L'Afghanistan è una terra di fosse comuni, non c'è solo quella del deserto di Dasht-i Layli, sulla quale ha riaperto un'inchiesta il presidente americano Obama. Nelle fosse comuni ci sono finite a turno tutte le etnie: hazara, pashtun, tagiki... E anche gli invasori stranieri non sono mai usciti vittoriosi da quel pantano, dai britannici ai sovietici, e probabilmente non avranno miglior sorte gli americani e i loro alleati. E allora ancora una volta il popolo afghano resterà solo con il proprio orgoglio a contare i morti e a guardare le rovine che si accumulano dopo le varie guerre.
La vigilia elettorale rafforza l'impegno dei taleban contro le forze straniere. E non basteranno certo i nuovi invii di truppe - dagli Stati uniti, dall'Italia e dalla Gran bretagna - per evitare lo stillicidio quotidiano. Ieri, l'esplosione di un ordigno collocato lungo una strada nella provincia di Farah ha provocato al morte di un soldato italiano, il quattordicesimo, mentre nella provincia di Helmand sono morti sei «civili» che viaggiavano a bordo di un elicottero schiantatosi al suolo vicino alla base di Sangin. Civili ma non estranei alla guerra, si tratterebbe infatti di contractors sempre più impegnati nelle società di sicurezza che con i militari si spartiscono lo sporco lavoro della guerra. La scorsa settimana a bordo di un altro elicottero erano morti tre soldati, due britannici e un canadese.
In cielo come a terra i soldati stranieri sono sempre più a rischio, anche il presidente degli Stati uniti lo ha capito, ma non basterà il suo tentativo di «umanizzare» la guerra per renderla meno sanguinosa e nemmeno per sconfiggere i taleban. Troppo poco e troppo tardi. La riapertura dell'inchiesta sul massacro di migliaia di taleban, avvenuto dopo la battaglia di Konduz vicino a Mazar-i-Sharif ad opera del famigerato generale uzbeko Rashid Dostum con la copertura della Cia, che proprio su questo giornale avevamo documentato fin dal 2002, è sicuramente un gesto da apprezzare, ma non sarà sufficiente. Nel deserto di Dasht-i Layli, avevamo trovato ancora la stoffa nera dei turbanti dei taleban.
Purtroppo Dostum, attuale capo di stato maggiore dell'esercito, non è l'unico signore della guerra afghano ancora al potere in Afghanistan e senza quest'alleanza mortale Hamid Karzai non sarebbe più presidente e non avrebbe nessuna possibilità di ripresentarsi alle elezioni di agosto. Probabilmente Karzai vincerà anche questo secondo mandato, ma non sarà in grado di governare il paese e continuerà ad essere un presidente debole ostaggio dei vari signori della guerra e della droga. Gli occidentali non hanno trovato un sostituto e hanno nuovamente ripiegato su di lui. A nulla sono valsi gli appelli di Karzai ai «fratelli taleban» perché partecipino al voto. E se partecipassero probabilmente segnerebbero la fine di Karzai. Perché la «exit strategy» di Obama, che aveva annunciato di voler rafforzare la presenza militare, ma cercando di vincere l'ostilità degli afghani, non ha funzionato. Ridurre i bombardamenti che colpiscono indiscriminatamente, soprattutto civili, va bene, ma occorre anche dare una prospettiva alla popolazione dilaniata dalla guerra e questa passa attraverso la ricostruzione.
Non può esserci una politica dei due tempi, prima si sconfiggono i taleban e poi si ricostruisce, agli afghani non basta più la sconfitta dei taleban, vogliono liberarsi di tutti coloro che hanno distrutto il paese e che invece ancora governano direttamente o indirettamente, con le armi o con la droga. Tutta l'economia si basa sul traffico dell'oppio (e dell'eroina) con la responsabilità dell'occidente che non ha voluto adottare l'unica misura utile per neutralizzare i trafficanti: l'acquisto dell'oppio da usare in medicina. Oggi più che mai l'Afghanistan è il punto di snodo di traffici internazionali che coinvolgono tutti i paesi vicini. Fino a insinuarsi con i corrieri dell'eroina sulle strade d'Europa.
In questo quadro risulta semplicemente penosa la reazione del ministro della difesa italiano Ignazio La Russa che derubrica la guerra a un problema tecnico di blindatura dei mezzi.
Per evitare nuove fosse comuni occorre ritirare tutti gli eserciti dall'Afghanistan. senza però abbandonare gli afghani a se stessi, ripetendo l'imperdonabile errore somalo. Donne e uomini afghani da tempo ci chiedono di ripensare a una missione realmente di pace a guida europea che li protegga dai signori della guerra senza continuare a distruggere il paese e aiutandoli ad uscire dalla povertà e dalla violenza.
Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena

Giuliana Sgrena, inviata de ‟il manifesto”, negli ultimi anni ha seguito l'evolversi di sanguinosi conflitti, in particolare in Somalia, Palestina, Afghanistan, oltre alla drammatica situazione in Algeria. Negli ultimi due anni ha raccontato la guerra e l'occupazione in Iraq. Nei suoi servizi cerca di indagare la realtà che sta dietro lo scontro armato, la vita quotidiana delle principali vittime delle guerre moderne: donne e bambini. Ha dedicato particolare attenzione all'islamismo e al suo effetto sulla condizione delle donne. Attualmente collabora, tra l'altro, con RaiNews24, con il settimanale tedesco ‟Die Zeit”, con la radio della Svizzera italiana e con riviste di politica internazionale. Libri pubblicati: La schiavitù del velo, voci di donne contro l'integralismo islamico (manifestolibri 1995); Kahina contro i califfi, islamismo e democrazia in Algeria (Datanews 1997); Alla scuola dei taleban (manifestolibri 2002); Il fronte Iraq, diario da una guerra permanente (manifestolibri 2004).

Vai alla scheda >>

Torna alle altre news >>