di Isabella Bossi Fedrigotti

Del romanzo autobiografico, o dell'autobiografia romanzata, ci sarebbe da parlare a lungo: chi dice che dopo Proust il genere dovrebbe essere lasciato da parte perché nessuno potrà più stare alla sua altezza, chi invece sostiene che solo il materiale autobiografico dà verità e respiro a un romanzo. Personalmente mi piacciono quei racconti in cui l'autore mette la sua vita, i ricordi, gli incontri del suo passato. Quando uno scrittore racconta di sé, può sbagliare tono o perdere di vista le propor-zioni dei fatti, ma certamente ci saranno una storia e, soprattutto, un po' di anima.
Marguerite Duras, anziana scrittrice francese conosciuta per le sceneggiature di alcuni film e per i suoi difficili romanzi sperimentali, ha scritto a settant'anni il libro che in pochi mesi le ha dato fama internazionale, un enorme successo di vendita (1.000.000 di copie in Francia) e il premio Goncourt. Si chiama L'amante ed è un racconto autobiografico. Si legge in poche ore, ma non per questo è leggero o facile; potrebbe essere frutto d'invenzione tanto la vicenda è insolita, ma si sa che la realtà è più bizzarra della fantasia e quel segreto, indefinibile sapore di vita vissuta non lo si può inventare. Ci narra la Duras un episodio della sua adolescenza quando, ragazza di quindici anni e mezzo, magra magra ma già vanitosa con il rossetto e i sandali dorati, viveva a Saigon con la madre e i fratelli. Povera senza un soldo girava per quelle strade, tra casa e scuola, con un solo pensiero già fisso in mente: scrivere, e lo dice alla madre, insegnante di francese: da grande scriverà soltanto. E mentre appoggiata al parapetto di un ponte guarda l'acqua del Mekong si ferma accanto a lei una limousine nera e da dietro i vetri la fissa un cinese dagli occhi tristi. È un giovane miliardario subito innamorato della ragazzina con i sandali dorati e la bocca rossa come quella di una donna. Le offre un passaggio e lei accetta. Da allora la va a prendere a scuola tutti i giorni, la porta al ristorante, le regala fiori e un anello, insomma diventa "l'amante" nei lunghi e caldissimi pomeriggi passati nella sua gançonnière.
L'autrice ricorda con distaccata tenerezza e con linguaggio essenziale le sensazioni di quella sua iniziazione d'amore. L'uomo cinese gioca con lei come con una bambola, la carezza, la spoglia, la veste e la lava; piange ogni tanto perché sa che non potrà mai sposare la "piccola prostituta bianca" di Saigon, che suo padre non gli permetterà di tenerla con sé. Piange anche quando lei se ne va, già imbarcata per andare in Francia; la ragazzina lo vede dietro i vetri della limousine ferma sulla banchina del porto, e stavolta anche a lei salgono lacrime vere: forse dopo tutto lo amava più di quanto fosse disposta ad ammettere. Lo rivedrà solo trenta o" quarant'anni dopo, quando l'uomo cinese arriverà a Parigi, grasso e sposato, e le dirà che non ha mai smesso di amarla.
Una piccola storia amara ma carica di poesia, piena di immagini che saltano agli occhi della fantasia: Saigon calda e umidissima, le sue case e i ristoranti, le barche sul Mekong, il viso triste del miliardario cinese e quel vestito leggero, quasi trasparente che la ra-gazzina ha sempre addosso.
Una cosa ancora: penso a Marguerite Duras, la vecchia signora che conosco solo dalle foto, un po' arcigna, un po' maschile, con l'aria non molto sorridente; penso a come cinquantacinque anni dopo ella abbia ricordato quella sua avventura di ragazzina, alla chiarezza con cui le sono ritornate alla mente le immagini e le sensazioni: è una storia che stava seppellita sotto la montagna degli anni o l’ha sempre accompagnata, in un angolo del cuore? Mi piace domandarmelo e anche perdere un po’ di tempo a rifletterci.
Tratto da “brava casa”, maggio 1985

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