In Pakistan è in corso una guerra, rimasta ‟oscurata” dalla crisi politica di questo paese che da 19 giorni vive sotto leggi d'emergenza. Una guerra vera, con artiglieria ed elicotteri da guerra, decine di morti e un collaterale flusso di migliaia di sfollati che lasciano le zone delle ostilità. Si tratta dell'operazione lanciata in questi giorni dall'esercito pakistano per riconquistare il territorio dello Swat, un'ampia vallata nella Provincia della Frontiera di Nord-ovest, e sottrarlo al controllo di una milizia fondamentalista comandata da un religioso, tale maulana (mullah) Fazlullah, che da tempo lancia incendiari appelli alla jihad (‟guerra santa”) attraverso una piccola radio fm. I suoi miliziani sono definiti Taleban pakistani, o neo-Taleban, perché si richiamano alla stessa ideologia degli ‟studenti di teologia” afghani e sono usciti dale stesse scuole coraniche della zona di frontiera. Uno dopo l'altro, hanno preso posti di polizia e guarnigioni nelle maggiori città della vallata, centri con dieci o ventimila abitanti ciascuno, e premono intorno al capoluogo, Mingora, 40mila abitanti, oggi in stato d'assedio. Ovunque sono arrivati, i miliziani hanno ammainato la bandiera pakistana e nominato i propri ‟reggenti” incaricati di amministrare affari correnti e giustizia; hanno istituito ‟corti islamiche”, chiesto alle famiglie di non mandare a scuola le bambine. La ‟talebanizzazione” dello Swat, zona relativamente piccola in un paese di 150 milioni di persone, è un imbarazzo per il governo del generale Musharraf: primo, perché non si tratta di una delle zone tribali (i territori semiautonomi lungo la frontiera pakistano-afghana, dove il Pakistan garantisce la difesa ma l'amministrazione locale spetta alle tribu pashtoon): lo Swat è territorio pakistano a tutti gi affetti, come le vicine vallate del Dir o del Malakand. Poi, perché la conquista dei neo-taleban è avvenuta negli ultimi 15 giorni, cioè dopo che il generale Musharraf ha dichiarato lo stato d'emergenza giustificandosi tra l'altro con la necessità di combattere l'estremismo fondamentalista. Lo stato d'emergenza non ha però impedito ai miliziani di prendere una stazione di polizia dopo l'altra. Ad Alpuri, distretto di Shangla, sono arrivati il 15 novembre: erano alcune decine e non hano avuto difficoltà a prendere il posto di polizia. Era vuoto, hanno riferito testimoni sulla stampa locale; anche altrove, poliziotti e paramilitari hanno abbandonato le postazioni senza combattere. Così all'inizio di questa settimana il maggiore-generale Ahmed Shuja Pasha, comandante delle operazioni militari dell'esercito pakistano, ha annunciato ai media un'imminente offensiva militare: ‟Il concetto è ripulire lo Swat dai militanti”, ha detto: entro fine dicembre sarà riaperto al turismo. Presto, forse addirittura domani, il presidente Musharraf potrebbe dimettersi dalla carica di capo delle forze armate: appena la Corte suprema (da lui epurata in seguito allo stato d'emergenza) avrà convalidato la sua carica di presidente della republica. Lo stato d'emergenza invece resterà in vigore finché necessario, ha ripetuto ieri il portavoce di Musharraf, brigadiere generale Rashid Qureshi. Mentre l'amministrazione Bush continua a vedere nel generale Musharraf l'alleato indispensabile della ‟guerra al terrorismo”. E però, che ironia: è proprio negli ultimi 5 anni di guerra al terrorismo che le forze simpatetiche ai taleban hanno espanso il loro controllo come mai prima, non solo nelle zone di frontiera (i vari ‟emirati islamici” in Waziristan e altrove) ma anche in Pakistan. ‟Davvero l'esercito è stato colto di sorpresa? Lo sapevamo dall'estate scorsa che i taleban erano arrivati nella zona dello Swat, possibile che non lo sapessero i militari?”, dice a Islamabad Saba Gul Khattak, ricercatrice (già direttore) dell' Institute for Sustainable Development Studies, piccola istituzione di ricercatori-attivisti: lei lavora a progetti con le donne proprio nella Frontiera di nord-ovest. Secondo Ayesha Siddiqa, autrice di uno studio sul potere economico dell'esercito pakistano, ‟c'è un gap d'informazione nella vicenda dello Swat”: i taleban hanno potuto rafforzarsi fino a lanciare l'offensiva, perché proprio adesso, che contatti hanno nelle agenzie di sicurezza? Molti commentatori parlano di fallimento: come ha potuto l'intelligence militare pakistana essere colta di sorpresa da circa 400 taleban, armati ben organizzati? Saba Khattak parla di ‟una ritirata selettiva dello stato”. E' una vecchia storia, spiega: ‟Gli hanno lasciato lo spazio per espandersi. Le autorità locali hanno chiuso gli occhi, si sono accomodati con loro un po' per simpatia idelogica e un po' per ignavia. Ora che le cose sono fuori controllo, pensano di risolverle con le armi. Ma è una guerra impopolare, ci va di mezzo tanta gente civile, i soldati evitano di sparare". Secondo Saba Khattak, la sfortuna del Pakistan è la sua posizione geopolitica: ‟metafora della guerra fredda prima, ora della guerra al terrorismo. Entrambe stanno devastando quelle zone di frontiera, esposte a trent'anni di indottrinamento ideologico e di madrassah”.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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