Perché negli ultimi tempi le colombe israeliane sono quasi paralizzate? Perché sono quasi irrilevanti nel cercare di bloccare le disastrose politiche del governo Sharon? Dopo tutto,.nemmeno dieci anni fa, il movimento pacifista riempiva le piazze, rovesciava il governo Shamir, portava al potere la squadra Rabin-Peres, e forniva l'appoggio politico e popolare per un risultato storico - il riconoscimento reciproco fra Israele e Palestina.
All'inizio degli anni '90 la maggior parte dell'opinione pubblica israeliana era pronta a sottoscrivere un risultato dei genere, non soltanto perché i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza avevano iniziato la loro prima Intifada, ma innanzitutto perché i leader palestinesi avevano ufficialmente abbandonato la loro politica di liquidazione di Israele e accettato il principio dei "due Stati per due nazioni". Negli .anni '90 la maggior parte degli israeliani credeva che quello fosse un cambiamento radicale autentico.
Oggi tuttavia i palestinesi stanno lanciando due battaglie simultanee: da una parte quella per la causa giusta della loro liberazione nazionale; dall'altra molti di essi stanno apertamente combattendo per il loro "diritto" a cancellare Israele e il popolo ebraico (agli occhi dell'Islam fanatico, gli ebrei sono troppo detestabili per essere riconosciuti come nazione - nella migliore delle ipotesi potrebbero essere tollerati sotto la "protezione" di un regime islamico). I palestinesi che lottano per ottenere il loro inalienabile diritto di vivere in quanto nazione libera e sovrana accanto a Israele meritano la solidarietà e l'appoggio del movimento.pacifista israeliano e di ogni essere umano che si rispetti. Soltanto un anno fa Arafat ha respinto una proposta sottoscritta da una stretta maggioranza di israeliani per la creazione di uno stato palestinese indipendente nel 95 per cento della Cisgiordania e di Gaza, con Gerusalemme est come sua capitale. Hanno perso questa occasionea causa della pressione violenta dei gruppi fondamentalisti, il cui obiettivo non è soltanto l'indipendenza dei palestinesi ma l'eliminazione di Israele e lo smantellamento del popolo ebraico.
La crisi attuale ha anche a che vedere con la mancanza di coraggio della leadership palestinese nel confrontarsi ideologicamente ed eticamente con i palestinesi fanatici, oltre che con il suo rifiuto a mantenere l'impegno di disarmare gruppi come Hamas o la Jihad islamica. Così, la distinzione fra chi lotta per la libertà e chi lotta per negare al popolo ebraico la sua libertà - il Dr Jekyll e il Mr Hyde della Palestina - diventa sempre meno chiara. Il risultato è che il movimento pacifista israeliano si indebolisce via via che l'opinione pubblica perde fiducia nella sincerità dei palestinesi rispetto alla soluzione dei due Stati.
Mentre il confine tra movimento di liberazione e "movimento di liquidazione" tra i palestinesi è una linea confusa, un pericoloso equivalente sembra svilupparsi sui versante israeliano. Non dobbiamo permettere confusioni nella linea che divide chi fra gli israeliani vuole vivere come nazione libera in Israele e chi seguita a opprimere la Palestina nel quadro della sua folle visione di una "grande Israele" e continua a costruire insediamenti nei territori occupati.
L'occupazione della Cisgiordania e di Gaza è ingiusta, e disastrosa tanto per l'occupato che per l'occupante. Israele non dovrebbe continuare a tenere in ostaggio milioni di palestinesi dei territori occupati fino alla cessazione dell’ottimismo: questo è un modo sbagliato e molto pericoloso di combattere il terrore.
Oggi va fatto ancora un tentativo per comporre il conflitto e mettere fine all'occupazione della West Bank e di Gaza attraverso un "accordo" negoziato che si basi sulle linee guida di Clinton e sui colloqui di Taba, respingendo anche le rivendicazioni palestinesi di un "ritorno" in massa in territorio propriamente israeliano.
Se questo ulteriore tentativo fallisse, Israele darà prova di saggezza concludendo unilateralmente il suo dominio sui territori popolati da palestinesi. Dobbiamo lasciar stare la Palestina. E se anche dopo averla lasciata stare, la Palestina non lascerà stare noi? A quel punto dovremo difendere il nostro paese e la nostra libertà: il nostro paese - non le nostre acquisizioni territoriali.
Amos Oz

Amos Oz

Amos Oz (1939-2018), scrittore israeliano, tra le voci più importanti della letteratura mondiale, ha scritto romanzi, saggi e libri per bambini e ha insegnato Letteratura all’Università Ben Gurion del Negev. Con Feltrinelli ha pubblicato: Conoscere una donna (2000), Lo stesso mare (2000), Michael mio (2001), La scatola nera (2002), Una storia di amore e di tenebra (2003), Fima (2004), Contro il fanatismo (2004), D’un tratto nel folto del bosco (2005), Non dire notte (2007), La vita fa rima con la morte (2008), Una pace perfetta (2009), Scene dalla vita di un villaggio (2010, premio Napoli), Una pantera in cantina (2010), Il monte del Cattivo Consiglio (2011, premio Tomasi di Lampedusa 2012), Tra amici (2012; "Audiolibri Emons-Feltrinelli", 2013), Soumchi (2013), Giuda (2014), Gli ebrei e le parole. Alle radici dell’identità ebraica (2013; con Fania Oz-Salzberger), Altrove, forse (2015), Tocca l'acqua, tocca il vento (2017), Cari fanatici (2017), Finché morte non sopraggiunga (2018),Sulla scrittura, sull’amore, sulla colpa e altri piaceri (2019; con Shira Hadad). Nella collana digitale Zoom ha pubblicato Si aspetta (2011) e Il re di Norvegia (2012). Ha vinto i premi Catalunya e Sandro Onofri nel 2004, Principe de Asturias de Las Letras e Fondazione Carical Grinzane Cavour per la Cultura Euromediterranea nel 2007, Primo Levi e Heinrich Heine nel 2008, Salone Internazionale del libro nel 2010, il Premio Franz Kafka a Praga nel 2013. I suoi lavori sono stati tradotti in oltre quaranta lingue.

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