l'insoddisfazione di chi non attribuisce al termine sinistra un senso puramente spaziale possa essere immensa è testimoniato dal nulla di concreto prodotto in un anno e mezzo di governo Prodi. Ancora ieri il presidente del consiglio, ricevendo il comitato promotore dell'appello per il 20 ottobre, ha ricordato che il suo è un governo ‟di mediazione”. Ma mediazione significa per l'appunto concedere qualcosa agli uni e qualcosa agli altri. Ed era in questo spirito di dialogante realismo con i gendarmi parlamentari della morale cattolica che il movimento glbt aveva a suo tempo elaborato la proposta dei Patti civili di solidarietà (Pacs), mediando tra le esigenze di riconoscimento di pari dignità delle coppie omosessuali e la necessità di portare a casa un risultato concreto ancorché imperfetto. Questa proposta era stata fatta propria da tutta la sinistra per poi essere sacrificata alla vigilia delle elezioni del 2006 in nome di ulteriori necessità di mediare. Poi, vinte in qualche modo le elezioni, si è faticosamente arrivati ai Dico, che pur essendo del tutto inadeguati nel merito sono ben presto diventati ‟dicevo” per via dell'intransigente opposizione dei cattolici della maggioranza. Si è ricominciato così tutto daccapo, approdando in parlamento ai Cus che attendono pazientemente di essere discussi e (forse) votati. Di mediazione in mediazione al ribasso, l'ha finora avuta vinta la grinta dei teodem e di Mastella sulle tiepide resistenze della sinistra e dei laici.
Aspettando il Godot della legge sulle unioni civili si poteva se non altro intervenire su qualche altro settore per dare almeno un segnale di buona volontà. E le proposte non mancavano. Si poteva modificare la direttiva europea contro le discriminazioni sul lavoro recepita in modo a dir poco imbarazzante dal precedente governo Berlusconi. O cambiare le norme per la modifica del sesso anagrafico delle persone transessuali senza far discendere necessariamente la burocrazia dalla chirurgia. O prevedere misure serie e articolate contro i crimini a sfondo omofobico, che solo in misura molto parziale sono ancora in discussione in parlamento. Finora invece niente, a dispetto di una minima idea di civiltà e del milione di persone scese in piazza a Roma per il pride nel giugno scorso. In compenso le esigenze di mediazione hanno portato anche la sinistra radicale a confermare l'esenzione dall'Ici per le attività ‟non esclusivamente commerciali” gestite dalla chiesa cattolica. Una bazzecola da 400 milioni di euro.
Se questa è l'aria che tira sui diritti minimi, figuriamoci in quale futuro possa annidarsi un eventuale attacco al patriarcato, la cui forza sembra anzi acquistare terreno, anziché decrescere, anche a sinistra.
Speriamo certo che le cose migliorino dal 21 ottobre, ma non contiamoci troppo.
Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli

Gianni Rossi Barilli, nato a Milano nel 1963, giornalista, partecipa da vent’anni alle iniziative del movimento omosessuale, come militante, scrivendo, discutendo e anche litigando. Ha lavorato a “il manifesto” dal 1986 al 1996. Per Feltrinelli ha pubblicato Il movimento gay in Italia (1999) e ha curato, con Paola Mieli, Elementi di critica omosessuale (2002) di Mario Mieli.

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