Curioso come le parole possono ingannare. ‟Il gruppo delle otto maggiori economie hanno concordato che l'aumento della temperatura globale non dovrà eccedere i 2 gradi Celsius”, riferivano ieri le agenzie dall'Aquila, dove si teneva il vertice del G8 (che oggi si allarga al ‟Mef”, forum delle maggiori economie, di cui fanno parte paesi ormai decisivi come Cina, India, Brasile, Messico). Molti notiziari italiani hanno tradotto con la frase ‟il G8 ha raggiunto un accordo sul clima”. Falso. Cioè: vero, in apparenza, perché gli Otto hanno concordato una frase da mettere nel loro comunicato finale su questo che è considerato uno dei principali temi in agenda. La dichiarazione finale dunque dirà che le 8 maggiori economie del mondo vogliono fare in modo che la temperatura globale non aumenti più di quella soglia (2 gradi Celsius rispetto al livello precedente la Rivoluzione industriale) che il Comitato scientifico delle Nazioni unite sul clima (Ipcc) considera la soglia indispensabile a evitare la catastrofe ambientale. Guardiamo il lato buono delle cose: questo è il primo G8 in cui gli Stati uniti sono rappresentati dall'amministrazione Obama, che ha dato una svolta drastica alla politica americana del clima rispetto al predecessore Bush, e finalmente fa propria la raccomandazione dell'Onu.
A ben guardare però quella frase nel comunicato finale sarà ben poca cosa, e la realtà è che all'Aquila c'è invece un forte disaccordo. Il punto è: come si evita che la temperatura globale salga più di quel certo limite? La risposta sta nella capacità di diminuire le emissioni di anidride carbonica e altri gas ‟di serra” (quindi nelle politiche energetiche, consumo di petrolio e di altri combustibili fossili, sviluppo industriale, consumi, agricoltura, foreste e così via).
Qui però il vero soggetto non è il G8 ma le 16 nazioni del ‟Major economies forum”, che insieme producono circa l'80% delle emissioni di gas di serra del pianeta. Martedì a Roma il Mef ha tenuto un incontro preliminare e oggi si riunisce all'Aquila. Tutta la questione era se includere nella dichiarazione dell'Aquila un formale impegno: la proposta sostenuta da diversi paesi industrializzati era dimezzare le emissioni di gas di serra entro il 2050. Qui l'accordo non c'è: Cina e India si sono opposte a indicare un oiettivo a metà secolo se prima i paesi industrializzati non si impegnano a tagliare le loro emissioni al 2020, e anche a definire piani per aiutare le nazioni in via di sviluppo a finanziare le misure urgenti per affrontare i disordini climatici ormai incombenti - laumento di alluvioni, ondate di caldo, siccità, aumento del livello dei mari, che tra l'altri colpiscono in modo sporporzionato proprio loro. Spiegava il negoziatore indiano Dinesh Patnaik all'agenzia Reuter: ‟Per un obiettivo a lungo termine ci deve essere un obiettivo credibile a medio termine”. I paesi in via di sviluppo chiedono che quelli ricchi taglino a medio termine almeno il 40% delle loro emissioni: ‟senza un'indicazione precisa sul medio termine, e senza finanze e tecnologie, i paesi in via di sviluppo non possono accettare obiettivi a lungo”, dice Patnaik. Ma tutto questo significa che l'Aquila non avrà portato nessun passo avanti in vista del vertice mondiale sul clima previsto a fine anno a Copenhagen, dove è in gioco un accordo globale che sostituisca quello di Kyoto. I negoziatori non si aspettano veri passi avanti prima del G20, in settembre negli Usa.
Marina Forti

Marina Forti

Marina Forti è inviata del quotidiano "il manifesto". Ha viaggiato a lungo in Asia meridionale e nel Sud-est asiatico. Dal 1994 cura la rubrica "TerraTerra" che riporta storie quotidiane in cui si intrecciano ambiente, sviluppo e conflitti. Ha ricevuto, nel 1999, il prestigioso premio "Giornalista del mese".

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