Giusto e quasi dovuto. Clara Rojas, l'assistente di Ingrid Betancourt, e l'ex-deputata Consuelo Gonzalés Perdomo sono finalmente libere. Dopo averle raccolte in una radura di una regione del Guaviare considerata sacra dagli indios Nukak Makù (tra gli ultimi nomadi del mondo), due elicotteri M-17 venezuelani hanno preso il volo in direzione di Caracas, con una sosta nell'aeroporto di Santo Domigo. Le aspettano i familiari, che non le vedono da quasi sei anni. «Mi sembra di sognare», ha detto la madre di Clara, mentre la figlia di Consuelo ha rivelato «di avere sempre creduto che tutto sarebbe finito bene». E le aspetta Hugo Chávez, che si è confermato l'unico regista possibile della pace colombiana.
La complessa operazione è cominciata mercoledì sera quando il presidente venezuelano ha dichiarato in televisione di avere ricevuto il «disco verde» da parte delle Farc. Chávez si è fidato un'altra volta dei guerriglieri: dopo l'autogol di fine anno, quando annunciarono la liberazione anche del figlio di Clara, Emmanuel, che nel frattempo era stato loro sottratto dagli 007 di Uribe, le Farc non potevano più sbagliare. E così da Caracas è partita la richiesta diplomatica al governo colombiano. Tutto è filato liscio. Dopo poche ore Alvaro Uribe, alloggiato nella sua famosa fattoria, «La Uberrima» in terra paramilitare (nel dipartimento di Cordoba) ha dato l'ok, ma alle sue condizioni. Ha ordinato alle brigate della contro-guerriglia presenti in zona nelle gigantesche basi di San Josè del Guaviare e Miraflores, di sospendere qualunque attività militare per facilitare il sorvolo aereo dei velivoli, purché esibissero insegne della Croce Rossa. E fossero solo due invece dei cinque della cosiddetta «carovana aerea umanitaria» organizzata a fine anno. Clara e Consuelo hanno quindi viaggiato in compagnia del ministro Chacín e dell'ambasciatore cubano in Venezuela, Germán Sánchez. «Cosa c'entra un cubano in questa storia?» ha tuonato subito qualche giornalista filo-Uribe. In realtà, il diplomatico cubano è sembrato l'unico erede che Chávez si è potuto permettere della significativa e numerosa commissione di garanti, che era riuscito a riunire a dicembre: al posto di Nestor Kirchner e dei rappresentanti di Francia, Svizzera, Brasile, Ecuador, Bolivia e Cuba, e persino del regista gringo, Oliver Stone, il solo ambasciatore dell'Avana a Caracas. C'era anche Piedad Córdoba, la senatrice liberale colombiana, che si è più impegnata per favorire lo scambio di prigionieri tra il governo e i ribelli (e che il ministro degli esteri colombiano, Fernando Arajuo ha definito criminalmente «il futuro ministro degli esteri delle Farc» ponendole, come si dice in Colombia, «una lapide al collo»).
Dopo qualche ora dall'arrivo a Caracas, è programmata una conferenza stampa a Palacio Miraflores col presidente Chávez. C'è grande attesa per quello che diranno Clara Rojas e Consuelo Gonzalés Perdomo. Da domani tutti gli occhi saranno puntati sull'incontro, previsto tra qualche giorno, tra Clara ed Emmanuel, il figlioletto di tre anni, concepito nella selva con un guerrigliero e attualmente ricoverato in un orfanotrofio pubblico di Bogotà. Il bambino, suo malgrado vero protagonista della vicenda dei sequestrati colombiani, è diventato «il trofeo di guerra» di Uribe. Mentre le Farc ne annunciavano la liberazione e Chávez intitolava proprio a Emmanuel l'operazione di consegna dei sequestrati delle Farc, gli uomini di Uribe, infatti, erano riusciti a localizzarlo in un ospedale della cittadina di San Josè del Guaviare e a portarlo in gran segreto in un orfanotrofio della capitale. La vittoria d'immagine di Uribe, ostile a ogni negoziato che implichi il riconoscimento politico delle Farc, ha reso più arduo il cammino della pace in Colombia. «Quello che è successo oggi dimostra che non servono né commissioni internazionali, né le richieste smilitarizzazioni del territorio nazionale per arrivare alla pace» ha detto Alfredo Rangel, uno dei consiglieri politici più vicini a Uribe.
Sebbene la notizia della liberazione di Clara e Consuelo sia stata accolta con allegria da Yolanda Pulecio e Astrid Betancourt, madre e sorella di Ingrid, lo «scambio umanitario» tra la cinquantina di sequestrati dalle Farc e i cinquecento guerriglieri detenuti nelle carceri nazionali è ancora molto lontano. Il governo e le Farc non sembrano volersi smuovere dalle rispettive condizioni. Da parte governativa si decanta continuamente un presunto «inizio della fine» della guerriglia, (che avrebbe perduto, dall'insediamento di Uribe, la metà dei suoi combattenti, ridotti da 16.900 a 8.900). Da parte guerrigliera si risponde con l'ordine, impartito ai fronti ribelli da Tirofijo nei giorni scorsi, di organizzare «l'offensiva generale... attraverso grandi movimenti di truppa nella selva, sulle strade e nei villaggi». Secondo la comandancia guerrigliera «l'esperienza di 5 anni del Plan Patriota ci è bastata per imparare come agisce il nemico...». Parole che suonano incaute alla luce della vicenda di Emmanuel.
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

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