Oggi è il ‟Giorno della Memoria”. C’è chi si domanda se sia una formalità, una cerimonia, l’occasione di un bel discorso nell’Aula Magna. C’è chi teme che tornare al passato divida e riapra non solo immagini di tragedia e dolore ma anche di spaccatura fra combattenti (memoria di combattenti) di una parte e dell’altra. C’è chi suggerisce che tutti i combattenti, finita una guerra sono uguali e tanto vale darsi la mano e andare avanti con la vita. C’è chi sostiene che tutte le vittime sono uguali e poiché qualunque morte è una perdita immensa, non è il numero che fa differenza. Onore a tutte le vittime, e la vita continua.
C’è anche chi pensa (e si è dato da fare moltiplicando i Giorni dedicati alla Memoria e al ricordo) che ci sono stati tanti eventi spaventosi nel mondo e di tutti occorre farsi carico, siano le vittime o i colpevoli di una parte o dell’altra. Se ci sono stati i campi di Hitler ci sono stati anche quelli di Stalin e le Foibe di Tito. Dunque o tutti o nessuno.
È comprensibile che - col tempo - i fili degli eventi si mischino spesso in confusi gomitoli. C’è chi sospetta l’uso - come si dice - strumentale. E chi teme che si alzino voci ‟buone” ma così generiche, così sbiadite nella condanna di tutti i mali e nella esaltazione di tutto il bene, da risultare afone.
Per questo esiste ‟Il Giorno della Memoria”. Ripeterò per i più giovani, per chi arriva adesso a rendersi conto dell’evento, che la data è il 27 gennaio, il giorno in cui i cancelli della città-sterminio di Auschwitz sono stati abbattuti dai soldati russi (allora si diceva ‟sovietici”) mentre avanzavano da Est verso Berlino (americani e inglesi venivano avanti da Ovest e da Sud stavano liberando la Francia e l’Italia), e la guerra stava per finire in pochi mesi, cancellando dal mondo il fascismo e il nazismo. È vero, ben presto il mondo si sarebbe reso conto che crimini di massa erano stati commessi e hanno continuato ad essere commessi per decenni dentro quell’Unione Sovietica che aveva pagato un prezzo immenso per ridare libertà al mondo contro il nazismo e il fascismo (20 milioni di morti russi) ma negando la libertà a se stessa.
Ma alcuni di noi non sono mai caduti nella trappola di dedicarsi per prima cosa ai crimini del Paese che allora si chiamava Urss. Perché?
Perché alcuni di noi si rendevano conto che, durante i regimi liberticidi che hanno portato alla Seconda guerra mondiale e alla distruzione dell’Europa, due Paesi si erano macchiati di un delitto più grave di ogni altro delitto. E’ un delitto che si dirama, come una spaccatura immensa e pericolosa, nel passato e nel futuro della convivenza europea.
Dal passato ha tratto l’orrore del pregiudizio che esige il sangue. Nel futuro ha iniettato un veleno che può restare inerte a lungo, e poi ricominciare la sua azione mortale nei luoghi,nei gruppi, nelle condizioni più inaspettate.
Per questo il ‟Giorno della Memoria” - che è stato il mio impegno principale quando ero deputato dell’Ulivo nelle tredicesima legislatura e che è stato approvato prima dalla Camera (unica legge approvata all'unanimità) e poi dal Senato nell’anno 2000 - ha come punto di riferimento la Shoah, insieme al ricordo di tutti coloro che hanno pagato con la vita la loro coraggiosa opposizione politica o la loro presunta diversità.
Ho risposto giorni fa alla domanda degli studenti in una Università americana. Perché in Italia? Perché adesso?
La prima risposta meraviglia un poco chi è abituato dalla maggior parte dei film a vedere soldati, uniformi e insegne tedesche intorno alla deportazione e allo sterminio di sei milioni di donne, uomini, bambini (inclusi neonati, vegliardi, malati e morenti) cittadini di ogni Paese d’Europa condannati a morire perché ebrei.
La risposta è: perché la Shoah è un delitto italiano. L’Italia nel 1938 ha approvato le più crudeli e totalitarie leggi razziali d’Europa, il Parlamento fascista italiano le ha approvate con esultanza. Il Re d’Italia - unico re d’Europa - le ha firmate e rese esecutive.
Giovedì scorso, nel ricordare il triste evento, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha indicato il senso e la portata di quelle leggi: «Hanno aperto le porte all’Olocausto».
Il Capo dello Stato ha colto il senso e la ragione della legge che istituisce il Giorno della Memoria: abbandonare l’idea che un conto sono le leggi razziali, cattive ma senza vere conseguenze nel destino delle persone, e un conto sono i campi di sterminio che gravano sul passato e sulla coscienza tedesca.
Il nesso stretto, il rapporto tragico ed evidente tra causa e effetto, mette in evidenza un aspetto che la storiografia italiana, nell’immenso groviglio di fatti tragici che sono la Seconda guerra mondiale, ha trascurato. La Shoah, dettagliato e accurato progetto criminale per lo sterminio di un popolo, non avrebbe potuto essere imposta con tanta forza alla classi dirigenti e alla sostanziale accettazione delle classi medie di tutta l’Europa occupata, se l’Italia non fosse apparsa, non solo come alleato della guerra ma anche come partner del grande delitto di massa. Nel famoso e tragico «asse Roma-Berlino» l’Italia era l’altra mano del persecutore, una presenza e una partecipazione che certo faceva il suo effetto su tutte le altre aree occupate e governate con leader fantocci e gaulaiter. Fino al punto che non è fuori posto domandarci: sarebbe stato possibile imporre e realizzare in tutta l’Europa il progetto persecutorio se l’Italia non avesse avuto parte attiva - dalle leggi razziali alla strage di Meina, alla Risiera di San Sabba, alle spietate deportazioni iniziate a Roma, a pochi metri dal Vaticano e dai palazzi del potere romano, la notte del 16 ottobre 1943, nel silenzio di tutti?
Si dirà che il silenzio era imposto. Ma altrove - come nella Bulgaria fascista - la classe dirigente, pur soggetta al dominio tedesco e italiano, si è opposta. «Non toccherete i nostri cittadini» ha proclamato il presidente fascista della Camera bulgara Dimitar Peshev, dando prova della sua normalità psichica e del suo coraggio morale.
Ecco un senso del Giorno della Memoria: l’immensa offesa all’Italia e ai suoi cittadini - tutti - spingendo una parte di essi nel ruolo delle vittime (7.000 non sono tornati) e l’altra in quello dei persecutori.
È vero che tanti non si sono prestati al macabro gioco e alcuni hanno rischiato la vita per salvare altre vite. Ma ciò non cancella le leggi, la loro enormità, la loro portata. La consegna da parte di italiani agli esecutori tedeschi di cittadini italiani privati di ogni diritto e difesa è un progetto che ha lasciato la sua impronta di morte su tutta l’Europa anche a causa, per colpa, responsabilità del ruolo italiano. E’ questo il fatto tremendo da ricordare.
Perché adesso? Mi hanno chiesto gli studenti americani. La risposta è questa. Perché qualcuno, anche in buona fede, pensa a una cerimonia di scuse o a una commiserazione del dolore o alla benevola partecipazione al lutto di altri, alla ingiustizia che altri hanno patito e a cui si vuole che - simbolicamente, a tanti anni di distanza - si dica no.
Invece è proprio adesso, mentre si mischiano freneticamente le carte in tavola e ci si affretta a riconoscere torti (che però sono ferite di una guerra finita) pur di non rinvangare il passato e si invoca una bella stretta di mano fra parti che storia e destino avevano contrapposto, proprio adesso è il momento di dire: attenti a non scrivere un’altra storia. Nella storia vera la ferita spaventosa è stata inflitta all’Italia offrendo senza vergogna i propri cittadini alla persecuzione straniera e alla volontà di persecuzione e di morte di un altro Paese, le cui regole l’Italia aveva scrupolosamente adottato e perfino aggravato. L’Italia si è piegata e spezzata in un modo che ne ha deformato l’immagine. In questa immagine orrenda, un misto di opportunismo, servilismo, paura e razzismo autentico, non è possibile - e non è permesso - separare una parte del fascismo dall’altra. Ogni nostalgia le richiama tutte. Perché erano tutti cittadini italiani coloro che sono stati offerti come vittime. E tutti fascisti italiani gli esecutori.
Erano infatti cittadini italiani i volenterosi collaborazionisti che hanno eseguito, spesso anticipando le richieste degli aguzzini, ed erano cittadini italiani coloro che hanno scrupolosamente taciuto, compresi coloro che avrebbero potuto - almeno nel 1938 - essere ascoltati nel mondo. Il silenzio italiano è stato completo e agghiacciante.
Il Giorno della Memoria è un processo al silenzio. È il silenzio di un passato che non può essere perdonato.
Occorre impedire che diventi una cerimonia. Il processo al silenzio è aperto oggi per ieri ma anche oggi per domani. Perché mai più il Paese Italia si presti ad essere il luogo di una viltà così grande. Il Giorno della Memoria questo ricorda: un delitto italiano contro l’Italia e i suoi cittadini. Non lasciatevi dire che sono cose passate.
Furio Colombo

Furio Colombo

Furio Colombo (19319, giornalista e autore di molti libri sulla vita americana, ha insegnato alla Columbia University, fino alla sua elezione in Parlamento nell’aprile del 1996. Oltre che negli Stati Uniti, ha viaggiato a lungo in Asia e in America Latina. Ha scritto per molti giornali, da ‟Il Mondo” a ‟La Stampa”, a ‟The New York Review of Books” e ha realizzato decine di documentari e servizi giornalistici per la Rai. Ha diretto l’Istituto italiano di cultura di New York dal 1991 al 1994 e inoltre ‟L’Unità” fino all’inizio del 2005. È stato più volte deputato. Tra i suoi numerosi libri: America e libertà. Da Alexis de Tocqueville a George W. Bush (Baldini Castoldi Dalai, 2005), L America di Kennedy (Baldini Castoldi Dalai 2004), Manuale di giornalismo internazionale. Ultime notizie sul giornalismo (Laterza, 1999), insieme a Romano Prodi, Ci sarà unItalia. Dialogo sulle elezioni più importanti per la democrazia italiana (2006), La paga. Il destino del lavoro e altri destini (2009), Marco Alloni dialoga con Furio Colombo. Il diritto di non tacere (2011) e Contro la Lega (2012). Con Feltrinelli ha pubblicato La città profonda. Saggi immaginari su New York (1994).

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