La morte da lavoro, a Marghera, è arrivata in molti modi nella lunga storia del polo industriale e portuale. Con esplosioni, incendi, rovinose cadute, operai travolti da mezzi in movimento, schiacciati da carichi pesanti o colpiti da attrezzi fuori controllo. E' arrivata d'un tratto, deflagrante, oppure lentamente, a volte invisibile, ma inesorabile, nel tempo, come le morti da cloruro di vinile monomero o da altre sostanze micidiali assunte quotidianamente, nell'incuria di chi avrebbe dovuto provvedere. E' arrivata in settori in crisi, dove si investe sempre meno, e ancor meno per la sicurezza, come nel comparto chimico. Ieri, è arrivata in un modo inatteso e fin troppo banale, perciò più odioso, in un settore che invece è in piena crescita, come le attività portuali e logistiche. Cambia il trend del comparto, ma a rischio restano sempre la sicurezza e la condizione generale del lavoro. A morire sono sempre i soliti - ‟sempre noi”, dicono i lavoratori - aggiungendo che ‟dove a decidere sono le regole del mercato il lavoro è come una roulette russa”.
Lo stesso governatore veneto Galan ha commentato la tragedia parlando di ‟spaventosa inadeguatezza” degli strumenti di prevenzione, mentre Massimo Cacciari, proclamando il lutto cittadino, si è detto sgomento per la carenza di elementari precauzioni che avrebbero evitato queste nuove morti. In effetti, sarebbe forse bastato un rilevatore di gas per evitarle, e una bombola d'ossigeno piena (quella presente era vuota) per soccorrere con più efficacia gli operai colpiti dalle esalazioni di anidride carbonica e di monossido di carbonio nella stiva della nave panamense da cui era stata scaricata la soja i cui rimasugli Paolo Ferrara e Denis Zanon dovevano ripulire nella stiva maledetta in cui erano scesi.
Per restare al solo Veneto, sono già otto i morti in questo inizio d'anno. Morti nei cantieri edili, nei cantieri industriali, nei capannoni, nei laboratori, nelle case trasformate in imprese artigianali. Morti nella fabbrica diffusa come nei poli industriali; o in un grande porto, come ieri.
Perché, dunque, mutando il contesto e il comparto, e mutando il luogo - Marghera, o Torino, e sempre ieri Padova e Andria - e passando gli anni, non cambia il risultato? Perché non cessano queste morti? La risposta è forse più semplice di quanto non si creda ed è già contenuta nei commenti che ieri si sentivano a Marghera, in tante voci impastate di dolore e di rabbia. Ha a che fare con le normative, inadeguate ed elusive. Ha a che fare con chi non le rispetta o non le fa rispettare. Ma ha soprattutto a che fare con quel grido - ‟siamo in una roulette russa” - e con quella spiegazione - ‟perché valgono solo le regole del mercato” - che si alzava ieri dal porto di Marghera.
Naomi Klein ha descritto come certi shock economici siano serviti a far passare norme e interventi a vantaggio dei padroni del vapore, o dei pacchetti azionari. E' tempo che sia lo shock provocato da queste morti a imporre, oggi, una nuova centralità del lavoro, la sua priorità rispetto a ogni altra ‟voce produttiva”.
Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin

Gianfranco Bettin è autore di diversi romanzi e saggi. Con Feltrinelli ha pubblicato, tra gli altri, Sarajevo, Maybe (1994), L’erede. Pietro Maso, una storia dal vero (1992; 2007), Nemmeno il destino (1997; 2004, da cui è stato tratto il film omonimo di Daniele Gaglianone), Nebulosa del Boomerang (2004), Gorgo. In fondo alla paura (2009). Insieme a Maurizio Dianese, ha pubblicato per Feltrinelli l’inchiesta La strage. Piazza Fontana. Verità e memoria (1999), Petrolkiller (2002) e La strage degli innocenti. Perché Piazza Fontana è senza colpevoli (2019). Con Marco Paolini ha scritto lo spettacolo teatrale Le avventure di Numero Primo e il romanzo omonimo (2017). Con Andrea Segre ha scritto il docufilm Il pianeta in mare (2019), in selezione ufficiale alla Mostra del Cinema di Venezia 2019. Il suo ultimo romanzo è Cracking (2019).

 

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