Il 21 maggio saranno dieci anni esatti da quando Suharto ha pronunciato la frase ‟me ne vado”, e ha lasciato la carica di presidente della repubblica d'Indonesia al suo vice Yussuf Habibie. Erano dimissioni forzate, dopo 32 anni di regno: in quel maggio del 1998 l'Indonesia era al collasso economico, nell'immenso arcipelago di oltre 100 milioni di abitanti scoppiavano tumulti popolari contro il rincaro del riso e del carburante, nelle grandi città ormai da parecchie settimane gli studenti erano in rivolta e alla fine anche gran parte dell'élite e dei militari avevano abbandonato la nave che affonda, togliendo il loro appoggio al patriarca. Gli studenti, che dopo le università hanno occupato l'edificio del parlamento nazionale, a Jakarta, chiedevano una democrazia che non avevano mai conosciuto, accusavano la brutalità e la violenza del regime, la censura, e denunciavano il ‟sistema kkn”, acronimo di ‟collusione, corruzione, nepotismo”.
Ieri Suharto è stato sepolto, con gli onori di stato, in un piccolo mausoleo nel suo paese natale non lontano da Solo, Java centrale. La morte dell'ex dittatore ha ricompattato l'élite nazionale. Dieci anni dopo, Suharto lascia questo mondo senza aver risposto né della brutalità che ha segnato il suo regno né del bagno di sangue che aveva segnato la sua ascesa (circa mezzo milione di indonesiani furono uccisi tra il 1965 e il 67), né della rete di corruzione e clientele su cui ha fondato il suo potere: il ‟sistema kkn”, appunto, incentrato su Suharto stesso, la sua famiglia e un piccolo gruppo di soci. Quasi lo stato fosse diventato una proprietà privata di famiglia: nessuno poteva investire in Indonesia senza passare per il presidente e i suoi rampolli. Il gruppo indipendente Trasparency International ha stimato che Suharto abbia sottratto alle casse dello stato tra 15 e 35 miliardi di dollari. I suoi sei figli oggi sono tra le persone più ricche del paese.
Uscito dalla scena politica, Suharto è rimasto ‟intoccabile”. Il primo dei suoi successori, Habibie, cresciuto all'ombra del patriarca, non ha fatto alcuno sforzo per aprire inchieste sulle malefatte del suo boss. Presidente di transizione, Habibie ha abrogato le restrizioni ai media e alla vita civile e portato il paese alle prime elezioni democratiche, nulla più. Nel dicembre 1998 un magistrato aveva brevemente interrogato Suharto circa gli affari di alcune fondazioni di sua proprietà e il programma di ‟automobile nazionale” in cui lo stato aveva investito enormi somme intascate da uno dei suoi figli. Ma poi Habibie ha dichiarato che non c'erano elementi per accusare Suharto di corruzione, e il Procuratore generale del suo governo ha chiuso le inchieste.
Il tentativo più serio di portare l'ex dittatore in tribunale è stato compiuto durante il mandato del presidente Abdurrahman Wahid (eletto alla fine del 1999 dal primo parlamento post-Suharto: il suo governo ha rappresentato forse il momento più alto del processo di reformasi, la transizione democratica). Nel 2000 il Procuratore generale Marzuki Darusman ha incriminato Suharto e lo ha confinato agli arresti domiciliari nella sua residenza di via Cendana, in una zona signorile del centro di Jakarta. L'accusa era di aver intascato circa 600 milioni di dollari attraverso fondazioni di beneficenza che si erano rivelate comode facciate per gli affari di famiglia. L'oggetto dell'accusa era per la verità poca cosa rispetto alle ruberie attribuite all'ex dittatore. Eppure Darusman era ottimista: in un'intervista al manifesto aveva fatto un parallelo con Al Capone, il gangster che fu incastrato per evasione fiscale. Darusman, già presidente della Commissione nazionale per i diritti umani, aveva anche aperto procedimenti per le responsabilità nei massacri che avevano accompagnato l'uscita di Suharto nel maggio '98, per gli studenti uccisi dalla polizia, e poi per i massacri a Timor Est. ‟Vedrete, questo è solo il primo passo”, ci aveva detto.
Così non è stato. Suharto non si è mai presentato in aula. Dopo un balletto di perizie mediche, la Corte suprema ha dichiarato l'ex presidente ‟permanentemente infermo”, e il processo annullato. Nessuno ha più parlato di processi durante la presidenza di Magawati Sukarnoputri, figlia del presidente che Suharto aveva deposto nel 1965. Né durante l'amministrazione di Yudhoyono, in carica dall'ottobre 2004 (primo presidente eletto in Indonesia a suffragio universale, Yudhoyono è un ex militare, cresciuto all'ombra del vecchio regime: la restaurazione della vecchia élite, benché con un volto moderato). Sotto la sua presidenza, nel maggio del 2006, il Procuratore generale ha definitivamente chiuso i procedimenti penali nei confronti dell'ex presidente. Invece, ha aperto un procedimento civile per il caso di una certa Fondazione Supersemar, attraverso cui l'ex presidente è accusato di aver sottratto alle casse dello stato 1,4 miliardi di dollari nell'arco di vent'anni. Ancora poca cosa, rispetto alla fortuna accumulata dall'ex dittatore, ma è l'unico procedimento aperto nei suoi confronti.
Nelle ultime tre settimane più volte, davanti all'esclusivo Pertamina Hospital di Jakarta dove era ricoverato l'anziano Suharto, manifestanti hanno chiesto di processare l'ex dittatore. Cento o duecento persone, studenti e attivisti delle organizzazioni per i diritti umani che continuano a battersi per la democrazia: nei cartelli dicevano ‟trattate Suharto come un cittadino qualsiasi”, processatelo. Altri manifestanti reclamavano giustizia per gruppi di persone scomparse, o di studenti uccisi. Ma Suharto non è un ‟cittadino qualsiasi”, e le voci di quei manifestanti sono rimaste in minoranza. Invece, l'élite indonesiana ha cominciato a discutere di ‟perdono”.
Numerose personalità pubbliche hanno firmato appelli per chiedere che anche l'ultimo procedimento contro Suharto sia chiuso: persone legate al vecchio regime e altre che pure hanno guidato l'opposizione a Suharto, come l'ex presidente Abdurrahman Wahid, o l'ex speaker del parlamento nazionale Amien Rais che nel maggio '98 guidava marce di protesta: anche loro ora parlano di ‟perdonare gli errori” di un presidente che comunque ha dato prosperità alla nazione. Il governo in effetti ha offerto ai figli del dittatore un compromesso, sotto forma di patteggiamento: la famiglia pagherà allo stato un risarcimento, meno di un terzo della somma contestata, e ogni procedimento giudiziario sarà chiuso. I figli a quanto pare hanno rifiutato: chiedono il perdono totale per il padre.
Il Jakarta Post, quotidiano in lingua inglese (dunque di élite) che anche negli anni più bui ha dato qualche spazio alle fazioni dissidenti, domenica annunciava sul suo sito, con solennità: ‟Il padre dello sviluppo è morto”. Per questo ‟padre” sono stati proclamati sette giorni di lutto nazionale, funerali di stato, elogi solenni, bandiere a mezz'asta. E l'amnesia nazionale.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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