Nella formidabile leva satirica esplosa negli anni Settanta, formatasi attorno a Linus e soprattutto al Male, Angese, scomparso lunedì a Perugia, si distingueva per un dono molto raro tra le sensibilità di opposizione, allora come oggi: la sua era un’arte allegra. Nelle sue strisce il potere era tradotto in una teoria di pupazzetti assai più comici che tragici, con trame da cartoon, contundenti e deraglianti. Era molto difficile odiare i suoi Craxi e Martelli, i suoi democristiani e i suoi comunisti ridotti alla natura piccina e tonda di puffi presuntuosi ma sostanzialmente impotenti, travolti essi stessi dalla vanità o dalla supponenza. Tra tutti, Sergio era forse il più istintivamente libero da ideologie e militanze (non dalle idee, che sono altro) in anni nei quali esserlo non era semplice e difatti non era consueto. Era il potere nel suo assieme, come luogo paradigmatico della seriosità e del sussiego, a farlo ridere. Il suo disegno veloce, naturalmente comico, incapace di deformare in senso grottesco o insultante i volti dei potenti, semplicemente trasferiva le gesta dei politici dalla greve complessità della vita pubblica a una specie di demenza infantile: nessuno come Angese sapeva indovinare, dietro la maschera delle Alte Responsabilità e del Ruolo Istituzionale, dietro le cravatte e le grisaglie, il bambino litigioso e megalomane che è l’anima profonda di molti atteggiamenti adulti. Lo sguardo allegro di Angese era una vocazione irriducibile: ai tempi di Tango e di Cuore era frequente vederlo discostarsi dalle discussioni più aspre e seriose, e sentirlo ripetere, con voluta determinazione, che ‟bisognava divertirsi”. Concetto che, specie in quegli anni, poteva facilmente essere malinteso, come un indizio di leggerezza o di disimpegno. Era invece, quel richiamo al ‟divertimento”, non solo un antidoto al settarismo, ma anche l’indicazione della natura ‟altra” della satira rispetto alla politica e al giornalismo. Divertirsi, per lui, voleva dire mantenere il proprio punto di vista lontano dall’appiccicosa, contagiosa serietà del potere. Anche per questo se ne era andato da Roma ancora giovane, a vivere in Umbria in mezzo alla natura. Aveva perduto contatti e, a sua volta, «potere», il potere contrattuale con i giornali e l’editoria, e nei suoi ultimi anni ha avuto molto meno di quanto avrebbe meritato. Ha messo in piedi una scuola di satira, andava a cavallo, collaborava con il Quotidiano Nazionale e teneva un blog, nel quale il suo disegno procedeva spedito verso nuove forme. I pupazzetti sono diventati fisionomie più complicate, il volto umano si allontana dalle stilizzazioni cartoonesche delle origini. Ma lo spirito era sempre quello: in una delle sue ultime tavole Walter Veltroni è Ciccio, l’assistente pingue e pigro di Nonna Papera, il potere rimane pur sempre un fumetto e ridurlo tale è la massima rivincita che un uomo senza potere ha la fortuna di potersi concedere. Una malattia feroce e ingiusta lo ha portato via a cinquantasei anni, pochissimi per chiunque, ancora meno per una persona che aveva ancora molta voglia di giocare. I suoi amici dicono che è stato molto coraggioso. Forse per le persone spiritose, che conoscono i limiti delle cose, essere coraggiosi è più facile. Le ceneri saranno sepolte nella Libera Università di Alcatraz, Santa Caterina di Gubbio, alle 17 di sabato 23.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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