"Paolo Sorrentino ha inventato Tony Pagoda, un eroe del nostro tempo, il più grande personaggio della letteratura italiana contemporanea.”
Antonio D'Orrico.
Qui di seguito un "assaggio" del Tony Pagoda-pensiero.

Il "Tony Pagoda-pensiero"

Mi aspettano. Se c’è una cosa che so fare bene in questa vita è farmi aspettare. Fatti i conti, lo so fare talmente bene che poi non arriverò. Ma questa è un’altra storia.

Succede sempre così: quando hai bisogno del conforto dell’uomo, quello sta dormendo.

Sono stancanti, gli esseri umani, quando non li tieni a servizio.

Dacci dentro Tony, sussurro a me stesso, e Tony ci dà dentro quando sale Una cometa nel cuore, uno di quei brani che taglierebbe a pezzettini anche il cuore di un serial killer svedese.

Che se dio lo si potesse vedere, probabilmente, mi starebbe mantenendo il microfono, adesso, a me, a Tony Pagoda. Alias Tony P.

E quello che mi disse quella volta Sinatra: “Il concerto is good, ma ricordati una cosa Tony, il successo... il successo sta sul cesso”

E quello che dissi alla giornalista “Se a Sinatra la voce l’ha mandata il Signore, allora a me, più modestamente, l’ha mandata san Gennaro”,

La rissa è oggettivamente sempre una cosa meravigliosa, è meglio di una scopata con la Carrà all’apice della sua comunicativa sessuale, quando si proponeva da Trieste in giù.

Sedurre è come scrivere una bella canzone, tutto tecnica e ritmo, tecnica e ritmo.

Gli aggettivi seducono, i sostantivi annoiano. Questo è il grande segreto.

A volte l’onestà è una gran cazzata e non fidatevi di chi parla male dei furbi, è gente intrisa di un moralismo precostituito.

Non c’è giustizia per l’astuto, solo casualità. Che è pure peggio.

Tutti abbiamo visto di peggio dal momento che non è previsto un limite giuridico al peggio.

Fatemi vedere un uomo in tuta e a me mi prende uno sconforto da malato che vaga nella corsia d’ospedale tra barelle e bottigliette d’acqua distillata alla ricerca di un cesso sporco e perennemente occupato.

Com’è brutto avere a che fare con gente che non sa campare ma che se solo gli dai due dita di confidenza ti snocciola un decalogo bello e pronto di come si fa e come si dice nella stronza vita.

La piccola borghesia è come uno di quei film sugli zombie, ne uccidi tre, tiri un sospiro di sollievo, poi si scoperchiano le tombe e ne escono altri quattrocento. Un inferno. Poche storie, un inferno assoluto.

Ci ha una risata Antonella che fa paura, sembra Pavarotti dentro casa quando fa il pazzo con la moglie perché non trova le mutande pulite.

Gli altri la prendono, la coca, per sentirsi qualcun altro e invece quella serve unicamente a ricondurti costantemente a te stesso. Ma questo è il problema mio. A me piace me stesso.

Ci ha questo di brutto questa città, anche quando non hai fatto niente sei costretto a metterti sulla difensiva.

Perché a Varese tutto questo non succede manco si che.

Il senso della misura è fondamentale se vuoi continuare a tenere banco. A che servono diciotto coltellate quando te ne basta una sola.

Gli uomini si dividono in due categorie: quelli che si mettono comodi. E appassiscono. E gli altri. Io faccio parte degli altri.

In ultima analisi, dico io, la vita è una favolosa rottura di coglioni. Ma su cosa dobbiamo concentrarci? Sulla rottura di coglioni? O sul favoloso? I comodi si adagiano sulla rottura di coglioni. Li rassicura. Come il telegiornale alle otto. Gli altri, li vedi, si catapultano in strada a tutte le ore, valicano la notte, avidi e nevrotici, spaesati ma concentrati. Cercano il favoloso. E non lo trovano. Perché lo hanno già vissuto. Ma fanno finta che questo preveda il bis.

La bontà? Cose per gente a corto di altre prospettive più accattivanti.

Se mi chiedessero che cosa vuoi eliminare dalla stronza vita, non ci penserei su due volte: la solidarietà. Una roba così astratta che consola solo i morti che camminano. E l’eroe, un tempo tronfio e gradasso, ha lasciato il posto al timido e dimesso, un’altra vittima. Questo va cercando la popolazione. Questo gli danno in pasto i furbi. Comodi concetti bell’e pronti come la pizza surgelata. Li rassicurano nell’intimo. Tutto ciò che li destabilizza, una volta li faceva riflettere, ora gli fa semplicemente schifo. Invitate il ladro a casa, ma lasciate fuori il provocatore, questo ci vanno dicendo. Un degrado. Un rotolamento verso un’infinita pianura padana di stronzate.
Ma quest’è.

Il conformismo senza sforzi ti fa sentire migliore. Fai parte di un gruppo nutrito. Sei in compagnia. Ti tira fuori dalla responsabilità di motivare continuamente te stesso. E questo basta a tirare avanti ancora un altro po’. A colpi di distrazioni, ti aggrappi al tram della vecchiaia. E chi si è visto si è visto.

“Che stai studiando, Albertino?”
“I confini del Nicaragua” dice il piccolo.
“Pare che ci stanno un sacco di troie ai confini col Nicaragua.”

(Vent’anni dopo) “Il figlio di quell’amica tua, Alberto, non ha neanche trent’anni ma è stato arrestato già tre volte: sfruttamento della prostituzione”.

Mai sollecitare la stupidità della gente, ne esce fuori una logica inoppugnabile, intelligente, che ti mette nella merda alta.

L’esistenza ti sfugge di mano per il semplice motivo che l’hai vissuta già tutta quanta.

Ma è beffardo l’essere umano, alle volte. Si complica l’esistenza perché non ci crede che le cose possano essere lisce e scorrevoli.

La decadenza del mondo non è forse cominciata a partire da quel cazzo di crème caramel? Poi saremmo precipitati nel risotto allo champagne, inghiottiti dalle pennette alla vodka, addirittura il maltagliato al profumo di rose, consegnandoci al fallimento lucido, lineare. Il mondo cambia a seconda dei menu e noi che non ce ne rendiamo conto.

Che fine hanno fatto i televisori Telefunken? Si diceva che erano buoni.

Devo solo distrarmi. La distrazione. La massima invenzione dell’essere umano per continuare a tirare avanti. Per fingere di essere quello che non siamo. Adatti al mondo.

Siate up e sorridete

E quest’è.
Ma non è tutto.

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