Conoscevo Abdul Haq da vent’anni, da quando nel 1980 si distinse come un importante comandante mujahidin attaccando le forze sovietiche sul fronte di Kabul. All’epoca era poco più che ventenne e aveva il suo quartier generale a Peshawar, da dove sferrava coraggiosi attacchi all’interno di Kabul. Già allora trasmetteva un forte carisma e i suoi uomini lo trattavano come una celebrità. Era un essere umano meraviglioso, cordiale, con un grande senso dell’umorismo. Haq è stato uno dei personaggi afgani più straordinari prodotti dalla guerra contro i sovietici.
Il suo ufficio a Peshawar era spesso pieno di agenti della Cia e dell’MI6 britannico che lo rifornivano di mappe satellitari dei nuovi bersagli sovietici che volevano che lui colpisse. Haq insisteva a presentarmeli come "spie", anche se loro diventavano rossi e dicevano di essere operatori umanitari o giornalisti. Haq rimase ferito sedici volte in operazioni di guerriglia e perse poi la gamba destra su una mina.
La più grande sorpresa me la fece nel 1990, quando lo incontrai al palazzo delle Nazioni Unite, a New York, dove aveva scambiato la divisa da guerrigliero con un abito elegante e cravatta. Insistette per essere accompagnato nel miglior ristorante di carne di New York, dove divorò una bistecca gigante. Quando, alcuni giorni fa, gli ho parlato a Peshawar, ho scherzato con lui sul suo pancione e sui capelli che stava perdendo. Mi ha detto che dovevamo andare a mangiare un’altra bella bistecca.
Lo spirito indipendente di Haq lo ha portato spesso a essere in conflitto con gli uomini dei servizi segreti pachistani, che distribuivano le armi fornite dalla Cia ai mujahidin afgani e quindi sceglievano i bersagli da attaccare. Haq insisteva nel voler scegliere da sé i propri bersagli e l’Isi spesso gli tagliava i rifornimenti. Alla fine degli anni Ottanta Haq aveva smesso i panni del fondamentalista islamico per diventare un nazionalista e un patriota afgano, che voleva creare un governo e un esercito moderni dopo il ritiro sovietico.
Quando nel 1992 Kabul cadde nelle mani dei mujahidin, Haq cercò di creare una forza di polizia per stabilire l’ordine nella capitale, ma le fazioni in lotta rifiutarono di ascoltarlo. Tornò allora a Peshawar e si ritirò disgustato dalla politica attiva, mentre la guerra civile sarebbe imperversata nel suo paese per tutto il decennio successivo. Con l’avvento dei taliban Haq è tornato alla politica cercando di mobilitare le tribù pasthun contro di loro. Ha pagato un prezzo pesante. Due anni fa due taliban sono entrati in casa sua mentre lui era a Dubai, e hanno ucciso sua moglie e sua figlia.
Il ritorno di Haq a Peshawar, lo scorso mese, per mobilitare il fronte antitaliban, era molto rischioso perché si sapeva che il suo nome era sulla lista nera dei taliban. Haq diceva che il potere non l’aveva mai interessato. "Ci sono un mucchio di altre persone intelligenti in questo paese che lavorano molto meglio di me", ha detto alcuni giorni prima di morire. "Io sono malato e stanco di giocare a questi giochi".

Traduzione di Nazzareno Mataldi

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