Domenico Alonzi - roccioso pronipote del brigante Alonzi Luigi detto ‟Chiavone” - rientra ogni sera dal pascolo con 120 capre, due cani abruzzesi, la moglie Stefania dai grandi occhi neri e i tre figli, Lucia, Lorenzo e Alessandro. Sono ragazzini svegli e allegri, come in città non ne trovi più, e lo seguono per chilometri portandosi dietro i libri di scuola, sempre con un occhio alla montagna dove passano i lupi. L’ovile è la solitaria reception di un campeggio abbandonato, un rudere pieno di vento dai vetri rotti, concesso solo per qualche mese dal municipio di Collelongo. Ma lo stesso il rientro del gregge è una festa grande. D’un tratto i capretti rimasti alla base sentono l’arrivo delle madri ed escono tutti a valanga, calamitati da quelle tette gonfie di buon latte montanaro, schiamazzando come bambini alla fine dell’asilo. Una scena millenaria.
Il gigante buono adora quel lavoro. Per ognuna delle sue bestie ha costruito un collare decorato in legno d’acero. Ma ora è pieno d’amarezza. Apre l’acqua nella vasca da bagno che fa da precario abbeveratoio ed elenca una sequela di sciagure. I lupi gli hanno scannato quaranta bestie. Quattro cani gli sono stati avvelenati. I pubblici veterinari, pochi e mal pagati, arrivano quando possono. Trovare una sistemazione fissa è impossibile per via dei prezzi. Non parliamo del risarcimento per l’ecatombe: una corsa a ostacoli. Ma il peggio è che i sensali non passano, non prenotano più i capretti pasquali. I macellai non chiedono più carne locale. La gente corre al supermercato e compra agnello straniero. ‟Nun ce stà commercio - brontola - e se nun ce sta commercio, nun vale la pena lavorà”.
Ma come? La pastorizia non è il futuro, la salvaguardia delle terre marginali e il rilancio della spesa a chilometro zero? Non affonda nella storia millenaria della nazione? ‟Allevamento, allevamento, allevamento!” ripeteva duemila anni fa il vecchio Catone a chi chiedeva quale fosse il miglior affare del Centro-Sud. Lo diceva tre volte perché il guadagno era immenso, l’investimento minimo e l’autosufficienza del territorio garantita. Lo storico francese Fernand Braudel scrive che fino all’altroieri l’opulenza non abitava in pianura. Il Pil italico stava in Appennino, a mille metri di quota, e non si contava in azioni ma in pecore. I pastori d’Abruzzo tornavano dalle fiere pugliesi con mule cariche d’oro, sacchi tintinnanti che seppellivano nelle fondamenta di palazzi monumentali. Ogni chiesa, ogni capitello, ogni portale di quelle valli son cresciuti su montagne di lana. Dalla Garfagnana all’Aspromonte l’Italia grondava latte, era un immenso belato.
‟Settembre andiamo, è tempo di migrare”, scriveva solo un secolo fa Gabriele d’Annunzio. Anche oggi è tempo di andare, ma per sempre. Le cifre sono da pulizia etnica. In trent’anni il numero di capi e di aziende è crollato dell’ottanta per cento, mentre quello dei funzionari che si occupano di agricoltura e allevamento continua ad aumentare e si succhia il grosso dei fondi Ue. I tempi di erogazione dei contributi sono diventati biblici, i servizi erogati più lenti e i controlli sanitari infinitamente più fiscali. Ma il peggio è che in un anno il granturco è passato da 20 a quaranta euro al quintale, il fieno da 12 a 18 euro, mentre capretti e agnelli costano come 27 anni fa: sei euro e mezzo al chilo. Un pastore non incassa più di cinquanta euro a capo, che bastano appena a coprire le spese. Cosa accade? Concorrenza sleale dello straniero? Colpa di un’Europa matrigna e delle sue regole?
Mentre le stelle s’accendono sui monti del parco nazionale d’Abruzzo e Domenico e sua moglie se ne tornano nelle loro due stanze in affitto facendo i conti con un futuro che non c’è, in quello stesso momento, sui monti di Aix-en-Provence, un’altra coppia di pastori - François e Sandrine Borel - mettono sul fuoco una bella zuppa di cipolle e scrivono al computer un messaggio di posta elettronica ai loro figli che studiano a Parigi. I Borel hanno 120 bestie come gli Alonzi, ma possono mantenere due ragazzi all’università. Vivono nella stessa Europa, sottomessi alle stesse regole e alla stessa concorrenza, ma vivono senza ansia per il domani. I loro formaggi arrivano sui banconi delle grandi città grazie a un’organizzazione che sostiene il prodotto, e la vendita pasquale di capretti è assicurata da centri di macellazione che restituiscono al mittente ogni capo tagliato come si deve, confezionato e col marchio d’origine. Un servizio "door to door" che consente di vendere al meglio e vince sulla carne anonima degli ipermercati. Se poi arriva il lupo e fa strage, il risarcimento arriva nel giro di un mese.
In Italia è altra musica. I lupi non sono quelli che scannano le capre, ma quelli che uccidono i pastori con le carte bollate. Domenico mostra l’ombra di una montagna nella notte: ‟Jannarumma si chiama. Il branco è sempre lì che segue ogni mossa delle mie bestie. Quella sera è arrivato in silenzio, ha spinto verso l’altro una parte del gregge e in pochi minuti ha fatto un macello. Ma il bello è venuto dopo. Ho chiamato la Forestale, mi hanno risposto che non era loro competenza. Ho chiamato la Polizia provinciale, mi hanno detto di portare lì tutte le quaranta carcasse, figurarsi… Ho chiamato l’Asl di Avezzano, ma avevano un veterinario solo e non sono venuti”. E allora? ‟Allora sono arrivati i guardiaparco, ma dopo venti giorni… così ho dovuto chiamare un veterinario privato perché mi facesse la relazione. Oggi la domanda di risarcimento è alla Provincia e non ne so più niente”.
L’Europa non è la stessa per tutti. A Enrico Gianvito, un giovane di Teramo che aveva scommesso tutto sull’allevamento ecologico e aveva messo su un gregge di 700 pecore, hanno reso la vita così difficile che ha dovuto vendere le bestie e rassegnarsi a fare il carrellista in un ipermercato, dove oggi si sente un orso in gabbia, sconfitto e umiliato. A Pietro Rusciti, un pastore di 73 anni che ha lavorato tutti i giorni che Dio manda in Terra, non rinnovano più il passaporto causa un accertamento sanitario che gli è costato 15 mila euro di multa, cifra che non può pagare perché rappresenta più del guadagno annuale della sua azienda. Nelle Gole del Sagittario tempo fa un giovane fu sorpreso a pascolare per conto terzi un gregge in una zona di riserva integrale di cui il Comune non aveva pagato l’affitto - Piero Cetrone si chiamava - e due guardiaparco intentarono contro di lui un inverosimile processo per associazione a delinquere, con la scusa che le bestie appartenevano a più persone. Ecco come l’Appennino rinnega i suoi figli e la sua storia pastorale, mentre al figlio di Totò Riina viene consentito di uscire dal carcere di Sulmona a bordo di una Mercedes più grossa di un Tir.
Alonzi è laziale di Sora, alta valle del Liri, e si insedierebbe ovunque pur di vivere in pace e fare il suo mestiere, ma tutto il sistema lo spinge al precariato. Il suo gregge ridà dignità e senso persino alle macerie dell’Italia cementizia, ma il suo mestiere antico è pieno di nemici. Il pastore è visto come un peso, un nomade extracomunitario cui non si vuol dare possibilità di accampare diritti sul territorio. E così, mentre si denunciano gli allevatori per pascolo abusivo, nessuno interviene contro il cemento illegale che ricopre i tratturi protetti da una legge di Stato. C’è un sistema matrigno e cialtrone che funziona a senso unico, pilotato da gente colma di disprezzo per un mondo ritenuto sorpassato e perdente. Tutto va in quella direzione. C’è un incendio in montagna? Si grida ‟Dalli al pastore!”. In Francia invece, François e Sandrine sono pagati dalle comunità perché pascolino e, pascolando, tengano pulito il sottobosco per proteggerlo dal fuoco. In Abruzzo gli albergatori si vergognano dei pecorai? In Costa Azzurra la stessa categoria ha riconosciuto il ruolo ambientale della pastorizia e finanzia gli allevatori perché girino intorno ai loro hotel di lusso per la delizia di mamme e bambini.
Nunzio Marcelli da Anversa degli Abruzzi, barba da Mangiafuoco e telefonino sempre in canna, prima ha preso la laurea in agraria e poi messo su un allevamento modello. Combatte per tutta la sua disgraziata categoria, taglieggiata dai divieti, e per questo ne pensa sempre di nuove. Due anni fa, per esempio, ha costruito un caseificio su rimorchio che mezza Europa gli sta copiando, col quale gira le montagne a disposizione dei pastori, seguendo la curva di crescita dell’erba. Un’idea semplice, che aiuta il pascolamento e incoraggia la lavorazione sul posto, con effetti straordinari sulla bontà del prodotto. Ebbene, l’Azienda sanitaria gliel’ha bloccato, negandogli il bollo Ue, dicendo che il trabiccolo non forniva gli impianti igienici adatti e non consentiva la tracciabilità del prodotto. Ma poi che ti succede? Nunzio scopre che in Francia il bollo Ue viene rilasciato a sistemi anche più primitivi del suo. Motivo intuibile: finanza e sanità d’Oltralpe non hanno interesse a punire la produzione locale, e nell’interpretare le norme hanno adottato la regola del buon senso.
‟Si parla tanto di prodotti tipici - s’arrabbia Marcelli - ma se uno di noi vince premi all’estero col suo formaggio, i giornali locali non ne parlano nemmeno”. Motivo? ‟Eravamo un popolo di pastori e oggi siamo un popolo di funzionari, portieri e bidelli che rinnegano il loro passato. Gente che ci guarda con sufficienza e corre a comprare insipida carne straniera sui banconi luccicanti dei supermercati. Non capiscono che se Putin gira il rubinetto del gas l’Italia chiude bottega e questo è uno dei pochi settori capaci di sopravvivere senza la Gazprom. Vedono la natura con ostilità. Pensano che siamo ignoranti. Ci hanno fatto buttare via i pentoloni di rame perché erano malsani e ora scoprono che non era vero. Hanno fatto la guerra al fuoco di legna e oggi ci dicono che no, contrordine compagni, il fumo è antibatteriologico. Ma guarda… Un professore di Harvard, dopo trent’anni di ricerche, è venuto a dirci che il latte di malga è moooolto più nutritivo di quello di pianura… Io divento pazzo. Questa è una presa per i fondelli”.
Narrano che il capo brigante Luigi Alonzi, bisnonno di Domenico, sia stato ufficiale dell’esercito borbonico prima di darsi alla macchia nelle terribili gole dell’Abruzzo e delle Calabrie. Per anni è stato il terrore del generale Cialdini che, con 150 mila uomini, era sceso a Sud a reprimere la rivolta dei cafoni contro lo stato unitario. Strano destino: un secolo e mezzo dopo l’Italia unita sta dando il colpo di grazia ai nipoti di quegli indomabili, spazzando via l’ultima sacca di resistenza, il mondo agropastorale, cui viene tagliata ogni possibilità di riscatto. Marcelli indica un prato devastato con la forza di dieci bulldozer: ‟Ecco il risultato dell’abbandono. L’Italia è diventata terra di cinghiali. Una colonia della grande distribuzione. Dopo migliaia di anni le greggi spariscono dal paesaggio italiano”.
Paolo Rumiz

Paolo Rumiz

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d'Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

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