Dal 4 al 7 giugno, circa 375 milioni di elettori di 27 stati europei hanno votato una nuova rappresentanza popolare comune. Si è trattato di una delle piùgrandi elezioni democratiche al mondo. Nonostante l'importanza di queste elezioni (si pensi che ormai quasil'80% delle competenze decisionali politiche nazionali si sono spostate a Bruxelles e a Strasburgo: l'affluenza alle urne ha confermato il costante calo di partecipazione che dal 1979, anno della prima votazione europea, ha contraddistinto queste elezioni.
Ci siamo stancati dell'Europa? Oppure la disaffezione al voto non è che una protesta contro il modo paternalistico e privo di trasparenza con cui i governi conducono una politica europea al di sopra delle nostre teste? Dopo il fallito varo della Costituzione europea, i governi sono impegnati a imporre, malgrado il "no" degli irlandesi, l'accordo di base di Lisbona. Che cosa vuole diventare l'Unione Europea? Perché ne abbiamo bisogno? Ormai dovrebbe essere chiaro a chiunque che Lisbona è nient'altro che una soluzione burocratica che non offre alcuna risposta a queste domande. Dall'allargamento verso Est, che ha portate con se un forte divario di benessere ed enormi conflitti d'interesse, i governi nazionali non sanno più come devono governare l'Europa. Lavorano al ribasso, senza convinzione, con un modello di governo minimalista che pone al centro dell'attenzione gli interessi nazionali. Negli ultimi anni con l'eccezione del primo ministro lusseburghese Jean-Claude Juncker, non un solo capo di governo ha cercato di proporre un'Europa politica più forte.
Viviamo forse in una "post-democrazia” europea, in cui abbiamo ceduto volontariamente il potere ai tecnocrati di Bruxelles e ai leader del Consiglio europeo? Davvero vogliamo avere così scarsa voce in capitole nell'Unione? Oppure si deve imputare il disinteresse verso le elezioni europee a una sensazione d'impotenza e alla mancanza d'informazioni? Nel giugno 2008, il 68% dei cittadini europei riteneva che il proprio voto non avrebbe cambiato nulla e più della metà dichiarava di non ritenersi sufficientemente informata per potersi recare a votare (Eurobarometro). Eppure le singole persone non rifiutavano l'Europa, al contrario: per la maggioranza relativa degli intervistati, l'Unione Europea suscitava un'idea positiva, in Irlanda addirittura per il 65%, e questo al momento del fallito referendum!
La chiusura nazionale dei politici e la disattenzione con cui l'argomento è stato trattato e continua ad essere trattato dai mass media sono il vero motivo del limitato interesse per le elezioni europee. I partiti politici hanno attribuito a queste elezioni scarsa importanza, perche non erano in gioco posizioni di potere a livello nazionale, al più ne hanno fatto un uso strumentale per misurare il proprio successo futuro. Più le campagne elettorali europee vengono condotte fiaccamente dai partiti, tanto meno le elezioni diventano oggetto di dibattito nelle sfere pubbliche nazionali.
L'insufficiente voce mediatica sull'Unione Europea si conforma al presunto scarso interesse del pubblico e al carente sostegno dei nostri rappresentanti. Il disinteresse della polìtica nazionale e quello dei media si rafforzano reciprocamente, con la conseguenza che i cittadini non possono partecipare adeguatamente ai processi di formazione della volontà europea. Ma se non si rafforza la partecipazione dei cittadini, l'Europa politica è destinata a fallire.
Esistono altre strade per l'Europa? Dopo il "no" degli irlandesi a Lisbona e dopo lo "stizzito silenzio" dei governi sul futuro dell'Europa, il filosofo Jürgen Habermas chiese che fosse la popolazione a decidere tramìte un referendum paneuropeo se volesse o no un'effettiva unione politica. Questo referendum avrebbe senza alcun dubbio destato la coscienza pubblica e dato vitalità alle prossime elezioni europee. Purtroppo i leader di governo si sono dimostrati sordi alle richieste di una democrazia diretta in Europa.
Oltre ai referendum, che si accontentano di un "sì" o di un "no", oggi vengono utilizzate forme innovative di partecipazione dei cittadini in grado di avviare un differenziato processo di formazione della volontà popolare anche su temi complessi. Si tratta di procedure deliberative che si svolgono a più riprese e alle quali prendono parte cittadini, esperti; moderatori e politici. Nella presidenza Obama, per esempio, è stata tradotta la figura di una "direttrice della partecipazione dei cittadini".
Simili metodi di partecipazione servono anche per promuovere decisioni d'indilrizzo di una comunità politica, come hanno dimostrato nel 2007 nel Quebec i 22 forum di cittadini con un totale di 10mila partecipanti, in cui furono affrontate domande fondamentali sul rapporto con gli immigrati. A questi dibattiti trasmessi in televisione, che toccarono temi come l'uso del velo o la legittimità del crocefisso nei luoghi statali e raggiunsero un'ampia opinione pubblica, presero parte studenti e casalinghe, impiegati e disoccupati, musulmani e xenofobi. Questi processi di partecipazione possono quindi integrare con efficacia modelli esistenti di democrazia rappresentativa proprio in caso di forti conflitti d'interessi e valori.
Un analogo esperimento è stato fatto anche in Germania. Da metà febbraio a fine aprile di quest'anno, 361 cittadinì scelti a caso hanno preso parte alle discussioni del ‟Bürger Forum Europa” organizzato dalla Fondazione Bertelsmann e dalla Fondazione Heinz Nixdorf. L'entusiasmo e il coinvolgimento sono stati sorprendenti e hanno superato le differenze di età e d’istruzione. Durante l'incontro d'esordio, svolto si a Berlino e cui partecipava anche il cancelliere Angela Merkel, 45 cittadini, suddivisi in comitati tematici, hanno discusso in modo controverso ma costruttivo per due giorni.
L'entusiasmo e l'impegno sono proseguiti nelle successive otto settimane: i partecipanti hanno concordato sulle sfide più importanti dell'Europa e harmo elaborato online numerose proposte di soluzioni. Alcuni di loro sono stati designati a filtrare i più di 8mila commenti e a redigere un dettagliato "programma dei cittadini", Ne è emerso che i cittadini Sono più interessati al benessere comune europeo di quanto non lo siano i leader politici! Nel programma si chiede l'armonizzazione dei sistemi fiscali e una comune politica finanziaria affinché l'Unione Europea possa esigere un nuovo e credibile ordinamento dei mercati finanziari internazionali. È stata anche espressa la volontà d'influenzare in futuro la composizione e la politica della Commissione europea e di esigere referendum popolari sulle questioni europee
Una forma di partecipazione dei cittadini di questo tipo è stata sperimentata anche a livello europeo. Nell'ottobre del 2006, a Bruxelles, 1800 cittadini di tutti gli stati membri, riuniti in una "citizens' conference", hanno per la prima volta potuto superare i confini linguistici e nazionali, scambiandosi idee sul futuro sociale ed economico dell'Europa. Questo dialogo paneuropeo è stato parallelamente, portato avanti in conferenze nazionali e regionali e si è concluso con una dichiarazione dei cittadini europei sostenuta da tutti i partecipanti nella quale si chiede "più" Europa.
Prima delle elezioni europee, questo tipo di conferenza è stata riproposta online. l cittadini non sono stanchi dell'Europa, al contrario, nutrono un vivo interesse e sono pronti a contribuire personalmente anche sacrificando parte del proprio tempo. Un maggiore ricorso a tali forme di partecipazione deliberativa rafforzerebbe la democrazia europea.
Per raggiungere questo obiettivo, occorre che i risultati dei forum vengano accolti dai rappresentanti politici e discussi sui media. Solo in questo modo potrà avviarsi una più ampia formazione dell'opinione pubblica sul futuro dell'Unione. Potremmo a quel punto trovarci all'inizio di una rifondazione dell'Unione Europea, una rifondazione che parte dai cittadini stessi e in grado di spronare i politici nazionali stanchi dell'Europa.

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