Tra maree di messi dorate scarmigliate dal vento e vecchi ferrovieri contorti dall’artrosi e senza assicurazione, il romanzo verità della campagna elettorale dell’uomo che ha entusiasmato e terrorizzato l’America arriva al finale, al «lieto fine», per ora soltanto virtuale. Pensate e costruite come racconti per il villaggio raccolto attorno al falò freddo del televisore, le campagne elettorali devono sempre arrivare, come ha fatto vedere mercoledì sera Obama nel suo megaspot di 30 minuti, al principe azzurro, in questo caso principe nero che arriva per farci vivere a lungo felici e contenti, se soltanto lo votassimo. Se accettassimo, come milioni di americani hanno paura di fare, che questo avvocato afro americano di 47 anni è soltanto uno di noi, forse migliore di noi. L’«informercial» del candidato democratico, come lui stesso ha definito quel cocktail di informazioni e di consigli per gli acquisti che è andato in onda su 7 reti televisive americane fra le 20,30 e le 21, stava come un «trailer» sta a un film, dove si riassumono le sequenze migliori, le battute più efficaci e le scene più accattivanti del copione. Giudicato come prodotto televisivo, era magnificamente costruito, elegantemente filmato e benissimo interpretato dalle quattro famiglie (autentiche) devastate dagli otto anni di presidenza repubblicana. Dalle prime immagini di messi che ondeggiavano al vento delle praterie (prese a prestito da un verso del più bello fra i canti petriottici, America the Beautiful) alla marea umana che lo circondava in diretta da un palazzo dello sport in Florida, l’«infomercial» era una perfetta, anche troppo perfetta, sinopsi di tutto ciò che ha portato Barack Obama ancora in testa nel sondaggi a quattro giorni dal voto: l’aspirazione al cambiamento, umano, generazionale, politico e simbolico, dopo otto anni di malgoverno bushista e dopo quarant’anni di strategia repubblicana del «divide et impera» nord sud, bianco e nero, donne e uomini, lanciata da Nixon nel 1968 e usata dalla destra per governare 28 degli ultimi 40 anni. Ma se rimane tutta da vedere l’efficacia di questo monologo obamiano, costato quasi 4 milioni di dollari come McCain gli rimprovera, e seguita da più spettatori di quanti si prevedessero (30 milioni secondo i rilevamenti), l’importanza dello spottone è nel fatto che Obama e i suoi strateghi, Axelrod e Plouffe, abbiano sentito la necessità di farlo, come non accadeva dal 1992, quando il miliardario Ross Perot pubblicizzava a pagamento la propria candidatura in tv. Con sondaggi che, negli stati che decideranno le elezioni come l’Ohio, la Pennsylvania, il New Mexico, la Virginia, addirittura la Florida già feudo dei Bush, danno sempre in vantaggio Obama, quei 30 minuti sono apparsi a molti «overkill». Un infierire maramaldesco su un avversario che gli stessi repubblicani danno per morto. Se lo hanno fatto è perchè il campo di Obama non è affatto persuaso che il loro antagonista, il «cattivo» della loro narrativa, sia morto e che il duo McCain-Palin («sembrano il padrone che si porta la segretaria a Las Vegas» ha detto crudelmente il comico David Letterman) sia davvero finito, come i mostri dei film horror che hanno un ultimo sussulto prima dello scorrere dei titoli di coda. Lo spottone era stato infatti costruito precisamente per rintuzzare gli ultimi morsi di quel combattente ferito, e quindi pericolosissimo, che è McCain con la sua lupetta e che tentano di raggiungere il livello più basso, più buio, più torbido e quindi più promettente per loro dell’America 2008. Perchè fingono di attaccare un programma politico, mentre aggrediscono lui, l’uomo, la sua storia, la sua faccia. Siamo scesi a toni da «18 aprile 1948» italiano, quando il comunismo e l’Urss erano una realtà immanente. Lo chiamano comunista o socialista, terrorista, arabo e islamista, impreparato, distributore di ricchezze ai fannulloni, amico personale di un consulente dell’Olp, Rashid Khalidi (che l’ochetta giuliva dell’Alaska pronuncia come «Khaladi» seguendo la tradizione bushista dei nomi storpiati) in realtà un autorevole e moderato professore di studi mediorientali che lo stesso McCain aveva finanziato negli anni '90. Una gragnuola di colpi bassi, di accuse strampalate, di insinuazioni infamanti che in questi ultimi giorni piovono su Obama e servono a rassodare la base repubblicana dei «boia chi molla». Lo spottone doveva servire invece a rassicurare la fascia di sostenitori soft, ancora tormentati dal timore dell’ignoto, non a conquistarne di nuovi. Il problema del senatore nero, a 92 ore dal finale, è mantenere compatta quella maggioranza di «intenzioni» che i sondaggi esprimono, ma che non sono voti. Per questo i registi lo avevano ripreso su un set che voleva somigliare allo Studio Ovale, per dare agli elettori la sensazione visiva della sua «presidenzialità». Per calmare l’isteria che si manifesta attorno ai comizi di McCain e soprattutto della Palin, ha rinarrato la storia della sua vita, la mamma del Kansas, i nonni eroici, la tenerezza della normalità dolorosa di una morte, la quotidianità di uno «come noi». Per ristabilire quel legame ideale, ma non insistito, con l’eredità dei Kennedy, aveva scelto come sfondo l’ingresso di uno liceo intitolato a Robert F. Kennedy, assassinato 40 anni or sono per avere osato, anche lui, predicare l’urgenza del cambiamento. Non sarà stata questa mezz’ora di propaganda morbida ed elegante a fargli vincere o perdere la Casa Bianca. Ma sarà servita a dimostrare, per chi ancora lo nega, che anche questo è un uomo, non il pupazzo sinistro che i suoi avversarsi stanno costruendo, per impiccarlo alle paure di un’America fortunatamente, sperabilmente, al tramonto.
Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi

Vittorio Zucconi (1944-2019), giornalista e scrittore, è stato condirettore di repubblica.it e direttore di Radio Capital, dove ha condotto TG Zero. Dopo aver cominciato nel 1963 come cronista precario a “la Notte” di Milano, ha lavorato per “La Stampa” e il “Corriere della Sera” come corrispondente, tra gli altri, in Giappone, Belgio, Russia, Francia e Stati Uniti. Dal 1985 si è trasferito a Washington. Ha pubblicato vari libri, tra i quali: Il Giappone tra noi (Garzanti, 1986), Si fa presto a dire America (Mondadori, 1988), Parola di giornalista (Rizzoli, 1990), Gli spiriti non dimenticano (Mondadori, 1996), George (Feltrinelli, 2004), Il caratteraccio (Mondadori, 2010) e Il lato fresco del cuscino. Alla ricerca delle cose perdute (Feltrinelli, 2018).

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