Ormai frequentiamo soltanto i nostri compagni di lavoro. Chi vive in un ufficio passa con le stesse persone gran parte del suo tempo, chi è libero professionista come me ha il privilegio di cambiare continuamente questo ambiente, ma la sostanza non cambia. La nostra vita è il lavoro, e il non-lavoro, in un certo senso, è diventato la condizione di chi una vita non ce l'ha. Io ho tentato una terza via, quella che di solito non esiste, e non ho mai capito se ho fatto bene o male. Ho accettato come tutti la necessità di lavorare per vivere, ma non ho mai resistito a lungo in un luogo di lavoro. Così come non sopportavo di sentirmi costretto a diventare amico dei miei compagni di classe, finiti per caso insieme, allo stesso modo sono stato avaro di affetti con i miei compagni di lavoro, e pur avendo ricoperto tanti ruoli (postino trimestrale, insegnante precario, redattore di casa editrice, direttore di un mensile scientifico, e da qualche anno sceneggiatore) non ho mai desiderato né avuto relazioni amorose negli ambienti di lavoro. Ma naturalmente ne ho viste avvenire parecchie. Alcune sono andate normalmente, molte le ho viste naufragare nei modi peggiori, tra pettegolezzi feroci e segni di corna agitate dietro le spalle. Chissà perché negli ambienti di lavoro le storie d'amore hanno sempre avuto ai miei occhi una sorta di luce negativa, patologica, sgradevole. Non credo nei colpi di fulmine, e sono convinto che ci si innamora soltanto quando lo si desidera. Come avrei potuto lasciarmi corteggiare dalle mie giovanissime allieve in pieno transfert edipico? Con quale faccia avrei distribuito favori e ferie alle mie impiegate più carine in cambio di qualche attenzione? Non ne faccio una questione astrattamente morale. Mi considero libero di fare quello che voglio e rispetto tutte le libertà altrui, quindi questa mia volontaria astensione ha un significato diverso. Come tutti gli scrittori ho un bisogno disperato di essere amato, ma voglio essere amato soltanto per quello che sono davvero e non per quello che rappresento. Mi piacerebbe, all'inizio di questo piccolo viaggio nel mondo del lavoro, sfatare subito un luogo comune sulle donne: tutte le donne, e ancora di più quelle piacenti, usano le armi della seduzione per fare carriera. Certamente avverrà, non voglio negarlo, e anch'io qualche volta l'ho visto avvenire, ma in misura molto inferiore alla leggenda. Non voglio diventare un adulatore, detesto gli uomini "che amano le donne" in generale, ma mi sento in dovere di testimoniare la realtà della mia lunga esperienza in proposito. In tanti anni neppure una volta una donna mi ha offerto le sue grazie in cambio di qualcosa che attenesse al lavoro. Sono un uomo normale, direi assolutamente medio, quindi credo di rappresentare la maggioranza degli uomini. Ho avuto come tutti alcune corteggiatrici ma non ho mai su-bìto quelle fastidiose insistenze di cui spesso si rendono protagonisti gli uomini. Nessuna donna, nella mia lunga vita lavorativa, ha mai compiuto verso di me un gesto volgare o invadente. Da molte di loro ho piuttosto ricevuto segni di solidarietà nei momenti difficili, mentre i colleghi uomini si tenevano alla larga. Quando sono stato dirigente d'azienda ho vissuto un terribile episodio di mobbing, e ricorderò per sempre la compagnia affettuosa e partecipe delle mie impiegate e delle mie segretarie. Lavoravo per una azienda "semipubblica", che subiva fortissime pressioni politiche e di fatto apparteneva a una corrente politica di un grande partito. Perse le elezioni, un grande uomo politico "padrino" di questa azienda ha chiesto e ottenuto la mia testa per piazzare alcuni uomini del suo staff che si trovavano disoccupati. Un giorno, mentre il mio lavoro procedeva benissimo, fui convocato dal capo del personale (con il quale pranzavo ogni giorno!) e fui minacciato senza mezzi termini. "Se insiste e se si rivolge a un avvocato la mettiamo in un sottoscala senza telefono": queste le sue parole. Settimane terribili. Il mondo all'improvviso era cambiato. I miei colleghi dirigenti mi evitavano, nessuno mi invitava al suo tavolo in mensa, nessuno mi ha manifestato la minima solidarietà. Ci tenevano anzi a mostrarsi freddi con me, ostentando il loro non-saluto davanti al direttore generale. Che uomini... provo ancora pena per loro. Soltanto le mie impiegate mi sono rimaste accanto fino all'ultimo giorno. Di solito il dirigente non pranza con i suoi diretti dipendenti, ma quando mi videro solo in fondo alla mensa non hanno esitato un attimo e hanno sempre pranzato con me, ostentando davanti a tutti la loro stima e il loro affetto. Qualcuna ha pagato caro questo atteggiamento. Mi capita spesso di dover descrivere nei miei libri questo lento declino del ruolo dell'uomo nel mondo occidentale: sempre più fragile, sempre più frustrato, sempre più abulico. Certo, ci sono donne carrieriste e tremende, ci sono "le amanti del capo", ma in generale il comportamento delle donne è più dignitoso di quello degli uomini. So di insegnanti che approfittano delle loro allieve, di "psicanalisti" televisivi che allungano le mani sulle loro pazienti, di direttori generali che impongono come in un branco di primati il loro dominio biologico. Ne ricordo uno particolarmente sgradevole, un uomo molto importante. La capa delle sue numerose segretarie (sposata con un semplice impiegato) ostentava sulla sua lussuosa scrivania (la più vicina al Capo) la foto grottesca del suo ultimo nato, un bambino praticamente identico al direttore generale, con le stesse brutte borse scure sotto gli occhi. Per i motivi che ho detto le aziende sono diventate ai miei occhi luoghi disgustosi, e quando sono costretto alla cravatta mi sento male, come se dovessi tornare in quei maledetti uffici abbelliti da tristi ficus morenti. Naturalmente non tutti i direttori generali che ho conosciuto erano così volgari! Marani, il grande capo del personaggio del mio ultimo libro, l'ex amministratore delegato Enrico Metz, non lo era affatto. Mi sono ispirato al vecchio dirigente, che mi ha introdotto nel mondo del lavoro. Era cortese con tutti, con il portiere e con le segretarie. Un giorno mi lasciò rimproverare aspramente un mio dipendente, e quando ci trovammo soli mi disse: "Ha sbagliato. Quell'uomo è distratto perché suo figlio sta morendo di cancro...". Una lezione indimenticabile. Un grande dirigente, un vero maestro di vita, che ricordo ancora con affetto. Uno dei pochi che ho conosciuto, purtroppo. Da molti anni, grazie al cielo, vivo della mia scrittura, e scrivo libri e sceneggiature per il cinema. Un film è a volte un prodotto artistico di altissimo livello, ma è sempre e necessariamente anche un prodotto industriale. Quando si prepara un film si apre una vera e propria azienda, anche se si scioglierà nel giro di poche settimane. Mi fa piacere poter sfatare un'altra stupida leggenda. Nelle chiacchiere da bar le attrici vengono descritte quasi come donne prive di scrupoli. "Si sa, per arrivare a quel punto, chissà quanti "sì" avranno detto...". Come ho scritto prima ci saranno senz'altro attrici "prive di scrupoli" ma ancora una volta la mia testimonianza proporrà l'esatto contrario. Il pubblico ama immaginare il mondo del cinema come un mondo dorato, ma non sa niente della vera vita degli attori. In tanti anni ho imparato ad ammirarli, per il loro coraggio e per la loro perseveranza. Soltanto pochissimi vivono nelle ville fatate delle riviste di moda, tutti gli altri sopravvivono a stento. Letteralmente, qualche volta. Non dimenticherò mai la faccia triste di un attore che con grande dignità è venuto a chiedermi due pacchi di spaghetti per sfamare la famiglia. Accenno a questo episodio estremo per spiegare che si tratta di una carriera dura e difficilissima, che in certo senso giustificherebbe qualche peccato veniale. Eppure, in tanti anni, nessuna attrice mi ha fatto "proposte indecenti" perché caldeggiassi la sua presenza in un film. Non voglio descriverle come "sante", nella loro vita privata combineranno pasticci come tutti gli altri, ma nel lavoro non ho mai visto un'attrice comportarsi nei modi descritti dalle leggende popolari. Il set è un ambiente di lavoro snervante, che unisce tutti i reparti, attori famosi e macchinisti. Le notti sono lunghe, e i ciak brevissimi e spesso strazianti. Voglio concludere questo breve viaggio con il ritratto di una donna che ammiro, con la quale ho qualche volta il piacere di lavorare: la signora Edwige Fenech. Come è noto ha interrotto da anni la sua professione di attrice ed è diventata produttrice. Come dice lei stessa, "la donna che ha fatto più docce nella storia del cinema" è circondata da infiniti pettegolezzi, naturalmente tutti inventati. In realtà la signora Fenech è una grande lavoratrice, appassionata e generosa, attenta a ogni particolare nella costruzione di un film. Credo sia uno dei nostri migliori produttori, ed è certamente uno degli esseri umani più interessanti che io abbia mai conosciuto. È straordinaria, per esempio, la forza del suo carattere, unita a una grandissima sensibilità umana. Guida personalmente la sua macchina, e come tutti noi passa faticose giornate immersa nel traffico, tra riunioni infernali che si protraggono fino a tarda sera. Una sera, durante una cena di lavoro, l'ho vista impartire una dura lezione a un elegantone, pettegolo e dal mestiere incerto. "Mi hanno detto che io e te avremmo fatto delle "belle cose", in una macchina, di notte... ma peccato, io non lo ricordo...". Ho visto poche facce schiaffeggiate con tanta esplicita sincerità. Se posso tentare un bilancio di queste mie esperienze non posso dire che questo, ed è un dato confortante: la dignità è ancora un valore, per molte persone. Mi sono presentato in un circolo anarchico quando avevo quattordici anni, e anche se non sono più anarchico da secoli credo come allora nella libertà e nei diritti di ogni individuo. Ma non credo nel mito delle "esperienze". Non è affatto vero che ci rendono comunque migliori. Una brutta storia d'amore può renderci ancora più poveri e tristi, peggiori di quello che eravamo. Così come uno scrittore è anche lo scrittore dei libri che ha avuto il coraggio di non scrivere, un uomo e una donna sono anche le storie d'amore che hanno scelto di non vivere.

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