Picchiati di santa ragione, poi arrestati. La polizia ha avuto la mano pesante con i giornalisti di Karachi, la metropoli pakistana affacciata sul Mare Arabico, che ieri tenevano l'ennesima dimostrazione di protesta contro la censura dei media - una delle conseguenze dello stato d'emergenza in vigore in Pakistan dal 3 novembre. Fin dai primi giorni i giornalisti pakistani sono stati protagonisti di proteste e dimostrazioni, proprio come gli avvocati e gli studenti. Le proteste però sono esplose venerdì quando due tv indipendenti di grande audience sono state costrette a chiudere: Geo Tv e Ary, network che trasmettevano via satellite da Dubai (l'ordine di chiudere è infatti arrivato dal governo degli Emirati, dietro forte pressione del generale Parvez Musharraf). Da allora le proteste sono quotidiane, e ovunque: dalle grandi città come Islamabad o Lahore, a quelle piccole e ‟difficili” - ieri cronisti locali hanno manifestato contro la censura perfino a Mansera, città della Frontiera di Nordovest, e a Muzaffarabad, capoluogo del Kashmir sotto controllo pakistano.
La manifestazione più numerosa è stata però a Karachi, ed è là che la reazione è stata più violenta. Qualche centinaio di giornalisti si era raccolta davanti al Press Club, urlando slogan, qualcuno con il nastro nero sulla bocca. Poi hanno cominciato a muoversi verso la residenza del governatore. Fatti pochi metri la è intervenuta, ha fatto grande uso di bastoni anti-folla - molti sono finiti all'ospedale, ci sono foto di persone con facce sanguinanti - e ha arrestato 200 persone, comprese 5 donne, compresi alcuni dei nomi più noti del giornalismo pakistano. Ne sono nate ulteriori proteste, allo slogan ‟arrestateci tutti” (in serata il governatore del Sindh, provincia di cui Karachi è capitale, ha ordinato il rilascio dei giornalisti, e molti sono stati rimessi in libertà nella notte).
Bastonate e arresti dicono che la tensione resta molto alta, in Pakistan. Dietro alla chiusura di Geo Tv c'è uno scontro di potere ad alto livello (Geo appartiene all'influente gruppo Jang, che possiede giornali in urdu e in inglese ed è una delle potenze del paese). Ma subiscno la censura anche i singoli giornalisti, le piccole radio fm, le associazioni di cronisti locali, che infatti protestano. Non solo: in tutto il paese le proteste sono quotidiane, benché non di massa: restano in agitazione gli avvocati, manifestano gli studenti, sono scese in piazza anche le coalizioni di ong e attivisti sociali.
Eppure a Islamabad le autorità tentano in tutti i modi di dare l'impressione di ‟ritorno al processo democratico”. Ieri la commissione elettorale ha fissato per l'8 gennaio le elezioni legislative. Sempre ieri il portavoce del ministro dell'interno Javed Cheema ha detto che 3.416 persone sono state rilasciate negli ultimi giorni (altre duemila ‟saranno rilasciate presto”). Sono molti degli avvocati, studenti e attivisti dell'opposizione presi dopo il 3 novembre per aver violato lo stato d'emergenza, ad esempio in manifestazioni pubbliche. Il numero preciso degli arresti non era mai stato detto, ora si scopre così che sono oltre 5.400.
E' un ‟gesto di buona volontà” del governo, è stato detto. Il portavoce degli interni però ha ammonito: ‟Non potremo tollerare i tentativi di creare disordini nel periodo elettorale”. Del resto, mentre alcuni rlasciati altri finiscono dietro le sbarre. A Lahore, ad esempio, l'Alta corte ha ordinato il rilascio di 45 avvocati ma poi il governo ha emesso nuovi ordini di cattura, così restano dentro.
Soprattutto, restano agli arresti i dirigenti del movimento degli avvocati: come Aitzaz Ahsan, presidente della Supreme Court Bar Association (l'associazione degli avvocati presso la Corte suprema), noto avvocato (vicino al partito popolare di Benazir Bhutto). Il suo caso ha suscitato condanne internazionali, tanto è noto il personaggio: ieri il quotidiano Daily Times di Lahore ha pubblicato in prima pagina il facsimile della lettera che 38 senatori Usa hanno inviato a Musharraf chiedendo il suo rilascio (tra gli altri Barack Obama). Resta agli arresti anche Iftikhar Chaudhry, il giudice capo della Corte Suprema destituito il 3 novembre: Musharraf lo aveva già licenziato il 9 marzo, suscitando però un movimento di avvocati inaspettato, a cui si sono unite organizzazioni per i diritti umani e poi anche l'opposizione (compresa la destra religiosa), finché il giudice era stato reintegrato nella sua carica.
Lunedi una Corte suprema ‟epurata”, dove ora siedono giudici che hanno giurato ai sensi del decreto d'emergenza, ha emesso il primo verdetto a favore del generale: ha respinto 5 su sei ricorsi contro la sua rielezione alla carica di presidente. Il nuovo giudice capo ha fatto appello alla vecchia ‟dottrina della necessità”, coniata negli anni '60 per legittimare il primo colpo di stato della storia pakistana.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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