Ci sono popoli che sembrano destinati a non avere mai pace: i kurdi sono tra questi, senza dimenticare i palestinesi. La tragedia continua con la decisione (avallata da un voto parlamentare) della Turchia di invadere il Kurdistan iracheno per dare la caccia ai guerriglieri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk turco). Il ministro degli esteri iracheno Zebari ha accusato la Turchia di voler violare la sovranità (quale sovranità?) irachena ma soprattutto ha intimato ai militanti del Pkk di lasciare il paese. Ancora una volta si consuma la guerra fratricida tra kurdi.
Non è la prima volta che il Partito democratico di Barzani, di cui fa parte anche Zebari, dà una mano ai turchi per combattere i seguaci di Ocalan. Il ministro degli esteri iracheno sostiene ora che i militanti del Pkk sono in Iraq senza il permesso del governo di Baghdad o di Arbil, ma si dimentica che dopo la caduta del raìs i militanti del Pkk in fuga avevano ottenuto ospitalità nelle case liberate dalla pulizia etnica scatenata dai kurdi iracheni. I kurdi (anche del Pkk) potevano servire a riequilibrare etnicamente la popolazione soprattutto nelle zone arabizzate da Saddam e rivendicate come kurde, in particolare in vista del referendum sullo status di Kirkuk.
La repressione non si ferma ai confini. È già successo in passato: negli anni ottanta, Saddam e il governo turco avevano raggiunto un accordo segreto per lo sconfinamento nella lotta contro i kurdi, invisi a tutti i regimi che li ospitano: Turchia, Iraq, Iran e Siria. Il paradosso è che le varie fazioni kurde hanno sempre raggiungo accordi con i governi dei paesi vicini: in cambio di aiuti si sono trovati a servire interessi altrui, fino ad arrivare ad appoggiare l'occupazione americana dell'Iraq. Ancor più grave, si sono spesso combattuti tra di loro, come era successo a metà degli anni '90 nel Kurdistan iracheno, tra i militanti del Partito democratico e l'Unione patriottica di Talabani, ora presidente iracheno, per il controllo degli introiti del contrabbando di frontiera.
La questione dunque è vecchia ma si colloca in una situazione nuova: innanzitutto la necessità della Turchia di tenere sotto controllo il Kurdistan iracheno e di stroncare sul nascere le velleità indipendentiste che potrebbero avere effetto sui kurdi in Turchia. Velleità che sono diventate più realistiche dopo che i kurdi hanno scoperto nuovi importanti giacimenti di petrolio al di fuori di Kirkuk. Per farlo occorre una presenza militare pronta per ogni evenienza. Naturalmente questa interferenza non può essere ben accetta agli Usa che tuttavia non possono fare la voce grossa perché hanno bisogno dell'appoggio logistico turco costituito dalla base di Incirlik. E poi se i turchi con l'occasione li liberano del Pkk, tanto di guadagnato.
La Turchia non rappresenta solo un retroterra per l'occupazione militare Usa dell'Iraq, ma fornisce con il porto di Ceyhan lo sbocco al mar Mediterraneo dell'importante gasdotto per l'esportazione del petrolio iracheno prodotto nel nord del paese.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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