‟Pesto per terra la pianta dei piedi e la vita mi sale lungo le gambe, percorre lo scheletro, si impossessa di me, mi libera dall’inquietudine e mi addolcisce la memoria. Balla, balla, Zarité, perché lo schiavo che balla è libero...finché balla”. Quello de L’isola sotto il mare, nuovo romanzo storico di Isabel Allende in uscita in Italia il 2 dicembre, è un passato fatto di rivoluzioni sanguinose, è una storia di umane passioni che dell’amore si nutrono, ma si originano dall’inevitabile bisogno di quella libertà che nel ‘700, nel sud delle Americhe, distingueva i gran blancs dai servi neri che, a una vita di sdegni, preferivano la morte. Il richiamo di tamburi nelle notti della calenda, presagio di morte ma anche di speranza, è voglia di abbandonarsi a quella musica così ritmata che trascina via ‟gli anni, i ricordi e la paura”, perché è da quella che la schiava Zarité, protagonista del romanzo, vuole divincolarsi. Paura di dover servire ancora con abnegazione, timore di dover ogni notte sottomettersi alle volontà di un padrone che con violenza l’ha privata dei beni più preziosi, terrore verso chi in qualsiasi maniera ha cercato di spegnere la sua z’etoilè, la sua stella del destino che troppi lustri ha vissuto di una luce affievolita tra le altre stelle del firmamento.
Quando Toulouse Valmorain, erede di una piantagione di zucchero a Saint-Dominque, sbarcò incredulo al porto di Le Cap non sapeva che quella terra, fino a pochi anni prima, non aveva padroni né servi, né pirati o millantatori, ma solo una società fatta di razze differenti e una magica religione che a Papa Bondye e ai loa affidava preghiere e speranze. Valmorain dimenticò presto gli ideali illuministici e quando comprò Zarité dalla cortigiana più sensuale e corteggiata, si era già abbandonato sia al suo destino da ricco, grazie allo sfruttamento di neri che ‟soffrono meno a differenza dei bianchi che non avrebbero retto quello che loro sopportavano”, sia a quello di proprietario che approfittava del potere perché in quel tempo ‟chi non ne abusava non meritava di averlo”. A nove anni Zarité desiderava solo scappare e spingersi verso le vette più alte, regno dei cacicchi morti e ora culla dei neri fuggiaschi raccolti in comunità guerriere pronte alla ribellione. Ma i suoi piccoli piedi e le sue povere forze la costrinsero ad abbandonarsi a un sorte segnata dal dolore, destinata all’asservimento ai voleri, troppo spesso violenti e carnali, di un padrone irrispettoso e spesso ingrato, che esercitava potere assoluto su altre vite con il conseguente carico di tentazione e degradazione.
Zarité, invece, seppe amare sebbene con paura. Si abbandonò a un piacere originario privo di imposizioni o di obblighi ma, sciaguratamente, non duraturo perché ‟il destino di un guerriero è la guerra e non l’amore”. Quando finalmente l’isola tremò per il fragore di un odio antico che aveva atteso quel pretesto per esplodere, Zarité, da madre quale sarebbe poi diventata, lottò affinché la giustizia prevalesse sull’ingiusta oppressione nera, si batté affinché il sangue versato desse poi spazio al trionfo dell’abolizionismo che, ‟come una palla di neve che rotolando cresce e prende velocità”, non sarebbe stato frenato da alcuno. Resa coraggiosa dall’affetto materno e dalla brama di riscatto, Zarité si avventurò in una nuova terra e aiutata da padre Antoine, un don Cristoforo decisamente temerario, e da chi come lui appoggiò l’emancipazione degli schiavi, contribuì a dare vita all’identità latinoamericana moderna.
La minuziosa attenzione per quei particolari che nei manuali di storia sono da sempre celati, la voglia di abitare corpi di donne che con durezza hanno collaborato affinché i diritti di tutti, e non solo dei neri, venissero integrati in costituzioni e trattati, hanno spinto la Allende a incarnarsi nella pelle nera della protagonista, ‟la cui immaginazione può far si che le cose accadano”. Soffre, spera, ama, vive la sua libertà con adolescente contentezza Zarité e con lei anche il lettore. Il potere della scrittrice consiste proprio nel trasportare, chi sfoglia le pagine, in quel lontano fine ‘700, tra Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti, Rivoluzione francese e consolato napoleonico. Quello della Allende è un libro di attese, tutto è questione di tempo: liberazione, assoluzione, arrivi, ritorni, fughe, nascite e morti. Ogni cosa è scandita dal battito di Zarité che, forse involontariamente, agisce allo stesso tempo da matrona e da dea, proprio come la sua protettrice Erzuli, sulla vita di tutti i personaggi che sulla scena appaiono per restarci o per essere dimenticati. Tutti comunque in attesa di essere condotti, appunto, ne L’Isola sotto il mare.
Isabel Allende

Isabel Allende

Isabel Allende è nata a Lima, in Perù, nel 1942, ma è vissuta in Cile fino al 1973 lavorando come giornalista. Dopo il golpe di Pinochet si è stabilita in Venezuela e, successivamente, negli Stati Uniti. Con il suo primo romanzo, La casa degli spiriti del 1982 (Feltrinelli, 1983), si è subito affermata come una delle voci più importanti della narrativa contemporanea in lingua spagnola. Con Feltrinelli ha pubblicato anche: D’amore e ombra (1985), Eva Luna (1988), Eva Luna racconta (1990), Il Piano infinito (1992), Paula (1995), Afrodita. Racconti, ricette e altri afrodisiaci (1998), La figlia della fortuna (1999), Ritratto in seppia (2001), La città delle Bestie (2002), Il mio paese inventato (2003), Il Regno del Drago d’oro (2003), La Foresta dei pigmei (2004), Zorro. L’inizio di una leggenda (2005), Inés dell’anima mia (2006), La somma dei giorni (2008), L’isola sotto il mare (2009), Il quaderno di Maya (2011), Le avventure di Aquila e Giaguaro (2012), Amore (2013), Il gioco di Ripper (2013), L'amante giapponese (2015), Oltre l'inverno (2017), Lungo petalo di mare (2019). Negli Audiolibri Emons Feltrinelli: La casa degli spiriti (letto da Valentina Carnelutti, 2012) e L’isola sotto il mare (letto da Valentina Carnelutti, 2010). Inoltre Feltrinelli ha pubblicato Per Paula. Lettere dal mondo (1997), che raccoglie le lettere ricevute da Isabel Allende dopo la pubblicazione di PaulaLa vita secondo Isabel di Celia Correas Zapata (2001). Nel 2014 Obama l’ha premiata con la Medaglia presidenziale della libertà.

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