Per anni è stata una delle tante ribellioni ‟dimenticate” dell'Africa: di rado abbiamo sentito parlare dei Tuareg, popolazione del deserto divisa tra diversi stati del Sahara, e ancor più di rado del Niger settentrionale, remota regione dove le siccità degli ultimi decenni hanno decimato le greggi di cammelli e quasi cancellato la pur piccola popolazione umana di pastori seminomadi. Così una ribellione Tuareg sulle montagne del Niger settentrionale, tra il 1990 e il '95, è passata inosservata. Del resto il Niger è tra i paesi che meno fanno notizia in Africa, se non per l'estrema povertà...
Da un paio d'anni però anche il Niger settentrionale è rientrato nel flusso mondiale dell'informazione. E' successo poco a poco. Nel febbraio del 2007 un gruppo di uomini armati ha attaccato una base dell'esercito del Niger nelle Air Mountains. La cosa è stata notata: sia per l'audacia dell'attacco, sia perché a rivendicarlo è stata una nuova sigla, il ‟Mouvement des nigériens pour la justice” (movimento dei nigerini per la giustizia, Mnj). Un nuovo movimento ribelle accusava il governo di Niamey di non aver applicato davvero gli accordi di pace di dodici anni prima: gli abitanti della regione settentrionale del Niger restavano emarginati, fuori dalla vista (e dal budget) del governo centrale, discriminati rispetto al sud agricolo. Il nuovo movimento ribelle però non si è limitato alla tradizionale lamentazione della minoranza etnica discriminata: l'ha buttata sulla questione delle risorse naturali. Infatti il Niger settentrionale è sì una terra arida, ma nel suo sottosuolo si trova uno dei maggiori depositi di uranio al mondo. La cosa è nota da tempo: l'azienda mineraria Areva (francese) estrae tonnellate di uranio ogni anno dal deserto del Niger settentrionale; quel minerale rappresenta il 70% degli introiti da export del paese (l'altro prodotto da export sono i prodotti dell'allevamento). Ma non ha aiutato Niger a uscire dalla povertà, e comunque nulla è stato redistribuito tra la popolazione del deserto.
Negli ultimi anni inoltre il prezzo dell'uranio è salito, la competizione sui mercati è accelerata, e mentre Areva sta costruendo la maggiore miniera di uranio nel Niger settentrionale, un'azienda di stato cinese ne sta costruendo un'altra, leggiamo sul New York Times di ieri. Insomma: l'uranio ha contribuito a riaccendere la ribellione. Il quotidiano newyorkese spiega che a differenza del passato, i ribelli del Mnj non sono solo pastori analfabeti ma anche giovani istruiti, studenti universitari, tecnici. Hanno un sito web e portavice istruiti. Uno dei dirigenti del movimento - un veterinario di formazione, fino a qualche tempo fa assertore dei movimenti pacifici - ora spiega che ‟l'uranio appartiene alla nostra gente, e nella nostra terra: ci stanno derubando di un nostro diritto”. I ribelli accusano il governo centrale di aver sperperato la ricchezza naturale del paese attraverso la corruzione e lo spreco, e non è falso: l'estate scorsa l'ex premier è stato condannato per uno scandalo da 237mila dollari.
La ribellione nel Niger settentrionale ha fatto nell'ultimo anno un centinaio di morti e costretto centinaia di civili alla fuga, accentuando la loro miseria. I ribelli usano mine anticarro che fanno strage, l'esercito risponde con uccisioni extragiudiziarie, detenzioni arbistrarie, e facendo terra bruciata nei villaggi. Una iniziativa di mediazione promossa dagli anziani delle tribù tuareg, nel giugno scorso, non ha dato grandi risultati. La repressione militare neppure. Il problema di fondo resta quello dell'uranio, e di come si redistribuisce una ricchezza comune.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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