Un mese fa moriva Grazia Cassarà, la collega e amica che nella nostra casa editrice ha portato per più di quarant'anni il rigore e la passione della ricerca, la luminosità di tutta la sua intelligenza e il calore del suo cuore.
Gli autori con cui Grazia ha lavorato la ricordano così.

 

Quando muore una persona, che si è accompagnata ad alcuni momenti della nostra vita con la sua presenza e con la sua gentilezza, con la sua passione e con il suo entusiasmo, con il suo sorriso e con la sua grazia, questa è stata Grazia per me, dalla memoria rinascono sciami di ricordi intessuti di infinita nostalgia, e di indicibile tristezza. Quanti anni sono passati dal momento in cui, in Feltrinelli, ho incominciato a scrivere i libri che hanno subito trovato in Grazia una persona dalla straordinaria umanità, dalla sfolgorante intelligenza critica, dalla grande competenza linguistica e dalla grande cultura, ma anche dalla generosa partecipazione ai modi di essere di libri che nascevano dall’incontro e dal dialogo con il dolore e con la sofferenza, e che avevano bisogno di una consulenza, come è stata mirabilmente la sua, intesa ad evitare che il linguaggio della psichiatria rendesse aride e fredde le articolazioni tematiche dei libri, e questo senza togliere loro la verità della sofferenza umana che li sigillava. Quando consigliava di modificare questa, o quella, pagina, e di togliere questa, o quella frase, o di dilatare questa, o quella, area tematica, lo faceva con la sua stremata delicatezza, e con la sua indicibile sensibilità, che hanno lasciato in me tracce incancellabili di riconoscenza.
La sua vita veniva improvvisamente incrinata e ferita dalla malattia che ne faceva riemergere altri aspetti della personalità: il coraggio e la fermezza, la coscienza del male e la speranza. Ma la malattia non faceva venire meno la sua ricerca e la sua attesa di libri che sapessero testimoniare qualcosa di originale, e di rigoroso, nel campo delle scienze umane e delle scienze naturali. E così infiniti sono stati i libri, sgorgati dalle più diverse fonti culturali, che in questi anni Grazia ha analizzato e curato con l’attenzione scarnificante di una Simone Weil, e sulla scia delle sue osservazioni e delle sue indicazioni, dei suoi suggerimenti e delle sue intuizioni, questi libri hanno trovata la loro definitiva conclusione editoriale.
Non verrà mai meno il mio ricordo della sua gentilezza, del suo sorriso che nemmeno la malattia ha potuto incrinare, della sua immagine discreta e assorta, della sua capacità di ascoltare le parole e il silenzio, il dicibile e l’indicibile, sulla scia della sua diletta Emily Dickinson. L’ultimo suo sguardo, l’ultimo suo saluto, li rivedo ancora oggi con gli occhi lambiti dalla nostalgia: la malattia sembrava arginata, lo sguardo e il volto risplendevano, come prima, le parole sgorgavano limpide e ferme; ma tutto si è poi concluso.
Così noi viviamo, e prendiamo sempre commiato: tenendo segrete nel cuore le stimmate della nostra riconoscenza e del nostro dolore.
Eugenio Borgna

 
 

Il mio rimpianto è di non aver avuto più tempo per entrare nell'ufficio di Grazia, sedermi davanti a lei e parlare con la tranquillità che due persone assumono quando scoprono che, anche se fino a un momento prima non si conoscevano, ora hanno molto da dirsi e la conversazione potrebbe continuare per ore. Pur nella fretta inevitabile che incombe sul lavoro di una casa editrice, e nella fretta mia che passo in Italia solo qualche mese all'anno e devo sempre tenere in mente quello che devo dire e dirlo in modo conciso, quei momenti di conversazione "pura" con Grazia, purtroppo molto pochi, sono stati un'oasi di calma. Non pareva affatto che io fossi lì per proporre un libro e che lei fosse lì per valutarlo. Da ogni sua osservazione traspariva un'assoluta delicatezza di approccio al materiale che aveva sotto mano- una delicatezza, peraltro, che ne rivelava subito i meriti come i limiti. Misurava le parole, non divagava, ma avrei voluto che lo facesse. Da una sua casuale osservazione c'era da imparare molto di più che dal linguaggio ingessato di tante schede di lettura. L'ho vista l'ultima volta nel 2012. Speravo che ci fosse ancora tempo. Tutti vogliamo più tempo. In realtà vorremmo solo che qualche volta, anche una volta sola, il tempo si distraesse un poco e ci lasciasse essere quello che siamo adesso, invece di quello che dovremo essere. È questa benedetta distrazione del tempo che ho avvertito nell'ufficio di Grazia.
Alessandro Carrera

 
 

Con Grazia ci siamo “tenute da lontano”. Un dialogo ininterrotto nel corso degli anni, nonostante le occasioni per vederci non fossero tanto frequenti. Incontri comunque sempre fruttuosi, a tratti molto intensi. Ci siamo raccontate pezzi di vita importanti, di quelli che non è facile confidare ad altri. Grazia è la prima persona che mi ha accolto in Feltrinelli al momento del mio passaggio alla nuova casa editrice. Ci siamo intese subito. Ci hanno profondamente legato alcune affinità di carattere e una immediata sintonia di pensiero. E’ stato bello lavorare con lei.
Ho ricordi molto nitidi di alcuni momenti speciali condivisi: un pranzo all’aperto in una piazzetta milanese al sole di una primavera tardiva, alcune pause caffè trascorse in animate conversazioni, qualche incursione in libreria per passare in rassegna i nostri amati libri.
E naturalmente il lavoro di preparazione dei miei libri, che Grazia curava con tanta competenza e affettuosa partecipazione.
Le ho voluto, le voglio, davvero bene
Ivana Castoldi

 
 

Chi ha scritto di filosofia per i tipi di Feltrinelli ha avuto la fortuna di incontrare Grazia Cassarà e di valutarne le straordinarie qualità scientifiche ed umane. Conoscerla significava apprezzarne la generosità intellettuale, la preparazione, il talento e, non ultima, la personalità. Grazia leggeva, discuteva e giudicava i miei libri non solo, e non tanto, come ‘prodotto finale’ o risultato di una ricerca o esposizione di una tesi, ma sapendo quanto è tormentoso il lavoro della scrittura e la ricerca di un’architettura che sistemi le idee in un quadro piacevole. Sì, dico piacevole. E, su questo, con Grazia ci siamo sempre intese. Il libro deve essere di piacevole lettura perché, si sa, bisogna venderlo. Il mercato ha le sue leggi. Ma c’è un’altra piacevolezza, meno mercantile e più profonda, quasi una passione dell’anima, che Grazia, condividendola, sapeva riconoscere e rinfocolare in me: quella dell’intellettuale a cui piace intelligere, capire, spiegare, costruire, decostruire e narrare. Capace di incarnare al suo meglio la figura dell’intellettuale – quando il termine conservava ancora un significato positivo - Grazia aveva un talento critico formidabile ma lo metteva in atto umanamente, ossia mediante un’esplicita condivisione della nostra comune fragilità, vulnerabilità, trepidazione e incertezza, di fronte al congelamento della volatilità del pensiero nella petrosità della scrittura. Giudizi netti, critiche precise, consigli generosi e puntuali, da parte sua: ma niente di algido o distaccato, niente di severo pur nell’ indispensabile severità che viene dalla serietà del mestiere e della preparazione culturale. L’autore, l’autrice ha una vita, anzi, una storia di vita, di cui l’incontro con l’editore è una parte emotivamente importante. Il momento è delicato, richiede fiducia e affidamento. Non si tratta solo di piazzare un libro. Con Grazia, per via della sua disponibilità a comprendere ed aiutare, si diventava riconoscenti e, insieme, subito amiche. Chi scrive per pubblicare, si sa, va in cerca di stima e ammirazione, e oppone una certa resistenza alle critiche. Di fronte ad esse, tende a giustificarsi e spesso pensa che l’altro, l’altra, in fondo, non abbia capito cosa voleva dire. Ebbene, Grazia non ha mai innescato in me questa reazione. Sentivo che mi capiva anche quando non era d’accordo e insisteva sul fatto che questo disaccordo non si traducesse in una modificazione del testo. In quale luogo ci è dato discutere liberamente, con schiettezza e senza ritorsioni, senza invidia o prevenzione, sui libri che scriviamo? In quale sede l’attenzione per i parti della nostra mente si accompagna a disposizione critica autentica e non egoistica? Non certo all’Università o ai convegni. In passato, quando andavo a Milano, da Feltrinelli, non andavo solo a fare un lavoro – per altro, gratificante - ma soprattutto a trovare Giulia (Maldifassi) e Grazia, per sentire le loro opinioni e i loro giudizi, per far sì che mi concedessero di respirare un ambiente intellettuale e l’aura di un progetto politico-culturale, ma anche di condividere un certo modo di vivere da donne il piacere del testo e della scrittura. Un’altra epoca, almeno per me, e forse non solo a causa della mia età anagrafica. Nel mio piccolo romanzo di formazione, nel curriculum dell’anima che non si presenta a nessun concorso accademico, nell’avventura del pensiero che aspira alla comunità, Grazia è stata un personaggio importante. Tanto più, quindi, ora mi manca.
Adriana Cavarero

 
 

Ho conosciuto Grazia anni fa, al momento di cominciare a discutere del mio primo libro con Feltrinelli. E, da allora, ho avuto con lei conversazioni belle e intense, capace com’era Grazia di empatia e, allo stesso tempo, di discrezione nell’uso dell’empatia. Non ho mai avuto per un solo minuto l’impressione che il nostro fosse un rapporto impersonale tra editor e autore. C’era in lei – nello sguardo, oltre che nelle parole – la capacità di comunicare emozioni e, mi sentivo, di coglierle nel suo interlocutore. Ricordo le nostre conversazioni sul libro come poco più che occasioni per parlare di altro e poter tornare al libro senza averne fatto la ragione principale dell’incontro. E ricordo purtroppo la malattia, sullo sfondo, e il modo in cui Grazia riusciva a dissimulare anche la tenacia con la quale l’affrontava. Mi spiace immensamente di non avere avuto più tempo per conoscerla.
Alessandro Colombo

 
 

Il mio primo ricordo di Grazia Cassarà risale all’inizio del 1998. Avevo appena concluso il mio Dottorato in filosofia e, come molti, ero costretto a fare i salti mortali per conciliare la mia passione per la ricerca con le opacità e le vischiosità del mondo accademico italiano. In questo contesto, Grazia ha rappresentato un’oasi di chiarezza. Per una volta nella vita, con lei ho avuto immediatamente l’impressione che la qualità del lavoro e l’impegno facessero la differenza. Così, senza grande enfasi: come se fosse la cosa più naturale del mondo. (Lo so che questa dovrebbe essere la norma. Ma, come ci ha insegnato Hannah Arendt, in un mondo kafkiano, gli uomini e le donne di buona volontà finiscono per essere degli autentici rivoluzionari.)
Il primo lavoro che ho fatto per lei è stata una scheda di lettura, a cui è seguita la proposta di rivedere una traduzione di Charles Taylor e, dopo qualche mese, la proposta di tradurre un libro impegnativo di Philip Pettit. Il tutto senza sconti. Mi sembra ancora oggi di sentire la voce gentile ma ferma di Grazia che mi fa l’elenco delle cose che andavano e non andavano nel mio lavoro, come quella volta che mi ha detto che un mio testo meritava 10 per competenza e 0 per redazione.
Questo era Grazia: un misto di dolcezza e rigore. Aveva la capacità di farti sentire importante, di valorizzare le tue qualità, senza far apparire i difetti che ti segnalava impietosamente come un ostacolo insormontabile. Questo connubio di fermezza nel giudizio sulle cose e fiducia nelle persone che dimostravano di meritarla trasmetteva meglio di qualsiasi dichiarazione di principio il senso dell’importanza di ciò che stavamo facendo insieme: la convinzione, difficile da difendere in ogni luogo e tempo, dell’importanza di quel bene fragile che è la cultura.
Una simile infusione di serietà, se vogliamo, era resa ancora più persuasiva dal fatto di essere accompagnata da un’enorme modestia personale. Un’umiltà giustificata solo dal valore che Grazia attribuiva all’oggetto dei nostri sforzi comuni: i libri e ciò che essi contenevano: il sapere, la conoscenza.
Nel ricordo, queste caratteristiche personali emergono con ancora maggiore chiarezza e accrescono la tristezza per aver perso troppo presto una di quelle persone invisibili, le cui virtù passano spesso inosservate, ma senza le quali una società decente non sarebbe possibile.
Saper rendere l’eccellenza una cosa ordinaria è una dote rara di cui personalmente fatico a immaginare qualcosa di più prezioso.
Paolo Costa

 
 

Grazia aveva due qualità che la rendevano rara e preziosa non solo come editor con cui discutere di libri, tuoi o di altri. Una capacità di prendersi cura, di rispettare i tuoi tempi; di fiancheggiarti e accompagnarti in un percorso che – mi è capitato di pensarlo a volte – sembrava conoscere molto meglio di te che lo stavi affrontando. A questo aspetto accogliente ne intrecciava un altro improntato all'esigenza più estrema: pretendere sempre il meglio; tirarti fuori qualcosa di più che, in un primo momento, soltanto lei sembrava intuire o vedere. Le devo molto. E molto mi spiace che non sia più insieme a noi.
Enrico Donaggio

 
 

"Io non sono molto competente in questo campo, ma mi pare che..." Così molto spesso Grazia iniziava le sue osservazioni, quando si discuteva di un libro o di un progetto. La sua modestia non era una posa, era il suo modo di 'lasciare spazio', anche se sempre, dopo quella formula iniziale, seguivano consigli preziosi e riflessioni profonde. La sua modestia non era un vezzo, era il modo per lasciar libero l'interlocutore di esprimersi e il modo che usava per non irrigidirsi mai su posizioni e scelte scontate.
Siamo diventate amiche un po' alla volta, incontro dopo incontro, fino a trovarci legate da un affetto vero e leale, cresciuto in intensità fino al nostro ultimo saluto. Entrambe sapevamo che probabilmente quello sarebbe stato l'abbraccio finale, ma Grazia, con una dignità di cui non sarò mai capace, mi ha parlato del mondo, dei libri, del mio lavoro, dei suoi affetti, ma non della sua paura. Quasi a rassicurarmi che non dovevo temere per lei.
Non so come potrò fare, come potranno fare tutti coloro che le hanno voluto bene, a stare senza di lei e senza la sua timidezza coraggiosa, la sua riservatezza affettuosa e la sua intelligenza mai arrogante.
Simona Forti

 
 

Tante sono le lettere che ci siamo scritti dal 1979 quando ci siamo conosciuti, e ancora non c’erano le e-mail che, con il loro stile sintetico e prettamente funzionale, non consentono di esprimere i sentimenti che inevitabilmente si instaurano tra chi scrive i libri e chi ti assiste con i suoi suggerimenti e le sue avvertenze, che io accoglievo senza obiettare, tanto saggi erano i consigli e persuasivi i modi con cui Grazia li dava. Il suo stile era severo, e il suo silenzio era per capire se quanto andava dicendo ti aveva persuaso. Poi si metteva al lavoro sui testi, e me li restituiva perfetti, rispettando il mio stile, come se attraverso il mio modo di scrivere fosse entrata in consonanza con la mia anima, che aveva bisogno di quelle parole un po’ inusuali e di quella sintassi un po’ sincopata per esprimersi.
Questa consonanza mi dava una libertà di scrittura che anticipatamente sapevo da lei accolta, perché capita. Due libri in particolare: Il corpo, che la Casa Editrice, allora in difficoltà, mi aveva invitato a ridurre di 150 pagine. Non ne togliemmo neppure una. Con un lavoro fatto insieme abbiamo tolto dal testo tutte le frasi ridondanti che sacrificavano l’efficacia retorica, ma non la coerenza del pensiero. Tanti piccoli tagli, fino ad arrivare a una somma di 150 pagine. Ne nacque un “Corpo” più snello senza sopprimere alcuna tematica. Devo a lei il successo di quel libro. E poi Psiche e techne. Qui le 800 pagine rimasero tutte, ma fu suo il suggerimento di fare un indice analitico di 72 pagine, per rendere più agevole un testo che forse nessuno avrebbe mai letto per intero.
Ma c’è un terzo libro che Grazia voleva scrivessi assolutamente. Resistetti cinque anni alle sue sollecitazioni, poi cedetti, ancora incerto e insicuro: L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani. Quando glielo consegnai, Grazia era felice. Aveva intuito molto prima di me che la condizione giovanile affondava nel suo disagio, e qualcosa bisognava dire ai giovani, e dirlo con forza, affinché la rassegnazione senza speranza non diventasse la loro definitiva dimora.
Sì, perché Grazia non era solo una redattrice. Aveva uno sguardo molto attento su quanto accadeva nel mondo. E a partire da quello sguardo capiva anche quali erano i libri che bisognava scrivere, perché la sua convinzione era che la saggistica aveva anche un compito etico, una responsabilità nei confronti del mondo della vita, a cui non poteva sottrarsi, per rifugiarsi comodamente in pagine inappuntabili per competenza, senza incidere nel mondo. Avremo ancora redattori e direttori di collane che si fanno carico di questo compito etico che, al di là del profitto che assicurano le vendite, si compromettono e si infangano con i problemi della vita? Questa era la grandezza di Grazia. E se il suo esempio sarà seguito, Grazia continuerà a vivere in quella Casa Editrice che, grazie a Dio, non ha ancora perso l’anima.
Umberto Galimberti

 
 

Grazia è stata la grande dame della saggistica Feltrinelli. Il nostro rapporto di collaborazione è sempre stato intenso, basato su fiducia e stima reciproca. Ho avuto così il piacere di conoscere una persona di grande acutezza e umanita’. Nella sua spiritosa intelligenza si riconosceva la studentessa brillante di logica. Col passare degli anni il suo carattere così particolare e dalle diverse sfumature si è intensificato sempre di più.
Ho avuto la fortuna di lavorare con lei per sei anni e la fortuna ancora più grande di essere sua amica per venti.
Patrizia Nanz

 
 

La semplicità e la modestia di una cultura e di una sensibilità alta, lucida, attenta, che guarda al futuro: è così che vedo sempre Grazia. La ricordo mentre chiacchieriamo, paziente contro la mia irrequietezza, ferma contro le mie titubanze, prodiga di suggerimenti, aperture, indicazioni, curiosa del mio lavoro, degli incontri con i pazienti, sempre alla ricerca di un senso negli eventi e nelle relazioni, negli sviluppi delle reazioni alla sofferenza. La ricordo mentre mi dice “io sono il tuo lettore ideale, devi convincere me, vai avanti, non mettere troppo” : come sapesse suscitare la magia della ricerca e della riflessione, il senso di una fatica sempre esposta alle incertezze, e perciò ancora più preziosa. La ricordo come un porto sicuro, cui approdavo con le mie incertezze e da cui uscivo rinfrancato, con fiducia, con entusiasmo. Sempre, negli ultimi tempi soprattutto, mi parlava della sua vita bella, piena di senso, colma di scopi raggiunti, di affetti realizzati, e ancora una volta mi emozionava la sua forza tranquilla, la pace che mi trasmetteva, la profondità della sua anima. Ecco, è così che la rivedo, che la penso: una pace profonda, insondabile e allo stesso tempo offerta a me, agli altri, come un dono prezioso, unico, intimo.
Paolo Rigliano

 
 

Quando viene a mancare una persona che, per qualsiasi motivo, è divenuta per noi speciale, la vera urgenza è capire in quale snodo della nostra realtà interiore mantenerne viva la presenza.
Ho incontrato Grazia non più di tre volte e il nostro scambio epistolare via mail non lo si può certo definire assiduo. Eppure, nel tempo, ho avvertito nei suoi confronti l’esistenza di qualcosa di più profondo della semplice simpatia, come se il mio desiderio (quel desiderio che mi porta a scrivere) fosse stato validato, sollecitato, carezzato dal felice incontro con questa persona che già mi aveva colpito per il suo essere così attenta, calorosa e partecipe dei movimenti dell’altro.
Nel nostro secondo incontro, a Milano, nel tentativo di sdrammatizzare per quanto possibile la questione della sua malattia e il fatto che, di conseguenza, non avrei più potuto fare riferimento a lei, mi buttò lì qualcosa come “e poi, dai… ti dimenticherai di me”. Ci pensai molto e il giorno dopo le scrissi dicendole che mi risultava improbabile potermi scordare di qualcuno nella cui sensibilità andava a riverberarsi qualcosa della mia e che, quasi senza conoscermi, aveva saputo incoraggiarmi, in primo luogo nel reagire al mio congenito timore di non essere mai all’altezza (nella fattispecie, pubblicare con Feltrinelli!). Mi rispose con grande generosità ribadendomi la sua stima nonché la sua fiducia in me anche per ulteriori prove a venire, lamentandosi solo di non poterne essere testimone.
L’eredità che Grazia mi lascia ha a che vedere con la responsabilità del pensiero e della scrittura, davanti alla quale ci si sente indubbiamente sempre impari. Ed è su questa soglia incerta, lastricata di zone oscure e tutt’altro che pacificata, dove il desiderio attinge dalle fonti più profonde della vita l’energia che gli necessita per tradursi in opera, che Grazia ha trovato per me un suo posto.
Curioso, per quanto le nostre esistenze si siano solo sfiorate, ho da tempo – ancor prima della sua scomparsa - la certezza che si tratti di una di quelle presenze luminose che, una volta incontrate, non smettono più di accompagnare il nostro cammino.
Francesco Stoppa

 
 

Ho avuto l’immensa fortuna di conoscere Grazia.
Una fortuna di lungo corso, come sui mari, perché Grazia gettava sempre lo sguardo in avanti, con gli occhi attenti, la curiosità vigile e il pensiero preciso. E questo sguardo restava anche un po’ con l’interlocutore, incalzandone a sua volta gli orizzonti e le curve del pensiero.
Ora che ci ripenso, dinanzi alla bellissima foto che la ritrae – appunto – in riva a un mare, credo che fin dal nostro primo incontro la abbinai a una suggestione vagamente orientale, una sorta di saggezza discreta e sorniona con cui aveva imparato a stare al mondo, al contempo felinamente attenta ma con quella dose di disincanto che la facevano essere anche sempre un po’ oltre. Una creatura del pianeta, ma che sapeva sempre guardarlo come a uno dei tanti, possibili pianeti. Ho avuto l’immensa fortuna di conoscere Grazia, quando stavo cominciando al lavorare al libro su scienza, partecipazione e democrazia che sta adesso giungendo a maturazione; il libro che lei ha tanto contribuito a far nascere e che le sarà dedicato. E nel quale, con grande rammarico, non potrà accompagnarmi per l’ultimo miglio. Riconoscerà però l’eco delle nostre tante conversazioni, così come io, mentre rileggo e scrivo, riconosco l’eco delle sue domande acute, la preziosità sussurrata dei suoi consigli, le tante sintesi con cui sapeva andare dritta al punto di una questione, scartando ovvietà e passaggi intermedi per accompagnarti – appunto – oltre.
Mi manchi, Grazia, e mi mancherai ancora di più, perché la tua vista era fatta appunto per il lungo corso, e ora che non ci sei le distanze sono diventate più solitarie. Porterò con me il dono del tuo viso, che sapeva illuminarsi e illuminare con tanta apparente facilità, e che sapeva allenare e scaldare. Porterò la fortuna di averti incontrato per i mari, per quelli solcati e per quelli solo raccontati.
Che tu possa essere piena di grazia, qualunque sia il pianeta che ora ti ospita.
Giuseppe Testa

 
 

Quanto debbo a Grazia, in termini intellettuali e amicali, rimane inesprimibile.
Manca lei, a cui inviare queste righe, e chiederle: “Cosa ne pensi? Cosa non funziona, nel pensiero e nella scrittura, in ogni dettaglio?”. I dettagli, per noi due e tra noi due, facevano e fanno la differenza. Mancano ora le parole, e so allora, da filosofa, che debbo tacere su quando non si rivela da dirsi. Come, in qualche modo, sto qui facendo.
Ho avuto il privilegio di collaborare con Grazia su un volume, Per sentito dire. Conoscenza e testimonianza. Non si creda: un solo volume non è affatto poco: dipende da come lo si vive, lo si pensa, lo si elabora. Ho impiegato anni. Anni faticosi. E, se il volume ha visto la luce, il merito va soprattutto a Grazia, alla sua competenza, alle sue critiche, alla sua vicinanza, al suo logos, in tutti i plurimi significati del termine logos.
In questi anni, una sensibilità si è creata tra noi due. Sensibilità unica, perché Grazia rimane e permane persona unica, unica per tutta una serie di ragioni che un giorno riuscirò, chissà, a esprimere. Qualcosa vorrei però dire: Grazia mai ordinaria, neanche in un minimo gesto, mai conformista, mai seduttiva, né narcisista – qualità oggi ormai rare, qualità straordinarie. Grazia: sempre elegante, nel senso puro, oggettivo, dell’eleganza teoretica, oltre che etica ed estetica.
Sceglieva e sapeva scegliere. Con accortezza. La curiosità di Grazia: sopraffina. E tale perdura. Esclusiva. Grazia rimarrà, sempre e per sempre, l’editor e l’amica insostituibile, per la nostra vicinanza, l’immediatezza della comprensione e della cognizione, l’intesa solerte, le nostre tante, belle chiacchierate e i tanti nostri progetti futuri in comune, professionali, con la casa editrice, e personali – camminate al cospetto del mare, o nella campagna gallurese, o per le vie londinesi.
Nessun relativismo in noi e tra noi, anzi, molto assolutismo (nel bel senso filosofico del termine), alla ricerca della verità.
Vorrei donarle, per ora, solo due minuzie. Una fotografia, scattata da lei, in occasione della presentazione milanese di Per sentito dire. Non credo abbia mai visionato l’immagine. L’ha scattata su mia insistenza (a volte, sono spudorata - sorry), precisando, con la sua consueta, incomparabile modestia: “Non so fotografare”. Nella foto di Grazia, oltre a me, Giulio Giorello e Riccardo Chiaberge, che discutevano del volume. Nella foto, lei, Grazia, non voleva comparire: “Non conto come voi”, al che ho replicato, da becera, “Senza un ottimo editor, che ne sarebbe di noi scribacchini?”. Da becera, in quanto “ottimo editor” si addiceva e si addice poco a Grazia: lei era e rimane ben di più.
Il secondo dono. Una poesia, di un volume, Orlando in ordine sparso, che lei non hai mai letto, ma di cui a lungo avevamo parlato. Avrei voluto portaglielo di persona, con calma, per sapere da lei e discutere con lei di filosofia/poesia: il tempo della vita e della morte non me lo ha concesso. Forse, rimandavamo entrambe, nella speranza che quel tempo non dovesse giungere. Forse, lei era più consapevole, mentre io, al suo confronto, più immatura, irragionevole, scriteriata, perché desideravo con tutta me stessa che Grazia vivesse, sempre più vissuta, in ogni suo strabiliante aspetto. E, in effetti, vive, non solo quotidianamente, non solo tramite la memoria. Con le sue parole e i suoi sorrisi, provo a cavarmela e a proseguire a scrivere: lei me lo ha consigliato. Già, dimenticavo, la poesia: Racchiusa / tutto contraggo / verso l’assenza / qualche presenza. Ecco: Grazia l’ho incontrata, la prima volta, in casa editrice, in una saletta, e la sua presenza ha trasformato, rivoltato contrazioni e assenze in presenze, la sua presenza. La sua essenza.
Nicla Vassallo

 
 
 

Grazia, ci siamo conosciuti alla fine degli anni settanta del secolo scorso. In via Andegari, negli uffici di una volta. Quando c’era ancora la vecchia sala riunioni all’ingresso e studi e studioli. Eri entrata part time per occuparti dei saggi di filosofia e di storia della scienza. Abbiamo passato insieme, nel variare delle circostanze, più di trent’anni. Più di trent’anni, in cui è cambiato un mucchio di cose, in tensione con qualcosa che permaneva. La tua cura attenta, la tua sottile competenza editoriale e, in fondo, la tua ferma devozione per i libri ben fatti, per i libri che contano, erano fuori discussione. E cura, competenza e devozione permanevano, perché fanno parte di quanto non è mai stato toccato dal mucchio di cose che cambiavano. Abbiamo fatto tanti libri insieme, ma non abbiamo mai fatto lunghi discorsi. Bastava una battuta. Un’allusione o un giudizio, tanto preciso quanto parsimonioso. Due righe in un biglietto, poi in una email. Bastava un sorriso. Perché è il tuo sorriso quello che più mi dice di te, nella memoria e nelle impronte. Mi dice, il tuo sorriso, qualcosa di te, qualcosa al tempo stesso di luminoso e di sorprendente. Il tuo sorriso era uno strano impasto di ironia e di stupore. Per questo, mi parla di te come una persona speciale. E preziosa. Ciao, Grazia.
Salvatore Veca

 

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