Vorrei fare due considerazioni, a proposito di Giangiacomo Feltrinelli: apparteneva a un mondo letterario ed editoriale in via di estinzione, ma le sue analisi politiche sono purtroppo di indubbia attualità, contrariamente alle opinioni correnti su questo grande editore militante.
Nell’ambiente della sinistra corretta si è ironizzato molto, da trent’anni a questa parte, sul garibaldismo autistico di questo "rivoluzionario"... L’errore strategico di Giangiacomo è stato credere nella possibilità di un colpo di stato fascista in Italia. Il fascismo non è passato, ma i fascisti nel 2002 sono al potere. Feltrinelli ha sopravvalutato il ruolo dei servizi segreti e militari e delle reti della piovra nera, e non si è reso conto che il pericolo sarebbe venuto dai fabbricanti di mortadella e dagli animatori televisivi, e neppure che i fascisti avrebbero barattato la camicia nera per la flanella inglese delle boutiques di via Montenapoleone. Chi ha disprezzato le sue analisi e la sua azione dovrebbe domandarsi con umiltà e tristezza che fine abbia fatto quel grande partito comunista che ammiravamo tutti, e che cosa siano diventati gli intellettuali di sinistra, le cui riflessioni critiche ci sembravano, negli anni Sessanta, tanto sottili e pertinenti. Sono convinto che Giangiacomo Feltrinelli non sia l’icona fuori moda di un periodo politico tramontato.
La sua presenza come editore è più evidente. Il suo nome figura sulle migliaia di opere che, dopo la sua morte, Inge e Carlo Feltrinelli hanno pubblicato con ostinazione e passione, e che sono fra i libri migliori usciti in Europa. Ma l’editoria è molto cambiata, in questo inizio di secolo. Una quarantina d’anni fa, alcuni grandi editori cosmopoliti proseguivano l’opera delle generazioni precedenti. Appartenevano a un club di pazzi letterari. Facevano attività commerciale, certo, ma pensavano che il loro ruolo consistesse innanzitutto nel permettere ai loro autori di dedicarsi alla propria opera, per tutta la vita, in qualsiasi congiuntura e condizione. E credevano, peraltro, che la loro missione fosse di permettere a lettori sempre più numerosi di diventare più colti e più istruiti. Figli dei Lumi, amavano le collane originali di tascabili, le enciclopedie ambiziose e le grandi opere.
Però, nipoti del Barnabooth di Valéry Larbaud, si ritrovavano nei loro bar preferiti per passare intere nottate a parlare di letteratura e di tutte quelle piccole cose che sono il fascino della vita. Giangiacomo apparteneva al mondo dei Weidenfeld, dei Rowohlt, degli Einaudi, degli Straus, che si appassionavano per le parole e facevano gli editori per vizio, con piacere ed eleganza. Gli scrittori esistono ancora, certamente, e anche gli editori che li pubblicano. E a volte alla fiera del libro di Francoforte si ritrova quell’atmosfera di un tempo, nelle serate di Hanser o nelle matinée di Suhrkamp. Ma quel mondo è scomparso. Che cosa direbbero Giangiacomo o Ledig Rowohlt di tutte quelle personcine frettolose che solcano i corridoi della fiera con il cellulare all’orecchio e un computer al posto del cuore? Il mondo grigiastro ed efficiente di questi Snopes, dei quali Faulkner aveva previsto la vittoria sui Sartoris, trionfa.
Tratto da "du", marzo 2002, Zurigo

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