L'Algeria rischia di entrare nella zona a ‟rischio fame” proprio nel momento in cui il boom del prezzo petrolifero ha enormemente arricchito le casse dello stato. I prezzi dei beni di prima necessità continuano ad aumentare nonostante i tentativi del governo di calmierarli, anche perché l'Algeria dipende per il fabbisogno alimentare dalle importazioni. La rendita del petrolio non ha favorito le classi più emarginate e nemmeno la classe media che si è andata impoverendo negli ultimi decenni, esiste uno scarto enorme tra i salari del settore privato e quelli del settore pubblico. A molti giovani - anche quelli che escono dalle università - che non hanno nessuna prospettiva per il futuro, non resta che raccogliere i soldi per tentare di attraversare il Mediterraneo con un mezzo di fortuna. Il punto di raccolta per la partenza di questi harraga (come vengono chiamati in Algeria gli aspiranti emigrati ‟clandestini”) è Annaba, l'approdo è la Sardegna, anche se sanno benissimo che rischiano di essere rispediti a casa immediatamente. Tuttavia ci riproveranno, non rinunceranno al loro sogno, come mi ha spiegato un amico medico che li visita al loro ritorno ad Algeri per accertare le loro condizioni sanitarie.
Disoccupazione, corruzione, clientelismo, crisi alimentare sono i mali che stanno infiammando non solo l'Algeria ma tutto il Maghreb. Le rivolte sociali sono all'ordine del giorno, più degli attacchi terroristici.
Infatti le notizie di attentati non occupano più le aperture delle prime pagine dei giornali algerini. Anche se il terrorismo continua a colpire nonostante il processo di riconciliazione: quello residuale del Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento (Gspc) agisce in tono minore ma con quotidiani attacchi contro i militari mentre sporadici sono gli attentati dell'Aqim (al Qaida Maghreb) a volte circondati da notizie confuse e inquietanti. Anche le rivendicazioni (di al Qaeda) sono incontrollabili, a volte le notizie, come è successo qualche giorno fa, sono smentite dal Ministero della difesa e, per aver dato notizie ritenute infondate, due giornalisti algerini che lavorano per l'Afp e la Reuters, si sono visti ritirare il loro accredito dalle autorità. Il sistema algerino è più che mai opaco, come nei momenti più bui.
Perché i giornali algerini sono così cauti? Non sono più gli anni 90 quando la relativa libertà di stampa era un esempio per tutto il mondo arabo. Ora le pene contro la diffamazione sono dure. Quel che più colpisce, come è stato sottolineato da giornalisti nei giorni scorsi, è l'assenza dello stato. Sembra di assistere a una sorta di strategia della tensione. Che serve solo a destabilizzare. La popolazione sfiduciata dal governo non è più disposta a mobilitarsi contro il terrorismo, e gli islamisti non sono più in grado di capitalizzare il disagio sociale diffuso soprattutto tra i giovani (in Algeria il 51% della popolazione ha meno di 25 anni) quindi cercano di propagandare le proprie azioni, vere o false.
In tutto il Maghreb si assiste a esplosioni di rabbia incontenibili visto che finora le rivendicazioni popolari non hanno trovato risposta nei rispettivi governi. Non sembra esserci un coordinamento tra le varie proteste, anche se in Algeria esistono sindacati autonomi, non riconosciuti, ma molti attivi in tutti i campi, soprattutto nella scuola. Sono le condizioni di vita: mancanza di lavoro e prospettive per i giovani, mancata ripartizione delle risorse e corruzione a provocare le proteste. I motivi per le esplosioni di rabbia possono essere le più diverse: a Orano, a fine maggio, il detonatore è stata la retrocessione in serie B della squadra di calcio della più grande città dell'ovest algerino, il Mouloudia. Qualche giorno dopo a Redeyef nel sud della Tunisia, città ricca di fosfati, è stata la disoccupazione, l'aumento del costo della vita, la corruzione e il clientelismo. E poi a Sidi Ifni, nel sud del Marocco, un porto che si affaccia su un mare ricco di pesce, i giovani si sono ribellati per l'esclusione dalle liste per un posto di lavoro. Motivi diversi, ma alla base i problemi sono gli stessi a scatenare la rivolta, repressa allo stesso modo, a volte anche causando vittime.
‟Quello che sta succedendo nel nostro paese è la rimessa in causa di un sistema che ha spossessato un popolo del proprio stato, privandolo del diritto alla cittadinanza. Le disillusioni sono amare e la rabbia a fior di pelle”, scriveva il Quotidiano d'Orano. Mentre Amari su el Watan in un commento dal titolo ‟Popolo sordo, Stato muto” sottolineava: ‟Stranamente, il presidente della repubblica resta in silenzio, assente, muto, come se la situazione non lo riguardasse, lui che non si è rivolto al suo popolo da molto tempo”, e non è da Bouteflika comportarsi così, essendo lui abituato ai bagni di folla. Ma il potere logora e il suo populismo non ha più l'appeal dei tempi passati. Però non a caso è ricomparso in pubblico lunedì 16 giugno allo stadio di Blida per consegnare la coppa alla Jsm la squadra di Bejaia (Kabilya) che ha vinto il campionato algerino.
Quell'Unione del Maghreb arabo, che i governi non sono mai riusciti a realizzare a causa delle divisioni storiche (compresa la questione irrisolta dal Sahara occidentale) o diffidenze più recenti, la stanno raggiungendo le proteste che non conoscono frontiere. Anche se la situazione dei vari paesi è diversa il carattere sociale della protesta è lo stesso. È passato mezzo secolo da quel 28 aprile del 1958 quando i leader politici nordafricani, Medhi Ben Barka per il Marocco, Omar Bossouf per l'Algeria e Tayeb M'hiri per la Tunisia, da Tangeri esprimevano la ‟volontà della maggioranza dei popoli arabi del Maghreb arabo a unire i loro destini”.
L'aumento del prezzo del petrolio ha portato molti dollari nelle casse algerine (le riserve sono calcolate in 160 miliardi di dollari). Questo flusso di petrodollari ha permesso all'Algeria di accelerare il processo di modernizzazione e di classificarsi come terza potenza economica in Africa, dopo il Sudafrica e la Nigeria. Grandi investimenti nelle infrastrutture del paese (come l'autostrada est-ovest che collegherà Annaba con Orano) che impiegano però soprattutto tecnici e manodopera straniera, e sono i cinesi a fare la parte del leone. Ci sono poi tre megaprogetti siderurgici a Jijel e Orano e poi petrolchimica, desalinizzazione dell'acqua, produzione di alluminio e cementifici. E ancora il settore immobiliare (già in esplosione) e turistico, urbanizzazione che va ad erodere il territorio della fascia costiera la più fertile del paese. Infine la costruzione di un grande centro di ricerca universitaria che finalmente dovrebbe dare la possibilità ai docenti algerini di fare ricerca. Il centro dovrebbe accogliere ricercatori provenienti da tutta l'Africa, con un ritorno al passato quando l'Algeria era il paese di riferimento rispetto al continente africano. Un altro progetto che invece è stato un po' snobbato dall'Europa è quello della produzione di energia solare con un megapannello nel deserto che avrebbe potuto rappresentare una vera sfida al consumo di petrolio e per di più lanciato proprio da un paese produttore, ma evidentemente toccava troppi interessi. E si sa che sul prezzo del petrolio vi sono molti che speculano e solo una parte del ricavato entra nelle casse dei paesi produttori. Si tratta comunque di ingenti somme che non hanno avuto una ricaduta sociale e soprattutto non hanno migliorato le condizioni di vita degli strati meno abbienti della popolazione andando invece ad alimentare la corruzione e la burocrazia.Un nuovo allarme rischia di innescare una rivolta che ricorda quella del 1988, cosiddetta della semola, dove insieme al pane si chiedeva democrazia e giustizia. Aumentano infatti i prezzi dei beni di prima necessità e si comincia persino a temere la carenza di prodotti alimentari, l'Algeria sta entrando nella ‟zona rossa”, a rischio. Un vecchio problema per l'Algeria che nella sua fase di ‟socialismo africano” aveva puntato tutto sull'industrializzazione del paese distruggendo l'agricoltura che invece rappresentava una risorsa strategicamente importante.
A drammatizzare la situazione ha contribuito quest'anno la siccità. La produzione cerealicola in alcune regioni dell'ovest algerino ha raggiunto i 4 quintali all'ettaro contro i 12 che si sarebbero ottenuti in condizioni normali. Una produttività comunque bassa rispetto ai paesi vicini e dovuta proprio alla politica agricola. Si tratta della produttività più bassa del bacino mediterraneo.
In Marocco la produzione è di 22 quintali per ettaro per il grano tenero e 16 per quello duro; in Tunisia la produzione media è di 50 q/ha, mentre in Francia può arrivare a 80/100. Nonostante gli investimenti in agricoltura non si sono visti risultati apprezzabili. Siamo ben lontani dall'utopia della rivoluzione agraria che tanto aveva mobilitato i giovani comunisti algerini dopo l'indipendenza.
Il fatto è che non si è mai voluto investire seriamente in un settore che oltre a impiegare manodopera avrebbe potuto garantire una sicurezza per l'Algeria. Che dipende dalle importazioni per il proprio fabbisogno alimentare. Nel 2003 la fattura per l'importazione di cibo era di 2,6 miliardi di dollari, nel 2007 la cifra è quasi raddoppiata aggirandosi sui 5 milioni di dollari. L'Algeria importa grano, latte, burro e altri prodotti agricoli (soprattutto da Francia, Usa e Canada). Quando era a capo del governo Ahmed Ghozali (1991-92) aveva in programma di arrivare a porre fine all'importazione di cereali, ma non ha potuto portare a termine il suo lavoro. Dovremo attendere una nuova ‟rivolta della semola” perché il governo algerino affronti seriamente il problema?
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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