La solita politica scolastica eversiva-diversiva del governo. Lo scorso anno il ritornello dell'estate inventato dalla Gelmini era: ritorno al grembiulino a scuola, sì o no? Si è andati avanti su tutti i giornali per settimane fino all'inizio dell'anno scolastico, con questo giochetto. Sembrava questione di vita e di morte. Quest'anno è stata la Lega a trovare il motivetto che piace tanto ai giornali e all'opinione pubblica: il dialetto. In tutte le sue versioni: dialetto a scuola? Test di dialetto per i docenti del sud? Motivetto che Gelmini non si è fatta scappare e ha subito rilanciato in numerose variazioni. Il fine di questa politica-scolastica è sempre lo stesso: distrarre l'opinione pubblica per perpetrare i tagli economici e dei docenti già iniziati lo scorso anno.
La funzione della Lega è quella del palo: distogliere l'attenzione, mentre si compie il «furto» della scuola pubblica. Insegnare il dialetto o fare un test ai docenti arruolati a seconda delle regioni italiane in cui entrano di ruolo è una cosa assurda: se non altro perché in Italia esistono migliaia di dialetti e ognuno ha una sua variazione; di più, spesso ci sono differenze di pronuncia e di cadenza.
Però è vero che attraverso la questione del dialetto ci si avvicina al disegno finale: lo smaltellamento totale della scuola pubblica italiana. Dalla sua autonomia si passerà alla sua regionalizzazione sempre più feroce: una volta smaltellata e indebolito mortalmente il suo centro, la scuola pubblica italiana sarà affidata alla buona e cattiva sorte dei suoi amministratori locali. Diventerà sempre più luogo di mercificazione del sapere e di scambio di favori e potere, un po' coma è già avvenuto con la regionalizzazione del sistema sanitario nazionale.
Si tende sempre a prendere con sufficienza e come boutade le idee della Lega, o come goliardiche provocazioni che prima o poi rientreranno. In realtà sono la vera matrice ideologica di questo governo, la più sincera. L'ideologia è semplice: il razzismo, la guerra dei più deboli contro i più deboli, per creare movimentismo, per fare propaganda, per riscaldare gli animi. Mi stupisco che in Italia non ci sia ancora un partito o un movimento politico che dichiari esplicitamente il ripristino della pena di morte. Tutti sappiamo che, da sempre, in quasi tutti i paesi del mondo - democratici o no, occidentali o no - se si facesse un referendum sulla pena di morte, vincerebbero i favorevoli. Anche nel nostro paese sarebbe così.
Ma da quando l'Italia è Repubblica, per una sorta di patto - se non antifascista, comunque civile - nessuno ha mai tirato fuori un partito o un movimento del genere, che tra l'altro sarebbe fortemente osteggiato dalla Chiesa. Stessa cosa, per anni, è accaduto sul tema del razzismo: nessun partito o movimento poteva cavalcare i bassi istinti per creare consenso. Ma adesso questo argine, questo confine, non c'è più, siamo nell'era dell'indecenza. Chi tra i docenti pensava che la Lega e il governo di centrodestra si accontentassero di qualche poeta dialettale inserito nelle antologie e nei libri di lettura di scuola per alunni e studenti, si deve ricredere. E il razzismo non guarda in faccia a nessuno. Ieri si scagliava contro gli extracomunitari, oggi contro i docenti e i presidi meridionali.
E domani?
Giuseppe Caliceti

Giuseppe Caliceti

Giuseppe Caliceti insegna a Reggio Emilia dall’età di vent’anni. È autore di numerosi libri per bambini, ragazzi, adulti. Nel 2003 ha vinto con il libro Suini il premio di narrativa Elsa Morante. È responsabile del servizio comunale Baobab/Spazio Giovani Scritture di Reggio Emilia, rivolto ai docenti di ogni ordine di scuola che fanno incontrare ad alunni e studenti gli scrittori. Per Feltrinelli ha pubblicato Italiani, per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati (2010) e Una scuola da rifare. Lettera ai genitori (2011).

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