Non sappiamo se il guardiacoste della Marina sia responsabile di omissione di soccorso, come denunciano i pescatori di Mazara del Vallo. E nemmeno, in caso di risposta affermativa, se il mancato soccorso sia da attribuire a incompetenza, ritardi o "timidezza". Ma crediamo che il punto non stia nel comportamento del guardiacoste. Un calcolo rapido e grossolano suggerisce che, a partire dall'affondamento della Kater i Rades nel marzo del 1997, siano più di 1000 gli stranieri affogati in prossimità delle nostre coste, al largo della Puglia, della Calabria e della Sicilia. Un numero che possiamo tranquillamente moltiplicare per due se consideriamo i dispersi nelle acque spagnole e quelli di cui nessuno ha mai saputo nulla, anche se gli indizi di relitti arenati sulle nostre rive non mancano. Un vero cimitero marino che si stende da Gibilterra a Creta. Ma un cimitero di cui all'Europa non importa nulla e che anzi è destinato in futuro ad accogliere tanti altri corpi spolpati dalle correnti, per citare una feroce intuizione di T.S. Eliot.
Su questa ecatombe non si vedono sostanziali differenze tra le virtuose solcialdemocrazie nordeuropee e gli assatanati governi che presidiano il limes mediterraneo. Per cominciare, è osceno dire che si tratta di "clandestini". Curdi, iracheni, nigeriani, liberiani, tamil, afghani e così via sono semplicemente profughi, tutt'al più economici, e cioè gente in fuga dalle guerre civili, oltre che dalla fame. Trasformandoli in clandestini, governi e opinione dominante non solo ne fanno carne per le ossessioni leghiste e haideriane, ma cancellano con un colpo di bacchetta magica il problema del diritto d'asilo. In questo campo, l'Italia - che accoglie profughi con il contagocce - è forse il paese peggiore di tutti, e non solo da quando governa la destra.
In secondo luogo, la politica delle cannoniere o dei guardiacoste sbandierata dall'attuale governo, è squisitamente europea. Da mesi, a partire dal fatidico settembre 2001, Statewatch, Amnesty International e altre organizzazioni richiamano l'attenzione sulle misure allo studio (da parte di vari organismi come il Consiglio d'Europa, il coordinamento tra ministeri degli interni, ecc.) per integrare i controlli non solo dei potenziali "terroristi", ma anche di "contestatori della legittimità dei governi" e "immigrati clandestini". Così come in linea con la governance europea è la moltiplicazione dei campi di internamento per immigrati - per non parlare dell'ondata di espulsioni che i questori italiani stanno promuovendo da mesi. In questo campo, diciamolo pure, Berlusconi e soci non sono affatto isolati in Europa e, benché con maggiore durezza e suonando la grancassa, operano in un solco già aperto da altri.
Tempo fa, un intellettuale di centro-sinistra, ovviamente favorevole ai girotondi e sensibile alla legalità, mi ha dichiarato che l'Europa è un organismo ancora troppo debole per aprirsi alle maree di poveri che premono dal resto del mondo. E io non dubito che questa sia la linea che ha ispirato leggi illuminate come la Turco-Napolitano, per non parlare di quella attuale. Ma ora chiediamoci: che idea di legalità presiede a questa concezione cimiteriale dei rapporti con profughi e immigrati - nella stessa epoca in cui i diritti umani sono imposti dai bombardamenti a tappeto?
La risposta non è difficile. Profughi e immigrati sono anche il frutto di una relazione politica dell'occidente con i loro paesi di provenienza. Niente di strano nel fatto che sollecitati dalle conseguenze delle nostre guerre (che infliggiamo loro quando i relativi governi non ci convengono), gli abitanti di paesi come il Kurdistan turco e iracheno, la Palestina, l'Afghanistan, il Pachistan e (domani) l'Iraq cerchino da noi una chance di sopravvivenza. Esattamente come gli abitanti di paesi con cui non siamo in guerra perché ne appoggiamo i governi, notoriamente democratici (Marocco, Tunisia, Nigeria, ecc.). E qui il cerchio si chiude. Campi di internamento e protezione militare delle coste non sono che il riflesso, la piega interna, di una guerra a bassa intensità che stiamo combattendo con il resto del mondo. E si sa, quando c'è la guerra, tutti si allineano, il cuore batte per il tricolore e non c'è girotondo che tenga.
Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago

Alessandro Dal Lago (Roma, 1947) ha insegnato e svolto attività di ricerca nelle Università di Genova, Pavia, Milano, Bologna e Philadelphia. Si è occupato di teoria sociale e politica, sociologia della devianza e dello sport, migrazioni internazionali ed etnografia urbana. Con Feltrinelli, La produzione della devianza (1981); Elogio del pudore (con Pier Aldo Rovatti; 1990); Non-persone (1999); La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini (con E. Quadrelli; 2003). Inoltre ha curato Carteggio 1926-1969 (di Karl Jaspers e Hannah Arendt; 1989); Archivio Foucault 2. Interventi, colloqui, interviste. 1971-1977 (1997; 2017); ha tradotto Aby Warburg (con Pier Aldo Rovatti; 2003) e ha scritto inoltre dei contributi a I signori delle mosche di Peter Warren Singer (2006) e a La solitudine del cittadino globale di  Zygmunt Bauman (2008).

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