Come Tarantelli, come Bachelet, Tobagi, Casalegno, Moro, D’Antona e come tanti altri: la lista è lunga. Ti assale la pietà per le vittime a cui questo paese ti ha chiamato molte volte. È il solito schifo. Ma con una sensazione di accelerazione maggiore rispetto al passato, quando altri (che forse sono gli stessi di sempre) sparavano alla nuca: questi, ora, sono più svelti a sparare di quanto te a parlare. Insomma, non fai in tempo a dire che tutta l’informazione italiana appartiene a Berlusconi, che hanno già assassinato qualcuno facendo sapere che il mandante di questo assassinio sei tu che hai osato dire all’estero che tutta la stampa e le televisioni italiane appartengono a Berlusconi, che è anche il primo ministro del governo del tuo paese. Le elezioni sono regolari, certo. I regolamenti di conti lo sono meno. È un metodo che appartiene al cartello di Medellin della Colombia, a paesi trafficanti di droga. Ma, ti chiedi, non è forse drogato questo simulacro di democrazia dove un magnate si è impossessato delle anime dei cittadini, per il solo fatto che, come sappiamo, le anime dipendono da ciò che si chiama informazione?

Inquinamento morale
L’inquinamento morale che il governo Berlusconi ha introdotto nella vita italiana attraverso il monopolio dell’informazione risiede anche nel quoziente di violenza di cui i suoi mezzi di informazione si sono fatti tramite e che è andato via via crescendo. A cominciare dall’apparizione di Berlusconi in televisione durante il G8 a Genova (dove purtroppo le sue parole sono state «legittimate» dalla presenza di Ciampi, come se un presidente della Repubblica, che rappresenta lo Stato, per lanciare un messaggio al paese avesse bisogno di apparire col capo di un governo), passando via via attraverso parole gravissime e pesanti come pallottole di suoi ministri o sottosegretari: l’avv. Taormina, Sgarbi, Umberto Bossi. Ad esempio: la sentenza del Tribunale di Milano, che ha condannato per la strage di Piazza Fontana esponenti fascisti collusi con i servizi segreti, è stata definita dal sottosegretario Taormina, rappresentante del governo e contemporaneamente difensore di mafiosi: «una sentenza scritta con l’inchiostro rosso». I cittadini italiani si sono chiesti: dobbiamo credere a un Tribunale della Repubblica o a un esponente del governo? Un dilemma inquietante ed istituzionalmente eversivo che andava chiarito con urgenza e fermezza dal garante della Costituzione, cioè il presidente della Repubblica. Costui, non chiarendolo come era suo dovere, ha lasciato che tali parole, rimbombate con forza su tutto il sistema di informazione appartenente al presidente del Consiglio, inquinassero le coscienze degli italiani. In Italia l’assassinio politico e il terrorismo sono una pratica consolidata da oltre trent’anni. Pratica che appartiene a un disegno di destabilizzazione della democrazia elaborato da un’oscura loggia massonica, la P2 di Licio Gelli di cui, come è noto, l’on. Berlusconi possedeva una tessera. Con ciò non si vuol dire che quando si iscrisse fosse al corrente dei disegni dell’azienda eversiva di cui veniva fatto socio. Ora certo non può non saperlo. Eventualmente può ragguagliarsi sugli atti della Commissione Stragi. Il Parlamento italiano è l’unico Parlamento in Europa che possegga una «Commissione Stragi». Non è inquietante?

Futuro anteriore
Ma la Commissione Stragi, anche se non riesce a venirne a capo, si occupa del nostro passato prossimo. Il fatto nuovo introdotto dall’efficienza del sistema di Berlusconi, basato sui mezzi di comunicazione, si produce sulla declinazione dei verbi della storia italiana. Le televisioni e i giornali del Presidente del Consiglio (i «Media» come dicono i Media) sono talmente efficienti che oggi declinano la storia italiana al futuro anteriore. L’efficienza dell’azienda del presidente del Consiglio è tale che perfino prima di avere il morto ha già trovato i mandanti. Le viscide parole con cui Berlusconi ha dichiarato che i responsabili di questo ennesimo oscuro omicidio sono (oltre ai sindacati) gli artisti, gli scrittori e gli intellettuali che non facendo parte della sua azienda informativa trovano improponibile in una democrazia che il capo di un governo possegga anche il monopolio dell’informazione, sono state più rapide dell’omicidio stesso. Perché l’omicidio era già stato annunciato da un suo settimanale, ‟Panorama”, con un anticipo che aveva interpretato come una Sibilla un documento dei Servizi fatto circolare alla Camera. La rapidità di far sapere ciò che succederà, tipica della società mediatica di cui Berlusconi è un campione, supera oggi di gran lunga i metodi ormai obsoleti a cui ci avevano abituati certi ministri che lavoravano con i servizi segreti nostrani o stranieri per destabilizzare la democrazia italiana. A quel tempo solo dopo qualche finta indagine che salvava almeno le forme, degli innocenti come Pinelli e Valpreda venivano indicati quali responsabili di stragi di cui, come abbiamo saputo con trent’anni di ritardo grazie a una sentenza di un Tribunale della Repubblica, i veri responsabili erano personaggi di cellule neofasciste venete in collaborazione con i servizi segreti dello Stato. Oggi i «mandanti» sono dunque, in seguito a ciò che il capo del governo e magnate dell’informazione ha insinuato, gli scrittori italiani, coloro che sono conosciuti nel mondo perché portano la cultura italiana nel mondo. Berlusconi ha lanciato la sua parola d’ordine, immediatamente raccolta dai dipendenti delle sue aziende giornalistiche, coloro che rispondono immediatamente alle sollecitazioni dello stipendio. Paolo Guzzanti scrive sul giornale che co-dirige parole infami su di me e altri intellettuali che saranno oggetto dell’esame di un magistrato italiano, almeno finché il nostro paese continuerà ad avere una magistratura non ammanettata da Berlusconi.
Ma intanto una cosa è certa: le parole degli scrittori, dei professori universitari e degli intellettuali che hanno parlato a Parigi sono state trasmesse in diretta dalla radio della Repubblica francese. Quelle parole sono registrate e ascoltabili dalla magistratura.
Pochi giorni dopo l’allegra manifestazione del Palavobis di Milano, quando scoppiò una bomba di fronte al ministero degli Interni, il ministro Bossi dichiarò testualmente che ciò era «opera dei servizi deviati dalla sinistra».
Non è affatto una frase «colorita», come Berlusconi definisce di solito il linguaggio di Bossi. È una frase gravissima e inquietante, che merita un richiamo e una convocazione presso la presidenza della Repubblica. In qualsiasi altro paese europeo, un ministro che avesse detto una frase del genere sarebbe stato immediatamente convocato dal capo dello Stato per appurare che cosa sapeva esattamente costui. Perché Ciampi non l’ha convocato? E se l’ha fatto, perché non ha rassicurato l’animo degli italiani rivolgendosi con un messaggio alla nazione per dire che si trattava davvero della frase di un citrullo che apre bocca per dire quello che gli pare?, un personaggio che insidia l’unità della nazione e che Ciampi ha purtroppo accettato come ministro, assumendosi una grave responsabilità verso tutti gli italiani. Altro che Inno di Mameli.
Il momento è grave e, come ti dicevo, in questo paese non c’è nessuna garanzia, perché non abbiamo nessun garante.
Ma c’è una differenza rispetto agli ani di piombo e rispetto agli anni della strategia della tensione. Oggi noi siamo in Europa. Per questo esigiamo dal Consiglio d’Europa che sorvegli la nostra democrazia, che la garantisca, che la vigili. E che garantisca anche la libertà di parola, in questo paese dove parlare è diventato una colpa e dove, esprimendo la propria opinione di liberi cittadini, si è marchiati d’infamia.
Sabato prossimo ci sarà a Roma una grande manifestazione convocata dal sindacato della Cgil. Ci saremo tutti, noi scrittori e intellettuali e professori universitari italiani, come siamo andati a Parigi. Saremo presenti perché i lavoratori italiani sono una grande garanzia democratica, una diga contro le acque limacciose del terrorismo, della mafia, della finanza sporca.
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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