Afghanistan, 7 ottobre 2001: Gino Strada, il chirurgo di Emergency, arrivato a Kabul dopo un durissimo viaggi, espone le sue opinioni sulla guerra.


"Con la guerra si prepara solo un'altra guerra" - Intervista di Gianni Mura
Tratta da "la Repubblica", 8 ottobre 2001

"Se non fosse tragico sarebbe comico. Rischiamo di cadere nel baratro ascoltando le fesserie di Buttiglione". È stanca e tesa la voce di Gino Strada dall'ospedale di Emergency, nel Panshir. Non gli ha migliorato l'umore la partecipazione a "Porta a porta". "Questo signore dice che da noi i feriti non possono arrivare? Il primo che mi arriva da Bagram lo filmiamo e spediamo il video al colonnello Buttiglione, notoriamente esperto dei luoghi. Oppure gli racconto di un bambino di 10 anni, sempre di Bagram. Se ne stava in giardino a farsi gli affari suoi, è caduto a terra con un proiettile nel torace che uscendo gli ha spezzato la clavicola. È quasi guarito, a giorni lo dimettiamo, ma da quattro notti non dorme. Ti si aggrappa, piange, ha una nevrosi traumatica. È una vittima, come quelle che ha già fatto non la guerra, ma, prima ancora, i venti di guerra".

Ma al nord dovreste essere tranquilli.
"Qui infatti non è successo niente. Andando in cima alla montagna si vedono bagliori su Kabul. Nessun rumore. Ma tante piccole cose fanno pensare che l'Alleanza del nord sta preparando l'offensiva. Intanto è cambiata la vita della gente, che già in maggioranza passava la giornata a racimolare quello che avrebbe mangiato il giorno dopo. Si mangia pane più piccolo, la farina è aumentata del 30 per cento. Una settimana fa un dollaro si cambiava a 70 mila afghani, adesso a 30 mila. Il conflitto interno era già ripreso. Adesso abbiamo 60 letti occupati, ma stiamo aumentando lo spazio per i prossimi giorni, dalla zona di Cherikar ci hanno già annunciato degli arrivi".

In sottofondo, sembra di ascoltare la tivù italiana. O è un'impressione?
"È vero. Anche per questo sono incazzato. Perché, naturalmente, sento parlare di guerra chirurgica. E di effetti collaterali. Vorrei ricordare che gli effetti collaterali, formula comoda e un po' troppo disinvolta, hanno sempre un nome, una storia, un corpo. E avrebbero avuto un futuro. Adesso la tivù sta dicendo che a Kandahar e Kabul sono state colpite abitazioni civili dove si pensava abitasse Bin Laden. Un film già visto. Sto parlando di un paese che già viveva da decenni in miseria. Ci sono stati morti di fame, non sarà elegante ma va detto. Mi lasci ricordare, perché è importante, la campagna che Emergency sta facendo con la Caritas per l'invio di medicinali in Afghanistan. La scorta attuale non copre più di dieci giorni".

Ha parlato con qualcuno dell'Alleanza del nord? Cosa hanno in programma?
"Sono stato sabato sera a casa di Abdullah, il ministro degli Esteri. Abbiamo discusso di problemi immediati. Uno dei primi sarà quello di creare un team mobile da mandare a Kabul, una Kabul senza Taliban, per riaprire l'ospedale chiuso il 17 maggio. E adesso qui siamo in pena per quelli che ci lavorano, che lo sorvegliano, che lo tengono pulito, tutto personale afghano. I contatti attualmente sono interrotti. Da qui si fatica a capire qual è il capo e qual è la coda. Però si sa che a un Cruise tirato da una portaerei risponde la cannonata di un Taliban e la cannonata di un mujahiddin e nove su dieci di quelli che ci lasciano la pelle sono donne e bambini. Senta, è da quando siamo piccoli che ce la menano col si vis pacem para bellum dei latini. Non è vero, è vero l'esatto contrario. Se vuoi la pace prepara la pace. Con la guerra si prepara solo la prossima guerra. In momenti così, parole come pacifista hanno un suono strano, per qualcuno equivoco, esattamente come utopista. Allora cerco di essere chiaro. Per me nessuno, dico nessuno, di quelli che ammazzano ha ragione. Ma questa guerra, nata ufficialmente con l'attacco di oggi, nasce da prima degli spaventosi fatti dell'11 settembre. Non possiamo non metterci a ragionare, perché ci troviamo di fronte a situazioni che in sei mesi possono cambiare radicalmente la nostra vita".

Per esempio?
"I figli del nostro vicino di casa, con cui giocano i nostri figli, saranno kamikaze o no? Andremo tranquillamente allo stadio? Siamo pronti a passare quattro ore in aeroporto per i controlli prima di volare da Milano a Roma? Io non sono contro l'America né tantomeno filoTaliban. Sono contro i pazzi, in buona parte con l'attenuante di una stupidità profonda, che pensano di risolvere in questo modo i problemi del mondo. Molti da noi pensano che siano faccende lontane, che non ci riguardano, ma non è così, stavolta non è così. Ci siamo dentro fino al collo".

Gino Strada

Gino Strada

Gino Strada è chirurgo di guerra e uno dei fondatori di Emergency, l’associazione umanitaria italiana per la cura e la riabilitazione delle vittime di guerra e delle mine antiuomo. È impegnato su tutti i fronti di guerra, dall’Afghanistan alla Somalia, dall’Iraq alla Cambogia e al Sudan. Con Feltrinelli ha pubblicato anche Pappagalli verdi (1999), che ha vinto il premio internazionale “Viareggio Versilia 1999” e continua a riscuotere un grande successo, Buskashì. Viaggio dentro la guerra (2002) e ha scritto la prefazione a In tournée (2002) di Lella Costa.

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