Se qualcuno ancora ricorda il nome di George Allen, grande speranza della destra per la Casa Bianca nel '08, deve trattarsi di un fanatico di curiosità politiche: nella campagna elettorale del 2006 per il Senato in Virginia, Allen, irritato per la presenza di un attivista dell’altro partito, lo apostrofò con l’appellativo di «macaco». Benvenuto in America, scimmietta. La sua colpa era essere di origine indiana, ma cittadino americano, nato e cresciuto in Virginia. La "gaffe" razzista del senatore, documentata in video ed esplosa su tutti i media americani, gli costò il seggio e il futuro. Fu trombato e distrutto proprio in quella terra e in quello stato, la Virginia, che un secolo e mezzo fa era stato il cuore e l’estrema trincea della secessione del sud schiavista contro il Nord. La triste e meritata fine del senatore indicò che qualcosa di profondo e di irreversibile era ormai cambiato negli Stati Uniti. Avvertì che il tempo del razzismo esplicito e volgare era finito. E al suo posto, come stiamo vedendo in questa campagna elettorale 2008, metodi più sottili e indiretti si sarebbero dovuti utilizzare per ottenere gli stessi risultati, senza correre gli stessi rischi. Il razzismo degli incappucciati è finito. Ancora sopravvivono, tra clandestinità, folclore e demenza, klanisti, postnazisti, skinhead, suprematisti, miliziani per la salvezza dell’America Bianca. Ma quel modo di esprimere razzismo è finito. Quello che vive e prospera e viene spudoratamente utilizzato da McCain e dalla Palin nelle ultime giornate della loro fin troppo annunciata agonia elettorale, è il "neo razzismo". Sono le forme ambigue, ma chiarissime per le orecchie alle quali sono destinate, di resistenza al fenomeno demografico, e quindi culturale, che sta cambiando la nazione: «the browning of America». L’imbrunire, in senso letterale, del colore di una nazione che è sempre meno Wasp, «bianca, protestante, anglosassone» e sempre più latina, asiatica, nera. I bianchi sono già oggi minoranza rispetto a latino americani, asiatici, africani, amerindi e popolazioni di «altra razza» come dice il censimento ufficiale, 47% contro 53% di «altri». In California, il sorpasso de la Raza, dei soli figli del centro e del sud americano, è già avvenuto, a volte in maniera massiccia, come a Los Angeles. E il voto dei latinos, che nel 2004 appoggiarono Bush, sarà uno dei fattori determinanti nella possibile vittoria di Obama. Di fronte a questo rovesciamento dei tavoli, la risposta del neo razzismo può essere in segnali apparentemente innocenti, come quelli inviati dal network televisivo di Murdoch, la Fox, che ostenta conduttrici sempre bionde, almeno nei capelli, e preferibilmente platinate. Si manifesta nell’insistenza di McCain e della Palin sul tema della «redistribuzione della ricchezza», che sembra il solito appello contro la tasse, ma viene letto nel sottotesto come una resurrezione di quel sistema del welfare, degli assegni distribuiti a pioggia sui "colorati", che fece le fortune di Ronald Reagan, quando ripeteva l’aneddoto immaginario della «regina dell’assistenzialismo», la welfare queen nera di Chicago che faceva più soldi partorendo che lavorando. Per i neo razzisti le armi non sono i linciaggi, ma l’abolizione di quel sistema di quote preferenziali che consentono a ragazzi e ragazze non bianchi (come a Obama) di accedere a scuole e università. Parole come segregazione, discriminazione, superiorità, sono lasciate alla feccia che ai comizi della Palin grida a Obama «tornatene in Africa, sporco comunista islamico». Il vocabolario dei post-KKK è fatto di anatemi ben conosciuti anche al neo razzismo italiano, «multiculturalismo», «multietnicità», «meticciato», gli spettri che minacciano «la morte dell’America Bianca». O, secondo un altro degli stracci agitati dai neo razzisti, la «Reconquista», il progetto segreto di riannessione al Messico di quelle terre di frontiera dove l’immigrazione ispanica sta diventando maggioranza. Soltanto quando a un imprudente senatore della Virginia, stella nascente del partito, scappa detta la parola sbagliata, si riconosce che, sotto la vernice delle allegorie, delle metafore, delle allusioni e della sociologia, quello lì, quell’altro, quello un po’scuro, sempre una scimmia sub-umana rimane.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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