Mettere il capitalismo al servizio della lotta all’effetto serra. È la parola d’ordine di Al Gore, alla vigilia della cerimonia di consegna del premio Nobel per la pace, che l’ex vicepresidente ed ex candidato alla Casa Bianca americano riceverà stamane a Oslo insieme ai co-vincitori, il gruppo di esperti intergovernativi sul cambiamento climatico. Anticipando i temi del suo discorso d’accettazione del Nobel in una conferenza stampa nella capitale norvegese, Gore ha notato che l’economia di mercato mondiale ‟manovra più soldi in un’ora di quanti ne distribuiscano i governi di tutto il pianeta in un anno”, sottolineando perciò l’esigenza di trovare il modo per sfruttare ‟l’energia e la vitalità del capitalismo” per ridurre le emissioni nocive di carbonio che surriscaldano la terra. Il leader democratico americano ha indicato in proposito varie possibili iniziative, come quella di ‟mettere un prezzo sul Co2”, stabilendo una specie di tassa che i paesi del globo dovrebbero pagare in proporzione all’ammontare dell’inquinamento prodotto. Poi, parafrasando Martin Luther King, secondo il quale un’ingiustizia commessa da qualunque parte è una minaccia per la giustizia nel mondo intero, Gore ha concluso che ‟l’aumento delle emissioni di carbonio da qualsiasi parte rappresenta una minaccia per l’avvenire della civiltà umana nel mondo intero”, e ha auspicato una maggiore solidarietà e unità d’intenti trai paesi meno toccati dall’effetto serra con quelli più vulnerabili.
L’ex vicepresidente americano si è detto comunque ottimista sulla possibilità di combattere il fenomeno, perché ormai ‟la consapevolezza del problema e della sua urgenza” è unanime, e si tratta soltanto di incanalare le forze giuste per risolverlo. Dopo la cerimonia di consegna del Nobel a Oslo, Gore volerà a Bali, per pronunciare un atteso discorso anche alla conferenza internazionale sull’ambiente riunita in questi giorni sull’isola dell’Estremo Oriente. Il momento, secondo lui, è cruciale. I segni di una svolta si moltiplicano, dalla maggiore attenzione al cambiamento climatico da parte dell’amministrazione Bush in America fino alle sempre più numerose iniziative di grandi multinazionali private che investono nella ricerca per fonti di energia sostenibile. Un altro segnale viene dalla Gran Bretagna, che si appresta ad annunciare stamane un ambizioso progetto: quello di ricavare l’intero fabbisogno energetico nazionale dalle turbine a vento entro il 2020. Secondo indiscrezioni del quotidiano Independent di Londra, il primo ministro Brown ha personalmente messo il veto a un piano del ministro dell’Energia Hutton che intendeva privilegiare il rilancio dell’energia nucleare tenendo in secondo piano l’energia eolica: Brown ha dato invece ordine di puntare sulle turbine a vento, campo nel quale il Regno Unito è già all’avanguardia e che gli permetterà, se la tabella di marcia sarà rispettata, di ricavare il doppio della produzione elettrica di ogni altro paese del mondo in questo settore entro otto anni. Le nuove turbine saranno piazzate in alto mare, riducendo l’opposizione che solitamente accoglie le ‟fabbriche del vento” per la presenza delle gigantesche eliche in prossimità di centri abitati. Ed è possibile, scrive l’Independent, che l’energia eolica ridurrà i piani di rilancio di quella atomica. In Olanda, invece, auto e camion saranno tassati a partire dal 2011 sulla base di quanti chilometri di strade utilizzeranno: questo il progetto di Camiel Eurlings, ministro dei Trasporti, che ha annunciato la nuova imposta basata sulle distanze percorse, misurate dai sistemi satellitari.
Da Londra, un’altra notizia si incrocia con i discorsi di Gore a Oslo e Bali: il Sunday Times ha fatto i conti in tasca al neo premio Nobel, concludendo che le attività ‟verdi”, tra libri, documentario premio Oscar e discorsi, gli hanno fruttato 75 milioni di euro in otto anni. La dimostrazione che mercato ed ecologia possono davvero andare a braccetto.

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