Raccontare la mafia, e raccontarla piuttosto bene come fa la fiction di Canale 5 "Il capo dei capi", può indurre all’emulazione? E’ quanto ritiene il ministro della Giustizia Clemente Mastella, che si è espresso per la sospensione dello sceneggiato. Voce di minoranza ma non del tutto isolata, preceduta da un magistrato e un paio di sindaci siciliani, forse preoccupati da leggende metropolitane e paesane. Leggende che descrivono ragazzini in estasi di fronte alle gesta televisive di Totò Riina. La polemica è solo parente di quella, decisamente scellerata, che giudica sconveniente parlare di mafia perché "mette in cattiva luce la Sicilia". Come se il peccato fosse indicare il male, e non tenerselo in seno. Qui il dubbio è meno ipocrita, meno omertoso, meno mafioso e decisamente più "moderno". Nel senso che coglie una delle rischiose ambiguità della società dello spettacolo: mostrare il male con tanto talento, tanta cura formale, tanta capacità d’analisi, da renderlo infine appetibile. Per fare un esempio extra-italiano, è come accusare Scorsese di intelligenza con la malavita per avere girato "Gangs of New York", splendidamente coreografico nel racconto delle guerre ferine tra le bande etniche. O "West Side Story", o l’intera sterminata cinematografia (soprattutto americana) sul crimine: immagini, volti, gesta, emozioni che rischiano di travolgere molta etica mettendo l’accento sull’estetica. Nel caso dello sceneggiato in questione, la qualità effettivamente è alta, specie per gli standard italiani. E’tratto dal libro sui corleonesi scritto quindici anni fa da Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, e tra gli sceneggiatori della fiction attualmente in onda ci sono Domenico Starnone e Claudio Fava. Che sia proprio questa qualità il problema? Questo salto di qualità (specie rispetto al canone televisivo) che promuove la mafia a alta tragedia sociale? In questo senso Mastella ha ragione: il cursus honorum dei corleonesi, da ragazzotti di paese senza mestiere e speranza a despoti onnipotenti di una regione intera, può anche indurre qualche minorenne frustrato a immaginare migliore un futuro da delinquente che un presente da nullità. Il problema è che, magari, è proprio questo il fascino del male, proprio questo il motore profondo della mafia. Tanto è vero che, per averlo descritto così bene, anche Roberto Saviano ha ricevuto qualche accusa, neanche tanto velata, di subire la fascinazione della camorra, rischiando di trasmetterla ai suoi lettori. A questo punto la domanda è: che cosa incide di più nelle coscienze, che cosa cambia cultura e mentalità dei singoli e delle comunità, una facilissima retorica che relega il crimine alla sua sola bruttura, o una definizione veritiera, faticosa, intelligente della potenza mafiosa? La mafia ha già deciso, e da tempo, che attorno a sé preferisce il silenzio. Dentro il quale può snodarsi tranquillo e non visto il serpente del male. E su questo silenzio ha costruito il suo potere. Noi dovremmo avere coscienza che la parola e lo sguardo degli artisti, degli intellettuali e della politica non dovrebbero mai "stare sotto" la realtà, ma cercare di starci dentro e possibilmente sopra, per leggerla tutta intera. A giudicare dallo stato di salute della mafia, anzi delle mafie, l’equivoco non è raccontare il male, ma non averlo raccontato abbastanza o avere rinunciato del tutto a raccontarlo, per convenienza, per complicità o per pigrizia. Nessuno di questi tre vizi può essere ignoto a un ministro della Giustizia in carica, che ben conosce quanta strada ha potuto fare il crimine, specie nel Meridione, contando sul silenzio e agendo nell’ombra.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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