Due esplosioni, probabilmente provocate da attentatori suicidi, hanno provocato ieri almeno 30 vittime a Rawalpindi, nella guarnigione militare presso la capitale Islamabad, dove le forze armate pakistane hanno il proprio quartier generale.
La prima esplosione è avvenuta presso un posto di blocco militare, dove un uomo si è fatto saltare nella sua auto; la seconda, molto più potente, davanti a un ufficio dei servizi di intelligence dove è saltato un bus del ministero della difesa con a bordo una cinquantina di militari, e qui il numero delle vittime è più alto.
Non è la prima volta che il Pakistan fa fronte ad attentati simili; Rawalpindi in particolare ha registrato altri tre attacchi suicidi da settembre, sempre contro obiettivi militari e con decine di vittime; da qualche tempo ormai i punti delicati della capitale, in particolare la guarnigione militare e l'enclave delle ambasciate, sono circondati da misure di sicurezza speciali.
Quello di ieri è il primo attentato da quando il generale Mysharraf ha proclamato lo stato d'emergenza e sospeso la costituzione, il 3 novembre, invocando tra l'altro la necessità di combattere «l'estremismo», cioè un'ondata di attacchi attribuiti a al-Qaeda e taleban. Nessuno ha rivendicato gli attentati di ieri, ma sono attribuiti ai taleban, combattenti islamisti usciti dalle madrassah della regione di frontiera con l'Afghanistan. Continuano intanto i combattimenti nella valle dello Swat, zona del Pakistan nord-occidentale su cui i taleban di un certo mullah Fazlullah hanno cominciato a imporre la propria presenza la scorsa estate, e nell'ultimo mese (con lo stato d'emergenza in vigore) hanno conquistato villaggi e posti di polizia. La popolazione civile è in gran parte in fuga, l'esercito preannuncia un'offensiva massiccia e nel tentativo di aumentare la pressione sui guerriglieri da due giorni ha bloccato ogni fornitura di cibo nella valle.
Tutto questo mentre il Pakistan si prepara a elezioni sotto stato d'emergenza. Il percorso in teoria è segnato: giovedì la Corte suprema ha finito di respingere i ricorsi contro la rielezione del generale Musharraf alla carica di presidente (era stato eletto per un nuovo mandato dal parlamento uscente, il 6 ottobre, ma non ha assunto la carica finché pendevano ricorsi contro la legittimità della sua doppia posizione di capo dell'esercito e presidente della repubblica). Era uno degli obiettivi principali dell'emergenza: rimuovere dalla Corte suprema i magistrati che negli ultimi mesi lo avevano sfidato su diverse questioni, e da cui temeva una decisione negativa anche in questo caso. Venerdì la nuova Corte suprema «epurata» ha inoltre sentenziato che nessuno degli atti compiuti dal generale dopo il 3 novembre (lo stato d'emergenza) è perseguibile legalmente. I giudici insomma sono tornati al loro ruolo abituale degli ultimi decenni: convalidare gli atti dei vertici militari. Nei prossimi giorni dunque Musharraf potrà assumere l'ufficio di presidente, e ha annunciato che allora rinuncerà all'uniforme militare. Se toglierà anche lo stato d'emergenza non è noto. Né si possono escludere sorprese, come dicono gli attentati di ieri.
Nel frattempo un altro ex premier torna oggi in Pakistan: Nawaz Sharif, l'uomo che Musharraf aveva deposto quando ha preso il potere nell'ottobre '99 e che ha vissuto finora in Arabia saudita; anche lui torna grazie a un accordo tra Musharraf e la famiglia reale saudita, che si era fatta garante dell'esilio dell'ex premier - e ora ha chiesto di poterlo rimandare a casa.
Non è ancora chiaro se Sharif potrà candidarsi alle elezioni annunciate per l'8 gennaio. L'opposizione non ha ancora formalmente annunciato se boicotterà un voto in stato d'emergenza: ma è improbabile che vogliano restare fuori dal gioco; entro lunedì bisogna avviare e pratiche per le candidature, e tutti i partiti lo hanno ormai fatto. Infine, gran parte degli avvocati e attivisti politici e dei diritti umani arrestati nelle ultime settimane sono stati scarcerati: non però il giudice capo Iftikar Chaudhry, né Aitzaz Ahsan che presiede dell'Associazione degli avvocati alla Corte suprema, ovvero i leader della ‟ribellione civile” che aveva sfidato Musharraf.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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