Lo psicodramma della pazza Inter frantuma il mito caduco della sua imbattibilità, cui nessun tifoso esperto credeva davvero, e ricolloca il centenario nerazzurro nella sua congenita dimensione esistenziale: furia, esaltazione, il solito buon vecchio godimento masochistico. Ma nel tumulto delle emozioni calcistiche, la metropoli che ormai ha assunto lo stadio Meazza come suo epicentro ideale, ben più di piazza Duomo, si rispecchia e scopre dell’altro: l’inedito ruolo esercitato dalla famiglia Moratti nei gangli vitali di Milano, dalla politica alla cultura, dall’economia allo sport. È un fenomeno rivelatore di metamorfosi strutturali avvenute nella (presunta) capitale del Nord. Niente a che vedere con l’egemonia bianconera degli Agnelli sull’one company town che per decenni fu Torino. La ramificazione dei Moratti ha natura policentrica, e tale conformazione li condanna alla precarietà - scossi perfino da un’eliminazione in Champions - ma al tempo stesso fa di loro un contrappeso vincente al potere monocratico di Silvio Berlusconi. Da Palazzo Marino dove governa Letizia Moratti, grazie al voto dei milanesi ma anche ai quattro milioni di euro personalmente stanziati per la sua elezione dal marito Gianmarco, vicepresidente di Confindustria; ai banchi dell’opposizione su cui siede la cognata Milli, accompagnatrice di Veltroni nei suoi recenti tour ambrosiani; fino alle cene di via Bigli, dove al desco di Massimo Moratti si ritrovano Adriano Celentano e l’avvocato Guido Rossi, insieme al vicino di casa Marco Tronchetti Provera: viviamo l’amalgama della speciale miscela simbolica capace di unire establishment e popolo. Niente di calcolato. Lontani come sono dalle astuzie della trasversalità, a modo loro ingenui, i Moratti di destra e di sinistra si dividono cordialmente ma sostanzialmente nelle opzioni culturali. Gli uni con San Patrignano, gli altri con Emergency, ma dappertutto nel tessuto cittadino incassano riconoscenza e prestigio. Così, intorno alla tribuna d’onore, sugli spalti interclassisti di San Siro convergono generazioni e anime diverse, i Larussa con i Gino & Michele, il business televisivo e le tribù xenofobe, i bambini degli Intercampus e i banchieri. Mi rendo conto che questa mescolanza di argomenti calcistici e sociologici può apparire stralunata. Eppure è un aspetto della contemporaneità con cui dovremo abituarci a fare i conti. Ricordo ad esempio una serissima conversazione con Massimo Moratti, nel corso della quale il presidente mi passava in rassegna i cambiamenti in atto nel potere milanese attribuendo valore interpretativo all’essere l’un manager interista, l’altro milanista. Un mattacchione? Tutt’altro: uno sguardo diverso ma realistico sull’evoluzione della metropoli. Ciò spiegherebbe anche la sua gestione sentimentale e rocambolesca della squadra di calcio, a causa della quale Moratti subisce ironie che neanche troppo soffre, perché ne esaltano una sorta di vena artistica. La mutevolezza delle strategie, l’incapricciarsi per questo o quel talento da proteggere a vita - perfino il tradimento di Ronaldo, già perdonato - sembrano fare di lui un erede degli Sforza o dei Visconti di Modrone, restio a lasciarsi ingabbiare nella figura banale dell’imprenditore moderno. Dunque: un potente sui generis, proverbiale nei suoi improvvisi cambi d’opinione, sensibilissimo al dispetto suscitato fra i tifosi, senza che ciò gli impedisca di continuare, come se niente fosse, a fare e disfare di testa sua. La fonte inesauribile di questo potere è il flusso del petrolio raffinato dalla Saras. Una compagnia che è riuscita ad avvantaggiare il suo azionista perfino incappando in disastrose performances borsistiche. E ora moltiplica gli utili in virtù dello sciagurato incremento di prezzo dell’oro nero. Dovremo pur riflettere su questa centralità assunta dai petrolieri, dagli immobiliaristi e dai finanzieri nei luoghi cruciali del capitalismo italiano: il nuovo potere milanese si fonda su un flusso che somiglia più a una rendita che a un’attività imprenditoriale. Del resto anche la sindachessa Letizia affida buona parte del suo destino politico alla conquista dell’Expo 2015, a suo modo portatore di un altro "flusso" di risorse pubbliche. In sostanza: Milano importa ormai ricchezza, più di quanta non ne produca. E l’Inter, con o più probabilmente senza l’allenatore Mancini (che quando andrà via, siamone certi, lo farà abbracciandosi col generoso presidente), funge da terminale emotivo di tale circuito. Che importa se ogni anno bisogna mettere mano al portafogli per ripianarne i passivi? L’apparente irrazionalità dell’impresa genera profitti immateriali formidabili. Consuma vorticosamente allenatori, campioni, dirigenti, ma desta crescente curiosità e alimenta un mito contemporaneo. Negli Stati Uniti una dinastia cittadina come quella morattiana avrebbe già lasciato un’opera, una Fondazione no profit, un segno inconfondibile di pubblica "restituzione" dall’alto dei suoi privilegi. Ma noi abbiamo a che fare con un altro tipo di imprenditori, e la testimonianza del paradosso ci viene dalla relazione che instaurano con la politica. Né il centrodestra in cui milita Letizia Moratti sostenuta dal marito, né il centrosinistra che ha portato l’ambientalista Milli fin nella commissione Codice etico del Pd, si sono mai confrontati con questa famiglia di petrolieri sul tema cruciale delle liberalizzazioni, tanto necessarie nel comparto petrolifero più arretrato d’Europa. L’estate scorsa il partito del ministro Bersani è giunto a offrire a Massimo Moratti l’acquisto dell’Unità. Mi chiedo con quale serenità avrebbe poi trattato lo spinoso capitolo delle rendite di posizione dei petrolieri, che tanto influiscono sul prezzo della benzina. Chi eventualmente volesse farsene carico un domani, sappia che rischierebbe di penalizzare la campagna acquisti dell’Inter, cioè la priorità assoluta del nuovo dominus. Ma il prezzo della benzina è tema molto meno interessante del centenario nerazzurro - con le sue montagne russe di gioie e dolori - in cui s’è consacrato il potere dei Moratti. Traballante, dunque italianissimo e duraturo.
Gad Lerner

Gad Lerner

Gad Lerner è nato a Beirut nel 1954 da una famiglia ebraica che ha dovuto lasciare il Libano dopo soli tre anni, trasferendosi a Milano. Come giornalista, ha lavorato nelle principali testate italiane da inviato o con ruoli di direzione. Ha ideato e condotto vari programmi d’informazione televisiva alla Rai, La7 e Laeffe. Ha diretto il Tg1. Le sue ultime trasmissioni d’inchiesta sono “Operai” e Ricchi e poveri. Con Feltrinelli ha pubblicato Operai (1988, 2010) e Tu sei un bastardo. Contro l’abuso delle identità (2005), Scintille (2009) e Concetta. Una storia operaia (2017).

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