Rifiutando il boicottaggio delle Olimpiadi, il Dalai Lama ha tolto d’impiccio le autorità del mondo intero. Le quali possono ora fare a cuore più leggero quello che comunque desiderano fare: finta di niente. Eppure la partita di questi giorni è fatidica. La vigilia delle Olimpiadi offre alle democrazie l’ultima occasione di regolare la propria distanza dalla Cina, prima che, davvero, i Giochi siano fatti. Dopotutto, la brutalità di Tienanmen spalancò le porte al boom cinese degli anni Novanta. E’ già stato sintomatico lo pseudoincidente della cancellazione della Cina dalla lista nera americana, a poche ore dalla ribellione tibetana. E anche il silenzio del Papa, che sarà rattoppato, ma intanto mostra quanto il Vaticano sia disposto a sacrificare alla normalizzazione dei rapporti con lo Stato cinese. Ricalcando le parole del Dalai Lama, padre Cervellera ha evocato il "genocidio culturale e religioso" in Tibet. Pechino conta di designare, alla morte del Dalai Lama, che ha 72 anni, un successore sulla propria misura: ne potrebbe risultare una doppia autorità lamaista, com’è stato per la cattolica. Ma l’affinità fra le fedi perseguitate non basta ad allearle di fronte alla persecuzione. Il mancato incontro del Dalai Lama col Papa a dicembre fece meno scalpore solo perché coincise con una incresciosa sequela di mancati incontri.
Non so se la disputa terminologica sulla violenza cinese contro il Tibet (o, con le debite differenze, contro i musulmani uiguri dello Xinjiang), per la quale non si può che attenersi alla definizione di Antonio Cassese, sia fruttuosa. E’ vero che "genocidio", neologismo del 1944, è diventata più o meno una paroletta magica, da usare per omettere il soccorso più che per portarlo, così in Ruanda o in Darfur – salvo piangerci su lacrime di coccodrillo. Comunque la si chiami, la repressione della tradizione tibetana e la sua programmata cancellazione attraverso l’immigrazione di etnia Han, che ha già dato alla capitale Lhasa una maggioranza cinese, basta e avanza a motivare la sanzione internazionale. Se questo non avviene, non è per un rispetto legalitario della sovranità nazionale cinese, ma per la reverenza intima e travolgente che si prova per il più forte. Si può discutere se la Cina sia già oggi il più forte: è un fatto che lo sarà di qui a poco. Dunque la scelta di oggi della comunità internazionale è destinata a ipotecare quelle future.
La globalizzazione ha ripristinato il legame fra numerosità della popolazione e vastità del territorio da una parte, e potenza dall’altra. Questo è immediatamente evidente quanto al peso della demografia. Già per l’Islam, misurato, più che per le sue divisioni statali, teologiche, etniche, per il numero totale: un miliardo e trecento milioni (l’equivalente della popolazione cinese) e l’impetuoso incremento demografico. La più annosa e delicata delle crisi, nonostante la sua infima piccolezza, quella israelo-palestinese, viene sempre più confidata dal lato arabo alla demografia, dunque al tempo –nemmeno molto lungo. L’ascesa mondiale della Cina (e, in subordine, dell’India) restituisce alla popolosità i suoi diritti, perduti un paio di secoli fa, quando la potenza tecnologica e militare dell’Inghilterra seppe farne a meno.
Che cosa dobbiamo aspettarci dall’ascesa cinese? E’ evidente che, sia pure non nella trista forma del "pericolo giallo", la paura della Cina, che non ha mai abbandonato l’Europa e l’Occidente, ha ripreso vigore, e il successo del pamphlet di Giulio Tremonti le deve molto. E’ la prima volta nel mondo moderno che vuol prendere la testa chi ha la popolazione più numerosa; di qui la peculiarità dell’allarme – il formicaio umano. In questi stessi giorni Carlo Feltrinelli ha mandato in libreria un voluminoso studio di Giovanni Arrighi: "Adam Smith a Pechino. Genealogie del ventunesimo secolo". Arrighi tratta del successo cinese e dei suoi effetti a lungo termine. Alcuni dei suoi argomenti mi hanno colpito, e mi paiono pertinenti, magari per contrasto, con la vicenda urgente della repressione del Tibet e in genere delle minoranze in Cina. A cominciare dal titolo e dal sottotitolo. Arrighi muove dalla constatazione dell’inadeguatezza dei modelli storici (compreso quello marxiano) per interpretare l’avvento cinese, e gli cerca una genealogia sostitutiva in Adam Smith, e in una sua idea di un mercato mondiale non-capitalistico. Io, che sono lontano dalle conoscenze necessarie ad affrontare un simile tema, ho la stessa impressione dell’inadeguatezza dei canoni di interpretazione storica finora disponibili: ma di tutti. E mi pare che il tentativo di trovarle una genealogia teorica supplente, anche quando, come in Arrighi, è ricco di suggestioni, sia piuttosto rivelatore del bisogno psicologico di aggrapparsi, scivolando giù, a qualche radice. L’Adam Smith di Arrighi è un ciuffo d’erba. Quello che confusamente penso del mondo nuovo ha a che fare con l’espressione pressoché inavvertita che accompagna tutto ciò che si riferisce alla Cina: "senza precedenti". La crescita dell’economia cinese: senza precedenti. (Stiglitz attenua appena con un superfluo "probabilmente": "Probabilmente la più notevole di tutta la storia"). La combinazione fra autocrazia partitica e concorrenza economica: senza precedenti. Gli effetti di una demografia forzata: senza precedenti. E così via. Ora, a prenderla sul serio, l’espressione "senza precedenti" vi leva il terreno sotto i piedi. E’ una dichiarazione di inservibilità del passato. Noi possiamo scherzare sull’illusione che la storia sia maestra di vita, ma se smarriamo davvero l’uso del passato siamo allo sbaraglio. La Cina ci sfida a questo sbaraglio? Con la sua unprecedented economic growth? Scriverlo in inglese serve, perché prende un significato più pregnante che non nel nostro generico senza precedenti. Noi siamo gente di diritto romano e di legge scritta, mentre il common law anglosassone si fonda sui precedenti giudiziari. Un caso senza precedenti vi è pressoché ingiudicabile, e comunque esposto a un estremo arbitrio, o una estrema fantasia. Usciamo dal diritto e prendiamo sul serio la Cina come un caso unprecedented. Dovremo ammettere di camminare sulla terra avendo perso la bussola. Proveremo qualche esame di riparazione. Ci ricorderemo che siamo svantaggiati dal fatto che non parliamo cinese, e conosciamo malissimo quella storia. Lo stesso Arrighi non si limita alla sua lettura di Smith, ma cerca nel passato cinese e nella stessa tradizione recente del maoismo (e perfino della Rivoluzione culturale) la chiave di riconoscimento dell’esplosione della Cina. Tuttavia il dubbio che il mondo ci sia sfuggito di mano e di mente, che non abbiamo più antenati giganteschi e nemmeno di media statura sulle cui spalle salire per guardare lontano, resta. Ed è stuzzicante come una nuova sfida (senza precedenti...) ma prima ancora angoscioso.
Arrighi è persuaso del superamento, se non del capovolgimento, di canoni ereditati. Sulla scorta di una studiosa che invita a rivedere "le nostre assunzioni teleologiche sull’ ‘accumulazione primitiva’ " , conclude che "la separazione dei contadini dai loro mezzi di produzione è stata più un effetto della distruzione creativa del capitalismo che una precondizione della sua nascita". Sul futuro "cinese" è decisamente ottimista. Respinge l’opinione che l’ascesa della Cina vada attribuita "a una presunta conversione al credo neoliberale". Pensa che il successo cinese (e indiano) non dipenda tanto dalle riforme che hanno introdotto, quanto dai regolamenti che non hanno abolito: cioè da un resto decisivo di "socialismo" e di orientamento pubblico. Sono le "riforme con caratteristiche cinesi": formula però troppo somigliante alla "democrazia con caratteristiche cinesi", poca democrazia e molte caratteristiche cinesi. Il credo neoliberale è altrettanto estraneo, per Arrighi, ai riformatori cinesi che ad Adam Smith. La Cina, dice, è emersa come il vero vincitore della guerra al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti nel tentativo di creare lo stato mondiale. Il suo è un modello rivale sulla scala internazionale. A dirlo benevolmente, il modello della "preservazione del proprio modo di vivere". A dirlo più realisticamente, il modello dell’esportazione dell’autocrazia.
Oggi, reagire francamente alla violazione cinese dei diritti umani, e disporsi a pagarne un prezzo, chiede coraggio. Già domani, il coraggio non basterà più.

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