Addio a Remo Bodei, studioso del pensiero che preferì riempire le riflessioni filosofiche di sfumature più che di certezze sistematiche. L'amico Salvatore Veca lo ricorda.



A proposito di Remo Bodei

Per la cerchia della ricerca e degli studi filosofici e per la comunità accademica italiana e internazionale la morte di Remo Bodei è una perdita severa. Remo aveva una passione vorace e tenace, rivolta al tempo stesso al grande repertorio di possibilità e di alternative in cui consiste la tradizione filosofica e al corpo a corpo con i dilemmi e i problemi individuali e collettivi dei tempi che cambiano. Come intellettuale pubblico, era contraddistinto in modo ossimorico da una ferma intransigenza su alcuni valori fondamentali della nostra convivenza nella polis e da una mitezza sorprendente e capace di convertire il conflitto delle idee e degli atteggiamenti che gli erano distanti e avversi in dialogo. Credo che per un tipo speciale come Remo valga in modo impeccabile il detto terenziano “nihil humanum a me alienum puto”.
Per me la scomparsa di Remo è la perdita di un grande amico con cui ho intrecciato per quasi cinquant’anni una conversazione ininterrotta su questioni di filosofia e su questioni di vita personale e interpersonale. Ci siamo conosciuti nei primissimi anni Settanta a Pisa, progettando assieme un volume di saggi su Hegel e l’economia politica, nel periodo in cui Remo lavorava al suo grande libro Sistema ed epoca in Hegel e io ero impegnato in una lunga ricerca sulla critica dell’economia politica di Marx. Ricordo lunge discussioni a tavola con un buon bicchiere di vino nella sua casa in Lungarno Gambacorti, seguite spesso da continuazioni appassionate in poltrona, sostenute dal nostro mitico passaggio al whisky. Poi, le conversazioni migrarono per molti anni in una sorta di pendolarismo fra Pisa e Milano.
La nostra casa a Milano era la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in via Romagnosi 3, dove avevo avviato un ciclo di seminari che avrebbero coinvolto un gran numero di studiosi e studiose nel vasto campo della filosofia, delle scienze economiche e sociali, della ricerca storica e antropologica. Remo fu uno dei protagonisti assidui di quella stagione intellettuale e politica. In quegli anni, anni congetturali come piace dire a me e a Carlo Feltrinelli, Remo non era solo uno dei più impegnati interlocutori, ma era senza dubbio il guru e il gran cerimoniere delle cene che seguivano ai seminari nelle case di alcuni o alcune delle partecipanti. Il prof. Bodei si impegnava a cena, sino alle ore piccole, come dicevano le nonne, in inesauste narrazioni ed esposizioni di problemi. Padroneggiava, come pochi dei suoi commensali, una così vasta gamma di questioni, di teorie, di approcci che potevano andare dai culti mediterranei della Madonna mammellaria agli ultimi sviluppi della teoria dei giochi.
Nel 1981 impegnai la Fondazione in un progetto di seminari annuali di filosofia politica e sociale con la Normale di Pisa e il Centro Studi Politici “Paolo Farneti” di Torino. Cominciammo in quell’anno un’avventura che sarebbe durata almeno sino alla metà degli anni novanta. La cominciammo nelle austere sale del Palazzone della Normale a Cortona, ospiti di Remo. Ricordo ancora vividamente quel primo seminario con Norberto Bobbio e Alessandro Pizzorno, Marco Mondadori, Maurizio Viroli, Anna Elisabetta Galeotti, Antonella Besussi, Tito Magri, Pasquale Pasquino e Michelangelo Bovero. E mi si affollano nella mente mille ricordi delle edizioni successive. E non c’è ricordo in cui non risenta la voce pacata di Remo e non mi risuoni l’eco del suo impegno costante nel dialogo e nel confronto genuino delle idee. Mi viene in mente allora il suo Hoerderlin e il celebre verso del poeta “noi siamo un colloquio e possiamo ascoltarci l’un l’altro”. Mi viene fatto di pensare al “pensiero poetante” secondo il suo appassionato interprete, Martin Heidegger. Ma trovo più naturale pensare alla priorità dell’arte sociale del linguaggio di Quine, in virtù della quale noi, che siamo un colloquio, possiamo ascoltarci l’un l’altro.
Ma ora vorrei suggerire una lettura più radicale del classico verso. Potremmo sostenere che, in senso letterale, ciascuno di noi è un “colloquio” e che ciascuno di noi può ascoltare se stesso come un altro. E ciò potrebbe gettare una luce più forte sulla dimensione costituiva del convivere nei legami dell’amicizia o dell’amore, perché la nostra capacità di parlare con noi stessi si basa e si alimenta dell’apprendimento del parlare con altri e dell’ascoltarci l’un l’altro. In questa prospettiva, è perché apprendiamo convivendo a parlare con altri e altre e ad ascoltarci che noi possiamo inferire che noi siamo un “colloquio”, caro Remo. O forse, Remo, la congettura filosofica è solo uno scudo protettivo contro il mio senso di perdita di un tipo speciale e terenziano come te. Ciao, Remo.

Salvatore Veca

Remo Bodei

Remo Bodei

Remo Bodei (Cagliari, 1938) ha insegnato Storia della filosofia ed Estetica alla Scuola Normale Superiore e all’Università di Pisa, ha studiato e insegnato in diversi atenei europei e americani, e attualmente insegna Filosofia alla Ucla di Los Angeles. Tra gli ultimi suoi lavori pubblicati: Piramidi di tempo. Storie e teoria del déjà vu (il Mulino, 2006); Gli uomini davanti alla natura selvaggia (Bompiani, 2008); La vita delle cose (Laterza, 2009); Ira. La passione furente (il Mulino, 2011); Immaginare altre vite (Feltrinelli, 2013); Generazioni. Età della vita, età delle cose (Laterza, 2014); La civetta e la talpa. Sistema ed epoca in Hegel (il Mulino, 2014); Ordo amoris. Conflits terrestres et bonheurs célestes (Les Belles Lettres, 2015). Con Feltrinelli ha pubblicato anche: Geometria delle passioni (1991), Destini personali (2002) La filosofia del Novecento (e oltre) (2015). Nei “Classici” Feltrinelli ha curato Sul tragico (1994) di Hölderlin e scritto l’introduzione a Uno, nessuno e centomila (2007) di Pirandello.

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