Fossero vissuti ai primi del Trecento, Maurizio Bettini ed Omar Calabrese, sarebbero passati per due «straccamurelli». Non è un termine ingiurioso o offensivo. Tutt' altro: è un termine complimentoso. Indicava a quel tempo, nel Trecento toscano, quei cittadini avidi di curiosità e di notizie, che si sedevano accanto alla porta di casa per scambiarsi notizie curiose, per passare in rassegna le «bizzarrerie» che circolavano in giro. E ci restavano seduti così a lungo da logorare («straccare») i muri della casa. Tanto è vero che hanno scritto questo libro dal bizzarro titolo: BizzarraMente che Feltrinelli ha appena pubblicato (con il sottotitolo Eccentrici e stravaganti: dal mondo antico alla modernità, pagg. 259, _ 17,00). Ora, Maurizio Bettini insegna presso l' Università di Siena Filologia Classica, ed ha fatto quel che ha potuto (tantissimo) per innestare nella filologia classica l' antropologia culturale (cos' era la famiglia, cos' erano gli amori nei tempi antichi). Quanto ad Omar Calabrese, insegnante di Semiotica presso la stessa Università, nessuno, che l' abbia letto può aver dimenticato quel suo saggio sul personaggio salgariano di Sandokan, laddove si dimostra che nel personaggiomito Sandokan ricorrono molti tratti del mitopersonaggio Garibaldi. Immaginiamo di trovarci una volta anche noi a Siena, al tavolo dove consumano la loro cena (i professori universitari, si sa, consumano i loro pasti insieme) e pranzando o cenando si chiedono: hai saputo della bizzarra storia che è capitata al tal dei tali? Non ti ricorda per caso quell' altro storia, assai simile che si racconta in ...? E fanno il nome di un novelliere del Trecento, del Quattrocento, del Cinquecento. O di altri secoli prima o dopo, quando dappertutto in Italia si raccontavano storie, possibilmente bizzarre, potenzialmente intelligenti. Scrivono i due amicicolleghi, a quattro mani, nell' introduzione che «La bizzarria italica è insomma, la testimonianza dello spirito ironico e beffardo con cui le persone riescono, e sono riuscite, a cavarsela». Vien voglia di commentare: abbiamo capito» e di pensare al «Lazarillo de Tormes», al Sancho Pancha di Don Chisciotte e persino all' argentino Jorge Luis Borges. Ma è inutile: i loro nomi sono già scritti nella stessa pagina introduttiva (per la precisione la pagina undici) vergata scrupolosamente a quattro mani, come il resto del libro. E che propone esempi che vanno dall' antichità classica fino ai nostri giorni. Cominciando dalla storia di Serse che si innamora di un platano, raccontata da Eliano, a varie storielle della vita di Benvenuto Cellini, «Uno dei più strafottenti attaccabrighe di tutti i tempi». Alle innumerevoli storie e storielle di reliquie, vere o false, credute o non credute, venerate oppure oggetto di ardite contestazioni quali si trovano per esempio in De pignoribus sanctorum che parte dall' «analisi dell' improbabile esistenza di un dente da latte di Gesù». E per tornare all' indietro, dalle irriverenze di Luciano di Samòsata che era incredulo e scettico («Mi sapresti dire, Filocle cos' è che spinge molti al desiderio di mentire e spinge molti altri a prestar fede a quelli che credono?». Per non dire delle bizzarrie, esplorate e raccontate da Apollonio Rodio nelle sue Argonautiche, dove si parla di certi popoli presso i quali «Quando le mogli partoriscono, i mariti si mettono a letto con il capo bendato, e gemono, e si lamentano mentre le donne provvedono al cibo». Per continuare con le storie di Erodoto, che raccontava dello stupore che suscitavano i suoi soldati quando seppellivano devotamente i loro morti mentre i «primitivi» a loro vicini direttamente se li mangiavano. E, rimproverati, dicevano: «E che? E' forse meglio che se li mangino i vermi?». Poi tutte le storie su Gesù che rispettatissime s' intende non era morto in croce. Poi tante storie sulla iettatura e sul fascino, partecipato pressappoco da tutti («io non ci credo, ma è vero). Poi su Gerolamo Cardano e l' oroscopo di Gesù Cristo. Comunque, oroscopi quanti se ne vuole. E poi, venendo verso i nostri tempi, la scoperta che Omero era una donna (scoperta attestata da filologi come Robert Graves e Samuel Butler). E le ricette di cucina di Apicio, passate poi con qualche modifica nel ricettario dell' Artusi. E poi, niente? E chi lo sa? Quand' era critico cinematografico dell' Espresso , Alberto Moravia ebbe a scriverlo una volta che la nostra commedia all' italiana, leggera e divertente, era tratta di peso dalla novellistica popolare del Tre, Quattro, del Cinquecento.

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