Le bugie hanno le gambe corte anche in Colombia. Nonostante la disponibilità dei media internazionali ad accettarla a scatola chiusa, la favola raccontata dal governo di Alvaro Uribe sulla liberazione di Ingrid Betancourt comincia a far acqua da tutte le parti. Ad essere smontata per intero è l'attribuzione d'ogni merito all'esercito colombiano, fatta dal ministro della difesa Juan Manuel Santos. Che vi avessero partecipato agenti statunitensi era quasi certo, visto che si trattava di liberare dei connazionali fatti prigionieri dalle Farc cinque anni fa. Come già fatto in altre occasioni (ad esempio quando, nel dicembre 1993, fu ammazzato il capo dei narcos Pablo Escobar), Washington fa filtrare mezze ammissioni per non urtare la suscettibilità del fidato alleato colombiano. All'operazione ‟Scacco” hanno dato il loro contributo anche decine di esperti israeliani. ‟E' stata una specie di Entebbe colombiana” ha scritto il quotidiano di Tel Aviv Haaretz, ricordando il blitz che nel 1976 riuscì a liberare un centinaio di passeggeri di un aereo bloccato sulla pista in Uganda. Secondo Yediot Aharonot, a collaborare con le autorità di Bogotà sarebbe stato il personale di una compagnia militare privata, la Global Cst, alle dipendenze dell'ex capo di stato maggiore, generale Israel Ziv, e del generale di brigata ed ex responsabile dei servizi segreti Yosi Kuperwasser.
Ma statunitensi e israeliani avrebbero aiutato gli alleati locali a compiere lo straordinario blitz descritto in questi giorni oppure ad organizzare una mascherata? Perché di questo pare che si tratti, ‟une mascarade”, secondo la definizione della Radio svizzera romanda, che citando ‟fonti attendibili”, concorda con quanto scritto ieri dal manifesto. Il protagonista sarebbe il carceriere di Ingrid, Gerardo Antonio Aguilar, nome di battaglia ‟comandante Cesár”, che si sarebbe venduto per venti milioni di dollari. Due le pulci all'orecchio di Frédéric Blassel, il giornalista della Rsr: il fatto che il blitz si fosse realizzato senza un intoppo, ‟come uno spartito musicale”, e la parsimonia nella diffusione delle sue immagini, in genere abbondanti in successi del genere. Un ruolo decisivo nella vicenda l'avrebbe avuto la fidanzata di Cesár, catturata dalla polizia colombiana Das tre mesi fa, che con le buone o più facilmente con le cattive (le torture sono d'uso quotidiano nelle caserme colombiane) si sarebbe convinta a far da tramite con lo stesso Cesár. Il resto l'avrebbe fatto la crisi interna delle Farc e il relativo avvilimento di gran parte dei ribelli dopo i colpi ricevuti negli ultimi mesi. Ma anche un clamoroso errore del Mono Jojoy, il capo militare della guerriglia, che ha confermato la fiducia in Cesár anche dopo l'incredibile dabbenaggine dimostrata nel dicembre scorso, quando si fece sottrarre dagli agenti governativi Emmanuel, il figlio di Clara Rojas (l'assistente della Betancourt), che le Farc avevano proposto di liberare con la mediazione di Hugo Chávez.
Da Bogotà è arrivata l'attesa secca smentita. ‟Come comandante delle Forze Armate nego che il governo colombiano abbia sborsato un solo centesimo in quest'operazione” ha affermato il generale Freddy Padilla de León, aggiungendo sotto giuramento che ‟sarebbe più devastante per le Farc il tradimento di uno come Cesár”. Ma non così gratificante per un esercito che, nonostante gli enormi finanziamenti ricevuti da decenni, si è distinto più per collaborare con i macellai paramilitari, violare i diritti umani e uccidere centinaia di contadini indifesi facendoli passare per guerriglieri. Intanto a Parigi si evita di commentare la notizia di una ‟libération achetée” (liberazione comprata). Il portavoce del ministero degli esteri Eric Chevallier ha dichiarato che ‟la Francia non ha avuto niente a che vedere con questa operazione militare, né con le sue modalità di finanziamento, se queste ci fossero state”. Francia e Svizzera potrebbero chiarire se i loro mediatori con le Farc fossero riusciti nei giorni scorsi ad incontrare il leader Alfonso Cano (come scritto dalla stampa internazionale). E che ruolo, consapevoli o meno, avessero avuto nello ‟Scacco” alle Farc. Ma chiedere verità alla diplomazia, si sa, è chiedere troppo.
Guido Piccoli

Guido Piccoli

Guido Piccoli, giornalista e sceneggiatore, ha vissuto a Bogotá gli anni più caldi della "guerra ai narcos". Sulla Colombia ha scritto la biografia di Escobar, Pablo e gli altri (Ega edizioni 1994) e la guida della Clup (1996).

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