Da più di vent'anni ormai la valle di Narmada è diventata una sorta di simbolo: negativo e positivo. Narmada è un grande fiume, scorre per 1.300 chilometri attraverso l'India centrale, e il progetto di costruirvi una trentina di grandi dighe è diventato il simbolo di uno ‟sviluppo” distruttivo e generatore di ingiustizia. Quelle dighe infatti, concepite per alimentare progetti di irrigazioni e/o centrali idroelettriche (per il ‟bene comune”, dicono i fautori), hanno però sommerso foreste e terre coltivabili, villaggi, piccole città. La più grande, Sardar Sarovar, ha fatto circa 400mila sfollati. Nell'insieme, tra villaggi sommersi e comunità costrette a cercare altra terra da lavorare, la sopravvivenza di un milione di persone è stravolta. Il movimento di resistenza al progetto di Narmada è nato insieme al progetto stesso, negli anni '80: ed è questo che fa di quella valle un simbolo positivo. Il Narmada Bachao Andolan (‟Movimento per salvare Narmada”) coinvolge abitanti dei villaggi e attivisti sociali di città, contadini e adivasi (o ‟tribali”, nativi). Ha condotto una resistenza non violenta ma dura, con marce e sit-in, occupazioni dei cantieri, presentazioni cause legali.
‟Vogliamo terra per risarcire coloro che hanno perso la terra”, spiega Medha Patkar, che di quel movimento è diventata l'anima e il volto più noto. Terra coltivabile e non soldi, è la rivendicazione del movimento di Narmada. Ed è anche il principio sancito anni fa da una sentenza della Corte suprema indiana. ‟Ma non è stato così, o non sempre”, continua Patkar, che ieri a Roma ha partecipato all'inaugurazione del ‟Centro di documentazione sui conflitti ambientali” (vedi in questa pagina). ‟Nel caso di Sardar Sarovar undicimila famiglie hanno in effetti avuto terra, ma ne restano migliaia ancora da risistemare. Mentre gli sfollati delle dighe Indira Sagar, Maheshwar e altre, dove il movimento è stato più intermittente, hanno avuto tutt'al più dei soldi”. E i soldi finiscono in fretta quando una famiglia si è dovuta reinventare una vita in qualche slum urbano.
Nell'ultimo anno il Narmada Bachao Andolan ha chiamato in causa la Corte Suprema indiana per denunciare la gigantesca corruzione fiorita attorno agli sfollati, spiega Medha. ‟Il punto è che lo stato del Madhya Pradesh non ha abbastanza terre coltivabili da distribuire, così ha dato soldi. Il governo statale ha detto che così gli sfollati si sono comprati la terra che meglio credono, e ha presentato a una commissione d'indagine del governo centrale documenti e ricevute d'acquisto. Che però sono risultate false: atti di vendita mai avvenuti, terra privata passata come pubblica. E molti funzionari hanno intascato i soldi. Sono stati stornati 3 miliardi di rupie”.
Lo scandalo ha indotto il governo centrale, a New Delhi, a decretare la sospensione dei lavori al Sardar Sarovar finché non sarà data effettiva ‟riabilitazione” agli sfollati. La diga è ormai alta 122 metri e secondo il progetto ne mancano 17. ‟Se la diga sarà alzata, l'area di sommersione si amplierà e altre duecentomila persone dovranno andarsene”, continua Medha Patkar. Altri movimenti popolari intanto stanno emergendo in India: ‟Le persone danneggiate dalle dighe, sfollate dalle miniere, o dalle Sez”. Medha le chiama con la sigla: special economic zones, zone economiche speciali. ‟Sono come territorio straniero: là le aziende avranno concessioni fiscali, niente valutazioni di impatto ambientale, legislazione del lavoro annacquata. Il governo centrale ha approvato ormai 500 progetti di Sez. Come a Nandigram, in Bengala occidentale, dove era in progetto un polo chimico: là sono state uccise 17 persone”. Anche Singur, dove è in progetto uno stabilimento automobilistico della Tata con la Fiat, si trova in Bengala occidentale: stato governato dalle sinistre. ‟Purtroppo i governi di sinistra si sono comportati come gli altri quando si tratta di sviluppo economico. L'argomento è: bisogna attirare investimenti, se non gli diamo terra e esenzioni andranno altrove. Così gli danno le terre migliori senza consultare nessuno”. E' una contraddizione nuova, quella che segnala Medha Patkar: ‟Attivisti sociali e intellettuali, hanno criticato il governo del Bengala occidentale”, con la sua politica di grandi investimenti industriali. Certo è che quegli investimenti stanno cambiando la faccia dell'India, e una leader popolare come Medha Patkar raccoglie la sfida: ‟E' necessario costruire nuove alleanze: contadini, sindacati urbani. Dobbiamo costruire nuove strategie e legami: anche con i vostri sindacati, qui in Italia, visto che abbiamo a che fare con la Fiat”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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