«Il mondo ci stringe, ci spinge verso l’ultimo varco, e noi ci dilaniamo per attraversarlo». Così scriveva Mahmoud Darwish nel settembre 1982, all’indomani dell’evacuazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) da Beirut. «Dove andremo, passate le ultime frontiere? Dove voleranno gli uccelli dopo l’ultimo cielo?». Diciannove anni più tardi, quel che accadeva ai palestinesi in Libano accade ai palestinesi in Palestina.
Da quando nel settembre dello scorso anno è cominciata la seconda intifada, i palestinesi sono stati reclusi in 220 piccoli ghetti separati e sottoposti a coprifuochi intermittenti che spesso durano intere settimane. Nessuno – giovane o vecchio, malato o sano, moribondo o donna incinta, studente o medico – può muoversi senza dover aspettare per ore e ore ai posti di blocco, presidiati da soldati israeliani che maltrattano e umiliano deliberatamente i civili. Mentre scrivo, duecento palestinesi non possono sottoporsi a dialisi perché, per «motivi di sicurezza», l’esercito israeliano non permette loro di raggiungere i centri medici. C’è forse qualcuno tra gli innumerevoli giornalisti stranieri che seguono il conflitto che abbia scritto un articolo su questi abbrutiti soldati di leva israeliani, addestrati per punire i civili palestinesi? Credo di no.
Yasser Arafat non ha potuto lasciare il suo ufficio di Ramallah per partecipare alla riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione della conferenza islamica, che si è svolta il 10 dicembre in Qatar; il suo discorso è stato letto da un assistente. L’aeroporto di Gaza e i due obsoleti elicotteri di Arafat erano stati distrutti la settimana prima dagli aerei e dai bulldozer israeliani, senza che nessuno bloccasse – e tanto meno prevenisse – incursioni quotidiane ed esibizioni di forza militare come questa. L’aeroporto di Gaza era l’unico scalo per entrare direttamente nei Territori palestinesi, l’unico aeroporto civile al mondo distrutto senza motivo dai tempi della Seconda guerra mondiale.

Operazioni stile Guernica
Da maggio gli F16 israeliani, generosamente forniti dagli Stati Uniti, bombardano e mitragliano regolarmente le città e i villaggi palestinesi, con operazioni stile Guernica, distruggendo edifici e proprietà e uccidendo civili e membri delle forze di sicurezza (i cittadini palestinesi non hanno esercito, marina o forza aerea che possano difenderli). Gli elicotteri militari Apache, forniti anch’essi dagli Stati Uniti, hanno usato i loro missili per uccidere 77 leader palestinesi, sospettati di aver compiuto o di voler compiere attacchi terroristici. Un gruppo di agenti segreti israeliani ha il potere di ordinare queste operazioni, probabilmente con il nulla osta del governo di Tel Aviv e, a un livello più alto, degli Stati Uniti. Gli elicotteri hanno anche bombardato intensamente le installazioni dell’Autorità Palestinese, sia quelle delle forze di polizia sia quelle civili. Nella notte del 5 dicembre l’esercito israeliano ha fatto irruzione nel palazzo dell’Ufficio centrale palestinese di statistica, a Ramallah, e ha portato via i computer, come pure la maggior parte dei fascicoli e documenti, cancellando di fatto l’intera documentazione sulla vita pubblica palestinese. Nel 1982 lo stesso esercito, sotto lo stesso comandante, entrò a Beirut Ovest e portò via i documenti e i fascicoli del Centro di ricerca palestinese, prima di demolire l’edificio. Alcuni giorni dopo ci furono i massacri di Sabra e Chatila.
Gli attentatori suicidi di Hamas e della Jihad islamica sono entrati in azione, proprio come Sharon aveva previsto quando, dopo una tregua di dieci giorni a fine novembre, aveva ordinato l’eliminazione del leader di Hamas Mahmoud Abu Hanoud. Un atto destinato a provocare la rappresaglia di Hamas e consentire così all’esercito israeliano di ricominciare con il massacro dei palestinesi. Dopo otto anni di infruttuosi colloqui di pace, il 50 per cento dei palestinesi è disoccupato e il 70 per cento vive con meno di due dollari al giorno. Nuovi espropri di terre e nuove demolizioni di case avvengono quotidianamente, senza che nessuno possa opporsi. Gli israeliani distruggono sistematicamente perfino gli alberi e i frutteti in terra palestinese. Anche se negli ultimi mesi sono stati uccisi cinque o sei palestinesi per ogni israeliano, il vecchio guerrafondaio Sharon ha la faccia tosta di continuare a ripetere che Israele è vittima dello stesso terrorismo seminato da bin Laden.

La violenza originaria
Il punto cruciale della questione è che Israele mantiene un’occupazione militare illegale dal 1967: la più lunga occupazione del genere nella storia e l’unica al mondo che continui ancor oggi. È questa la violenza originaria e ininterrotta contro cui sono indirizzati tutti gli atti di violenza palestinesi. Il 10 dicembre, per esempio, le bombe israeliane hanno ucciso a Hebron due bambini di tre e tredici anni, ma in quello stesso momento una delegazione dell’Unione europea chiedeva ai palestinesi di fermare la violenza e gli atti di terrorismo. L’11 dicembre sono stati uccisi altri cinque palestinesi, tutti civili, vittime degli elicotteri che hanno bombardato i campi profughi di Gaza. A peggiorare la situazione, dopo gli attacchi dell’11 settembre la parola «terrorismo» viene usata per screditare anche le azioni legittime di resistenza contro l’occupazione militare ed è vietato stabilire qualsiasi nesso tra le terribili uccisioni di civili israeliani (che io ho sempre condannato) e gli oltre trent’anni di punizione collettiva subita dai palestinesi.
Gli esperti e i funzionari occidentali che pontificano sul terrorismo palestinese farebbero bene a chiedersi come sia possibile fermare gli attentati se si dimentica la realtà dell’occupazione. Il grande errore di Arafat è stato cercare di venire a patti con l’occupazione, autorizzando nel 1992 i colloqui di «pace» tra i rampolli di due importanti famiglie palestinesi e il Mossad all’Accademia americana delle arti e delle scienze, a Cambridge, Massachusetts. In questi colloqui si è parlato solo della sicurezza di Israele, mentre non si è detto niente della sicurezza palestinese, né tantomeno della battaglia dei palestinesi per uno Stato indipendente. In realtà la sicurezza di Israele è diventata la priorità riconosciuta a livello internazionale. Priorità che ha permesso all’inviato statunitense Anthony Zinni e all’Alto rappresentante dell’Unione europea Javier Solana di fare la predica all’Olp e, contemporaneamente, di tacere sull’occupazione. Ma Israele non ha ottenuto da questi colloqui molto di più di quanto abbiano fatto i palestinesi. L’errore degli israeliani è stato quello di immaginare che, abbindolando Arafat e la sua cerchia con discussioni interminabili e piccolissime concessioni, avrebbero ottenuto l’acquiescenza palestinese. Finora le scelte politiche israeliane non hanno fatto che peggiorare le cose, anziché migliorarle. Israele è forse più sicuro e più accettato oggi di quanto lo fosse dieci anni fa?
I terribili e, a mio avviso, stupidi attentati suicidi contro i civili a Haifa e a Gerusalemme agli inizi di dicembre devono essere condannati. Ma perché questa condanna abbia un senso, gli attentati devono essere inseriti in un contesto che comprende l’omicidio di Abu Hanoud all’inizio di quella settimana, l’uccisione di cinque bambini a causa di un ordigno a Gaza – per non parlare delle case distrutte, dei palestinesi uccisi ovunque a Gaza e in Cisgiordania, delle continue incursioni dei carri armati, dell’incessante ridimensionamento delle aspirazioni palestinesi negli ultimi trentacinque anni.

Cattivi risultati
In fin dei conti la disperazione produce solo cattivi risultati, come il via libera che George W. Bush e Colin Powell sembrano aver dato a Sharon durante la sua visita a Washington il 2 dicembre (che ricorda da vicino quello accordato da Al Haig a Sharon nel maggio 1982). Oltre all’appoggio statunitense sono arrivate le solite altisonanti dichiarazioni che trasformano i cittadini sottoposti all’occupazione e i loro sventurati e inetti leader in aggressori che devono «consegnare alla giustizia» i criminali, dimenticando che Israele sta distruggendo sistematicamente le strutture della polizia palestinese incaricata di eseguire gli arresti.
Il leader palestinese è accerchiato, in un’ironica realizzazione del suo desiderio inesauribile di accontentare tutti, nemici e amici. Arafat è allo stesso tempo tragicamente eroico e maldestro. Oggi nessun palestinese disconoscerà la sua leadership, per il semplice motivo che, a dispetto di tutti i suoi tentennamenti ed errori, viene punito e umiliato proprio perché è un leader palestinese e, in questa veste, la sua semplice esistenza offende i «puristi» (se questa è la parola giusta) come Sharon e i suoi alleati americani.
Se si eccettuano i ministeri della Sanità e dell’Istruzione, che hanno fatto entrambi un lavoro soddisfacente, l’Autorità Palestinese di Arafat non è stata un successo. La sua corruzione e la sua brutalità sono la conseguenza del modo apparentemente eccentrico, ma in realtà meticoloso, con cui Arafat fa dipendere tutti dalla sua munificenza: lui solo controlla il bilancio e lui solo decide cosa devono pubblicare in prima pagina i cinque quotidiani palestinesi.
Soprattutto, il leader palestinese manipola e schiera l’uno contro l’altro i 12 o 14 – qualcuno dice 19 o 20 – servizi di sicurezza indipendenti. Ognuno di essi è fedele ai suoi capi e ad Arafat, e allo stesso tempo non fa null’altro per la sua gente che arrestarla quando Arafat, Israele o gli Stati Uniti glielo ordinano. Le elezioni del 1996 prevedevano un mandato triennale, ma Arafat ha esitato a convocarne di nuove, perché questo avrebbe messo seriamente in pericolo la sua autorità e popolarità. A partire dai bombardamenti dello scorso giugno, tra Arafat e Hamas c’è stata una specie d’intesa ben pubblicizzata: Hamas lasciava stare i civili israeliani se Arafat lasciava in pace i partiti islamici. Sharon ha distrutto l’intesa con l’omicidio di Abu Hanoud: Hamas ha reagito e a quel punto nulla ha potuto più impedire a Sharon, con il sostegno statunitense, di mettere nell’angolo il leader palestinese.
Dopo aver distrutto la rete di sicurezza di Arafat, le sue carceri e i suoi uffici, e dopo averlo fisicamente imprigionato, Sharon ha avanzato delle richieste che sono palesemente impossibili da soddisfare (anche se Arafat con alcuni assi nella manica è riuscito, sorprendentemente, a esaudirle per metà). Sharon è convinto, stupidamente, che una volta sbarazzatosi di Arafat potrà raggiungere una serie di accordi indipendenti con i signori della guerra locali e dividere il 40 per cento della Cisgiordania e la maggior parte della Striscia di Gaza in cantoni non contigui i cui confini sarebbero controllati dall’esercito israeliano. Come questo possa rendere Israele più sicuro sfugge ai più, ma non, purtroppo, a chi detiene il potere.

Gli altri giocatori
A questo punto restano ancora tre giocatori, o gruppi di giocatori, a due dei quali Sharon non attribuisce alcun peso. I primi sono gli stessi palestinesi, molti dei quali sono troppo intransigenti e politicizzati per poter accettare qualcosa di meno del ritiro incondizionato di Israele. La politica di Israele, come tutte le aggressioni, produce l’effetto opposto a quello desiderato: reprimere equivale ad aumentare la resistenza.
Se Arafat dovesse scomparire, in base alla legislazione palestinese il governo sarebbe presieduto per 60 giorni dal presidente dell’Assemblea (Abul Ala, un tirapiedi di Arafat, insignificante e impopolare, molto ammirato dagli israeliani per la sua «flessibilità»). Dopo di che si avrebbe una guerra di successione tra altri amici intimi di Arafat, come Abu Mazen e due o tre dei più importanti – e validi – capi della sicurezza, in particolare Jibril Rajoub in Cisgiordania e Mohammed Dahlan a Gaza. Nessuna di queste figure ha la statura di Arafat o qualcosa che somigli alla sua popolarità (adesso, forse, andata perduta). Il risultato probabile è il caos: dobbiamo ammetterlo, la presenza di Arafat è stato il perno della politica palestinese, alla quale sono interessati milioni di altri arabi e musulmani.

Il mondo arabo
Arafat è stato sempre tollerato e spesso sostenuto da una molteplicità di organizzazioni, che lui manipola in vari modi, schierandole l’una contro l’altra affinché nessuna di esse abbia il sopravvento, a eccezione della sua al Fatah.
Tuttavia stanno emergendo nuovi gruppi: laici, instancabili, impegnati a favore di un governo democratico in una Palestina indipendente. Su questi gruppi l’Autorità Palestinese non ha alcun controllo. Ma va anche detto che nessuno in Palestina è disposto ad aderire alla richiesta israeliano-statunitense di mettere fine al «terrorismo», anche perché sarà difficile per l’opinione pubblica tracciare una linea netta tra avventurismo suicida e reale resistenza all’occupazione, fino a quando Israele continuerà a bombardare e opprimere tutti i palestinesi, senza distinzione.
Il secondo gruppo di giocatori è composto dai leader del resto del mondo arabo che, anche se esasperati, sono interessati alla sopravvivenza politica di Arafat. L’anziano leader palestinese è più intelligente e perseverante di loro e sa di avere un certo ascendente sull’opinione pubblica dei loro paesi, dove si è accattivato due distinti gruppi di sostenitori: i fondamentalisti islamici e i nazionalisti laici. Entrambi si sentono attaccati, anche se i secondi sono stati ignorati dai molti esperti e orientalisti occidentali che vedono in bin Laden il prototipo del musulmano – e non nella grande maggioranza di arabi laici, musulmani e non, che detestano ciò che bin Laden rappresenta e ciò che ha fatto.
In Palestina, per esempio, recenti sondaggi hanno mostrato che oggi Arafat e Hamas godono quasi dello stesso livello di popolarità (entrambi oscillano intorno al 20-25 per cento), anche se la maggioranza dei cittadini non è favorevole a nessuno dei due. La stessa divisione, con la stessa maggioranza contraria ai due schieramenti principali, esiste nei paesi arabi, dove la maggior parte dei cittadini è disgustata sia dalla corruzione e dalla brutalità dei regimi sia dallo schematismo e dall’estremismo dei gruppi religiosi. Questi ultimi sono spesso più interessati a regolare il comportamento individuale che ad affrontare questioni come la globalizzazione, la produzione di energia e la creazione di posti di lavoro.
Arabi e musulmani potrebbero ribellarsi contro i loro governi se vedessero Arafat stritolato a morte dalla violenza israeliana e dall’indifferenza araba. Per questo, nell’attuale panorama, Arafat è ancora necessario. Il suo commiato sembrerà naturale solo quando tra le giovani generazioni palestinesi sarà emersa una nuova leadership collettiva. Quando e come questo accadrà è impossibile dirlo, ma sono certo che accadrà.
Il terzo gruppo di giocatori include europei, statunitensi e tutti gli altri, e temo che non sappiano quello che stanno facendo. La maggior parte di loro sarebbe ben lieta di sbarazzarsi del problema della Palestina, ma allo stesso tempo non sarebbe contenta se nascesse uno Stato palestinese per iniziativa di qualcun altro. Inoltre troverebbero difficile operare nel Medio Oriente se non avessero un Arafat da accusare, umiliare, insultare, sollecitare, sottoporre a pressioni o rifornire di soldi. La missione dell’Unione europea e del generale Zinni sembra inutile e non avrà effetti su Sharon e sul suo popolo. I politici israeliani hanno correttamente concluso che i governi occidentali sono per lo più dalla loro parte, e così continuano a comportarsi come sempre, incuranti di Arafat e degli inutili appelli al negoziato della sua gente.

Obbligo morale
Un gruppo di palestinesi sta lentamente emergendo in Palestina e nella diaspora. Ha imparato la lezione e comincia a imporre all’Occidente e a Israele un obbligo morale: affrontare la questione dei diritti palestinesi, e non solo quella della presenza palestinese. In Israele, per esempio, un coraggioso deputato della Knesset, il palestinese Azmi Bishara, è stato privato dell’immunità parlamentare e presto sarà processato per incitamento alla violenza. Perché? Perché da tempo sostiene il diritto palestinese di resistere all’occupazione, affermando che, come ogni altro paese al mondo, Israele deve essere lo Stato di tutti i suoi cittadini e non solo del popolo ebraico. Per la prima volta un’importante sfida sui diritti dei palestinesi viene mossa all’interno di Israele (non in Cisgiordania), con gli occhi di tutti puntati sull’evento. Intanto, l’ufficio del procuratore generale del Belgio ha confermato che nei tribunali di questo paese si può istruire un processo per crimini di guerra contro Sharon.
L’opinione pubblica laica palestinese si sta mobilitando e a poco a poco prenderà il controllo dell’Autorità Palestinese. Presto verrà richiesto a Israele di assumere una posizione moralmente più degna, via via che l’occupazione diventerà il centro dell’attenzione e un numero sempre maggiore di israeliani si renderà conto che non è possibile continuare all’infinito un’occupazione che va avanti da trentacinque anni. Inoltre, mentre si estende la guerra statunitense contro il terrorismo, è quasi certo che ci saranno ulteriori disordini; e anziché calmare gli animi, gli Stati Uniti rischiano di riscaldarli ulteriormente fino a rendere la situazione ingovernabile.
È una triste ironia che la rinnovata attenzione per la Palestina sia nata dalla necessità degli Stati Uniti e dell’Europa di tenere in piedi la coalizione antitaliban.

Traduzione di Nazzareno Mataldi
Edward W. Said

Edward W. Said

Edward W. Said è nato nel 1935 a Gerusalemme ed è morto a New York il 25 settembre 2003. Esiliato da adolescente in Egitto e poi negli Stati Uniti, è stato professore di Inglese e di Letteratura Comparata alla Columbia University di New York. Formatosi a Princeton ed Harvard, Said ha insegnato in più di centocinquanta Università e scuole negli Stati Uniti, in Canada ed in Europa. I suoi scritti sono apparsi regolarmente sul Guardian di Londra, Le Monde Diplomatique ed il quotidiano in lingua araba al-Hayat. Nel suo libro Orientalismo, - pubblicato per la prima volta nel 1978 - ha analizzato l'insieme di stereotipi in cui l'Occidente ha chiuso l'Oriente, anzi, l'ha creato. Questo saggio ha conosciuto un successo mondiale ed è più che mai di attualità perché rievoca la storia dei pregiudizi popolari anti-arabi e anti-islamici e rivela più generalmente il modo in cui l'Occidente ha percepito "l'altro". Edward W. Said ha sempre lottato per la dignità del suo popolo e contro coloro che hanno demonizzato l'Islam. Ex socio del Consiglio Nazionale Palestinese, fu un negoziatore "nell'ombra" del conflitto arabo-israeliano. A causa della sua pubblica difesa dell'autodeterminazione palestinese, a Said è stato impedito l'ingresso in Palestina per molti anni. Si è opposto agli accordi d'Oslo ed al potere di Yasser Arafat, che ha fatto vietare i suoi libri nei territori autonomi. Conosciuto tanto per la sua ricerca nel campo della letteratura comparata quanto per i suoi interventi politici incisivi, Said è stato uno degli intellettuali più in vista negli Stati Uniti. La sua opera è stata tradotta in quattordici lingue. Con Feltrinelli ha pubblicato: Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1994, 2014), Tra guerra e pace. Ritorno in Palestina-Israele (1998), Orientalismo (1999, 2013), Sempre nel posto sbagliato. Autobiografia (2000, 2013), Fine del processo di pace. La questione palestinese dopo Oslo (2002), Nel segno dell’esilio. Riflessioni, letture e altri saggi (2008), Musica ai limiti. Saggi e articoli (2010).

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