Ci sono segreti che rimangono segreti. E ci sono segreti che fuggono via come palline di mercurio, alimentando storie leggendarie. Il caso Pasternak è un po’ come "l’oro di Dongo" e "i diari di Mussolini", un tragico feuilleton al quale ogni tanto viene aggiunta una nuova puntata più o meno convincente. A cinquant’anni dalla comparsa in Italia de Il dottor Zivago, il più avventuroso e imprevisto dei bestseller dovuto alla tenacia di Giangiacomo Feltrinelli, converrà stare ai fatti accertati. E i fatti ci conducono a una cassaforte di via Andegari, a Milano, dove è custodita gran parte delle carte che raccontano una storia molto speciale, editoriale e politica, letteraria e sentimentale, tra copyright e Cremlino.
Un romanzo - o meglio più romanzi - in un romanzo. È la storia della pubblicazione in esclusiva mondiale il 23 novembre del 1957 d’un libro violentemente osteggiato dalla nomenclatura sovietica e dunque da Botteghe Oscure, ad opera d’un editore comunista che sarà allontanato dal Pci. Agli occhi di quei burocrati, la storia d’amore del dottor Zivago nel vortice della Grande Rivoluzione tra lotte e amarezze appariva un’inaccettabile opera di propaganda antisovietica. Ne discese un’intricata spy-story che vide coinvolti il Kgb e anche la Cia, Suslov e Togliatti, editori e maîtres-á-penser di mezzo mondo, con gravissime ripercussioni nella vita personale di Pasternak, vessato dai suoi persecutori e costretto nel 1958 a rinunciare al premio Nobel, il più alto riconoscimento mondiale. Per il regime sovietico non si trattò soltanto d’uno smacco. ‟Il primo mattone strappato a una diga” è l’espressiva definizione suggerita da Solgenitsyn.
I documenti del caso Zivago, conservati presso la Fondazione Feltrinelli, saranno ora in mostra a Milano, arricchiti dall’acquisto dei nuovi fondi di Olga Ivìnskaia, la bionda e appassionata compagna del romanziere. Dalla cassaforte di via Andegari proviene anche la lettera di Pasternak a Feltrinelli che pubblichiamo in parte in questa pagina, finora inedita in Italia. È scritta nel novembre del 1959, in un momento molto travagliato per lo scrittore. ‟In Unione Sovietica la sua posizione è appesa a un filo”, racconta Carlo Feltrinelli nell’accurata ricostruzione proposta da Senior Service. Il Classico - così lo chiama Olga - ha 69 anni, sente che sta invecchiando. Il cuore non regge alle perfidie dei suoi persecutori, provocate dallo "scandalo Zivago" esploso due anni prima. Nell’ottobre del 1958 l’hanno costretto a rifiutare il premio Nobel, pena l’esilio. È considerato un Giuda, cacciato dall’Unione degli scrittori, insultato dai suoi colleghi. ‟È peggiore d’un maiale”, arringa Vladimir Semichastni, capo della Gioventù comunista. Non sono da meno i poeti di regime. ‟Una nullità letteraria”. ‟Ho avuto l’impressione che mi sputasse addosso”. ‟Ha vinto il Nobel contro il comunismo” (nutrito il campionario delle ingiurie, raccolto in Il caso Pasternak da Sergio d’Angelo, il giornalista di Radio Mosca che portò il manoscritto di Zivago a Feltrinelli).
Sul finire del ‘59 Pasternak si mostra prostrato, nel fisico e nell’umore. Ha anche pensato al suicidio, con undici compresse del Nembutal. Non si fida quasi di nessuno, neppure della moglie Zinaida, che pure cerca di proteggerlo attraverso le sue relazioni con Kruscev. Il Kgb lo tiene sotto stretta sorveglianza, una microspia viene ritrovata nella casetta di Olga a Peredelkino. Dolce ed energica Ivìnskaia: è l’unico riparo, l’amore a cui aggrapparsi. Lo scrittore teme come il fuoco la visita dell’editore italiano, che vuole difendere da interferenze estranee il suo fortunato copyright. ‟Voi non immaginate quali dolorose conseguenze, incredibilmente umilianti e pericolose, potrà avere una vostra visita dopo la vostra partenza”, lo supplica Pasternak. È il 18 novembre del 1959, Feltrinelli rinuncia al viaggio a Mosca. Sei mesi più tardi, il 30 maggio del 1960, Pasternak muore tra lancinanti dolori al petto: gli è stato diagnostico un cancro al polmone, già metastatizzato. ‟È come se scomparisse il mio migliore amico”, commenta Giangiacomo. Lo scrittore aveva esplicitamente chiesto che la sua salma fosse sottratta alle autorità sovietiche. Non viene accontentato. Il funerale si svolge il 2 giugno a Peredelkino: partecipano centinaia di persone, molti gli agenti del Kgb. Ma prima di riferire l’eccentrica orazione funebre, è interessante spostarsi in Italia dove nel novembre del 1958 - nei giorni del Nobel rifiutato - si svolge un poco noto dibattito televisivo, sepolto negli archivi della Rai e ora recuperato in un nuovo Dvd della Feltrinelli.
È una puntata dell’Approdo, esemplarmente condotta da Gianni Granzotto e Paolo Milano. Si discute del caso Pasternak, ‟il caso di uno scrittore davanti alla ragion di Stato”. Se Ignazio Silone, Angelo Maria Ripellino e Vasco Pratolini non esitano a condannare ‟la ignobile dittatura comunista”, colpisce il giudizio di tutt’altra intonazione di Italo Calvino, che da oltre un anno è uscito dal Pci. ‟La violenza a Pasternak in questo momento viene tanto dall’Occidente quanto dai suoi connazionali”, incalza lo scrittore con inusuale cipiglio. ‟Il premio Nobel a Pasternak, attribuitogli con evidenti intenzioni politiche, ha avuto come primo risultato quello di risvegliare le tendenze peggiori della società culturale del suo paese”. In altre parole, la responsabilità della feroce campagna contro lo scrittore è da attribuirsi innanzitutto ai saggi di Stoccolma. ‟L’insegnamento più prezioso di Pasternak”, chiude Calvino, ‟è un dignitoso riserbo dell’artista di fronte a tutto quanto abbia sapore di ufficialità, e noi lo stiamo già tradendo, noi che stiamo parlando di lui in questa trasmissione”. Inopportuno il premio, inopportuna la discussione televisiva. Seguirà in studio un vivace litigio tra Carlo Muscetta, anche lui già fuori del Pci (‟Zivago? Una noiosa opera di propaganda... E poi, tutte quelle foreste, molte foreste e molti cieli...”) e Nicola Chiaromonte, che protesta anche all’indirizzo di Calvino: ‟Ma quale speculazione politica dell’Occidente? La politica viene fatta soltanto dall’Urss, e viene fatta contro la cultura”.
Ma torniamo alla mesta liturgia funebre in morte di Pasternak, il 2 giugno del 1960. Dopo averne celebrato velocemente il genio, l’oratore Valentìn Asmus accelera la conclusione con l’argomento che ‟Pasternak era un uomo molto riservato, non amava che la gente parlasse troppo di lui”. Da tre anni, in Europa e dintorni, non si faceva altro. Lo scoppio improvviso d’un temporale sciolse il "sedizioso" raduno.

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