La repressione si fa di giorno in giorno più brutale. Il governo avverte che darà ‟scacco matto” ai ‟nemici dell’unità”, e tra questi annovera anche i media stranieri, ‟megafoni dei ribelli”. Alla maggior parte dei giornalisti non è stato rinnovato il visto, chi è rimasto deve restare in albergo, ed è stato fatto divieto agli interpreti di lavorare per loro, pena l’accusa di spionaggio. La copertura delle ‟manifestazioni illegali” è stata interdetta.
Cinquecento persone sono state arrestate, e fra queste l’ex vice ministro dell’Interno Said Leylaz, economista di valore interpellato spesso anche da Repubblica come analista, e Mohammad Reza Jalaipour, noto accademico. Il ministro dell’Intelligence ha dichiarato di aver arrestato ‟ventisei cervelli” della rivolta. La procura di Isfahan minaccia il patibolo per i Mohareb (i nemici di Dio) che creano disordini. ‟Le attività criminali contro la sicurezza dello Stato - avverte il procuratore Mohamad Reza Habibi - vengono punite con la pena di morte”. Le Guardie Rivoluzionarie avvertono che anche su internet non saranno più tollerate ‟informazioni che possono provocare tensioni” e Ahmadinejad ribadisce che il risultato del voto ‟conferma la fiducia del popolo nel buon lavoro del suo governo”.
Con le intimidazioni, gli attacchi ai manifestanti, l’assassinio degli studenti, il governo punta sull’esaurimento della protesta. Ma per il quinto giorno questa è continuata, e Moussavi ha tenuto duro: ‟Continueremo a protestare pacificamente. Chiediamo l’annullamento del voto e nuove elezioni senza truffe”. Il vincitore defraudato raccomanda ai manifestanti di distanziarsi dai provocatori, che a Teheran hanno distrutto vetrine e sedi di banche: ‟Chi compie queste azioni non è dei nostri. La nostra è una protesta nel segno della pace e della nonviolenza”.
Anche ieri decine di migliaia di dimostranti si sono riuniti nella piazza Haft e Tir, da dove sono sfilati in silenzio per la via Enqelab. La Tv di Stato ne ha mostrato brevemente alcune immagini. E per oggi Moussavi ha indetto un ‟giorno di lutto per le vittime degli scontri illegali e violenti” e chiesto ai cittadini di riunirsi nelle moschee e manifestare pacificamente la loro solidarietà alle famiglie.
Dalla sede della Ue a Bruxelles, il regista Mohsen Makhmalbaf e la famosa autrice di fumetti Marjane Satrapi hanno riferito che la sera del venerdì il ministero degli Interni annunciò a Moussavi la vittoria, pregandolo di darne comunicazione ‟senza toni vittoriosi per non provocare le reazioni della parte sconfitta”. Ma poco dopo era venuto il contrordine, e il ministero aveva annunciato la vittoria di Ahmadinejad. Nel frattempo, riferiscono fonti non confermate da Teheran, il responsabile della fuga di notizie, Mohammad Asgari, sarebbe rimasto ucciso in un incidente d’auto molto sospetto. Si dice inoltre che in questo momento nel caveau del ministero si stiano alacremente fabbricando le schede false da esibire per le annunciate verifiche del Consiglio dei Guardiani. Allude a questa situazione perfino un conservatore come l’ex capo dei pasdaran Mohsen Rezai, altro candidato sconfitto: ‟O mi vengono mostrate le schede entro oggi”, ha scritto al ministero, oppure ‟chiederò l’annullamento del voto”. Se lo farà, sarà la prova che le divisioni interne al regime sono esplose.
Ieri i sostenitori di Ahmadinejad hanno chiesto l’arresto dei figli di Rafsanjani. E corre voce che lo stesso Rafsanjani voglia convocare a Qom il Consiglio degli Esperti, di cui era diventato presidente dopo un’aspra contesa con Mesbah Yazdi, l’anima nera del colpo di mano di questi giorni. La convocazione del Consiglio sarebbe un serio avvertimento per Khamenei: una parte crescente del clero sciita diffida dei pasdaran che appoggiano Ahmadinejad con il sostegno della Guida suprema. Ma è solo una voce. Mentre sembra sicuro che buona parte dell’esercito, che dipende anch’esso dalla Guida suprema, sia schierato con Moussavi. E perfino i giocatori della nazionale di calcio, in una partita in Corea, sono scesi in campo con un nastro verde al polso. Ieri, infine, l’Iran ha ufficialmente protestato contro ‟l’ingerenza” degli Usa. Accusa respinta dal Dipartimento di Stato.
Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini

Vanna Vannuccini è inviata de “la Repubblica”, di cui è stata corrispondente dalla Germania negli anni della caduta del Muro. Ha seguito le Guerre balcaniche, lavorato in diversi paesi e, dal 1997, soprattutto in Iran. Nel 1973 era stata una delle fondatrici di “Effe”, il primo giornale femminista italiano. Tra i suoi libri Quarant’anni in faccia (Rizzoli, 1982), Piccolo viaggio nell’anima tedesca (con Francesca Predazzi, 2004; nuova edizione in Ue: 2014), Rosa è il colore della Persia. Il sogno perduto di una democrazia islamica (Feltrinelli, 2006), Al di qua del muro. Berlino 1989 (Feltrinelli, 2010), L’amore a settant’anni (Feltrinelli, 2012) e Suonare il rock a Teheran (con Benedetta Gentile; Feltrinelli Kids, 2014).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>