La camera alta (Meshrano jirga) afghana è insensibile alle pressioni internazionali per salvare la vita del giornalista Sayed Parwiz Kambakhsh. Anzi, ieri ha confermato la condanna a morte proprio criticando le prese di posizione della comunità internazionale. Anche se a condannare la sentenza sono state anche organizzazioni afghane come Rawa e molti democratici.
Una condanna solo simbolica, non ha validità legale in quanto l'approvazione della sentenza spetta al presidente Hamid Karzai, ma altrettanto pesante. Sayed (titolo che accompagna i nomi dei discendenti del profeta) Parwiz Kambakhsh di Mazar al Sharif è stato condannato a morte per blasfemia per aver diffuso materiale ‟anti-islamico”, documenti scaricati da Internet in cui si sarebbe accusato Maometto di aver ignorato i diritti delle donne. Prima ancora di entrare nel merito delle accuse pretestuose e della aberrante condanna, occorre sottolineare che nell'Afghanistan del dopo-taleban un giornalista viene condannato non da un tribunale civile ma da una corte islamica. Non solo, ancora più grave, si tratta del paese in cui all'Italia è stata affidata la ricostruzione del sistema giudiziario. L'Italia ha speso finora 1.230.825 euro per la ‟riabilitazione e sostegno al sistema giudiziario e penitenziario afghano”. Si tratta di una delle principali inziative di cooperazione italiana ‟finalizzato al ristabilimento di uno stato di diritto nel paese”, si legge nel sito del ministero degli esteri. Quale stato di diritto?
Quale giustizia? Il governo italiano o chi per lui dovrebbe chiederselo e chiedersi se ha un senso spendere tanti soldi per permettere che cittadini innocenti vengano condannati a morte. L'Italia che si è fatta promotrice della meritevole campagna per la moratoria della pena di morte, non si pone il problema di sostenere (politicamente e finanziariamente) il sistema giudiziario di un paese che continua a eseguire condanne a morte per di più comminate da tribunali islamici che nulla hanno a che vedere con la legislazione civile. E' vero che l'Afghanistan si definisce stato islamico e la sharia viene considerata la prima fonte della legge, ma allora su che base l'Italia ha formato i giudici afghani? Se fosse sulla sharia sarebbe stato meglio se il compito fosse stato affidato a un paese islamico, se non è così, che senso ha formare dei giudici se la giustizia, su un tema così sensibile come la libertà di informazione viene affidata a un tribunale islamico.
Il caso di Parwiz Kambakhsh è particoralemente allarmante. A essere preso di mira era in realtà il fratello, Sayed Yaqub Ibrahimi, per aver denunciato apertamente sul sito dell'Institute for war and peace reporting (Iwpr) la violazione dei diritti umani perpetrate dai signori della guerra ancora al potere in Afghanistan. Ibrahimi era stato interrogato ripetutamente dai servizi segreti e minacciato di morte. Non avendo trovato il pretesto per condannarlo si sono rivalsi sul fratello, studente della Balkh university. Giudicato senza nessuna difesa e senza nessuna prova.
In un altro procedimento altre tre persone rischiano la pena di morte,tra cui Ghaws Zalmai, famoso giornalista sotto accusa per aver tradotto in dari (una delle due lingue ufficiali in Afghanistan) il Corano. La traduzione del Corano è vietata perché si tratterebbe di una interpretazione del testo sacro. Zalmai, che fino a poco tempo fa aveva vissuto in Gran bretagna, era diventato portavoce del Procuratore generale della repubblica e aveva organizzato la distribuzione di 6.000 copie del Corano tradotto. Gli studiosi islamici non hanno riconosciuto come valida la traduzione in dari, tuttavia anche in questo caso la condanna a morte sembra assolutamente insostenibile. Peraltro i processi equi non sono di casa in Afghanistan dove nel 2002 è stato nominato dal presidente Karzai a capo della Corte suprema Haji Faizal Shinwari, fondamentalista islamico, che ha nominato magistrati 300 suoi seguaci.
I singori della guerra al potere, la giustizia nelle mani dei fondamentalisti più intransigenti, i tribunali islamici che si sostituiscono alle corti, la corruzione dilagante rendono il sistema giudiziario afghano assolutamente inaffidabile.
Perché il governo italiano continua a sostenere e finanziare un sistema giudiziario così inadeguato? Si tratta di una grave responsabilità dell'Italia. E non solo. Dopo una guerra, ancora in corso, per cacciare i taleban, non solo i taleban non sono stati sconfitti ma i signori della guerra al potere, e Karzai che è loro ostaggio, usano gli stessi metodi degli ‟studenti di teologia”. La società civile che nei giorni scorsi si è riunita a Kabul non potrà avere voce finché al potere resteranno i signori della guerra e i tribunali islamici che possono condannare a morte.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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