Il conflitto israelo-palestinese è il nodo centrale della questione mediorientale, senza la soluzione del quale non vi sarà pace in tutto il Medio Oriente, e non solo per i paesi arabi. Il timore arrivato ieri con i razzi dal Libano esprime bene lo scenario della crisi. Dietro l'orribile carneficina in corso nella striscia di Gaza si giocano interessi molto più grandi: ancora una volta sul corpo dei palestinesi si confrontano le varie potenze dell'area e, a distanza, i loro rapporti con gli Stati uniti del nuovo presidente Obama. Dietro lo scontro con Hamas è in gioco la leadership della regione che si fa scudo della religione, unico elemento mobilitante dopo il fallimento della politica e l'inefficacia degli accordi diplomatici.
Questa lotta è ancora più esacerbata dopo la morte di Arafat che comunque, con tutti i suoi errori, rappresentava la Palestina nel suo insieme, senza distinzione tra Gaza e Westbank. La morte di Arafat ha tolto ogni copertura a Fatah e ha dato via libera a una dinamica già in atto, islamisti da una parte e il resto dall'altra. Mentre la componente laica e democratica della leadership palestinese è stata colpita per aver cercato di lottare contro la corruzione dell'Anp, la militarizzazione (degenerazione della lotta armata) dello scontro e contro il fondamentalismo islamico. E bistrattata dagli occidentali come dai regimi arabi.
Israele assedia ora la Striscia di Gaza con il pretesto di distruggere Hamas come aveva assediato Arafat alla Muqata, cinque anni fa. Ora il massacro ha proporzioni infinitamente maggiori perché sotto tiro non è una fortezza, ma Hamas la cui presenza è diffusa su tutta la striscia di Gaza, un territorio con la densità di popolazione più alta al mondo. Ma per Arafat come per Hamas l'accusa era ed è di terrorismo. Non era stato forse proprio Israele a favorire la nascita di Hamas per indebolire la leadership dell'Olp? Così come gli Usa avevano creato Osama bin Laden per combattere il comunismo che si era esteso fino ad occupare l'Afghanistan?
Hamas ora non può più servire al gioco di Israele, anzi è diventata la principale spina nel fianco. L'asse Iran-Hezbollah-Hamas costituisce l'incubo degli israeliani. Hezbollah libanese ha inferto al potente esercito israeliano l'unica sconfitta subita finora sul campo, che brucia ancora, e Hamas si è rafforzata ricevendo dall'Iran (nonostante il blocco dei beni di prima necessità) nuove armi più sofisticate, anche se assolutamente non paragonabili alle tecnologie di Tsahal (esercito israeliano). I nuovi missili, che hanno una gittata maggiore dei rudimentali Qassam, sono un messaggio chiaro per Israele. Ma anche uno scacco per i paesi arabi della regione, l'Iran sta espandendo la sua zona di influenza: in seguito alla guerra contro Saddam Tehran controlla gran parte dell'Iraq, ha in Hezbollah un baluardo in Libano e sostiene Hamas in Palestina. L'Iran sta giocando una nuova carta, quella palestinese, nei confronti degli Stati uniti per la trattativa sull'uranio. L'aggressività dell'Iran indebolisce i paesi arabi in crisi di leadership e rende difficile la trattativa dell'Egitto con Hamas, mentre l'Arabia saudita, che finanzia tutto il wahabismo internazionale Fratelli musulmani compresi, si vede minacciata nella guida dell'islam più intransigente dai mullah di Ahmadinejad. Comunque vada, anche se Israele dovesse sciaguratamente decimare i palestinesi di Gaza, dovrà continuare a fare i conti con lo spauracchio iraniano. In gioco in Palestina sono anche le imminenti elezioni israeliane e iraniane. La debolezza interna si fa forza delle armi che sparano contro i più deboli, come sempre i palestinesi. Nessuna tregua (anche se in questo momento è di drammatica urgenza) sarà sufficiente a disinnescare queste logiche finché i palestinesi non troveranno una soluzione alla loro causa.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

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