Per prima cosa gli avrebbe detto che della nuova casa gli piaceva soprattutto la vista sulla Unter den Linden, perché questo lo faceva ancora sentire a casa. Insomma, era una casa che lo face a sentire a casa, come quando la sua vita aveva un senso. E che gli piaceva aver scelto la Karl Liebknechtstraße, perché anche questo era un nome che aveva un senso. O lo aveva avuto. Lo aveva avuto? Certo che lo aveva avuto, soprattutto la Grande Struttura.
Il tram si fermò e aprì le porte. La gente entrò. Aspettò che si richiudessero. Vai pure, vai pure, preferisco andare a piedi, mi faccio una sana passeggiata, il tempo è troppo bello per perdere l’occasione. Il semaforo era rosso. Si specchiò nel vetro della porta chiusa, anche se una striscia di gomma lo divideva in due. Va bene diviso in due, mio caro, sempre diviso in due, metà di qua, metà di là, è la vita, così è la vita. Però mica male: era un bell’uomo avanti con gli anni, i capelli bianchi, una giacca elegante, mocassini italiani comprati in centro, l’aria benestante di una persona benestante: i vantaggi del capitalismo.
Canticchiò: tout est affaire de décor, changer de lit, changer de corps. Quello sì che se ne intendeva, aveva passato la vita a farlo. Il tram partì. Lo salutò con la mano, come se ci fosse sopra una persona a cui dice a addio. Chi era quella persona che se ne andava in tram al Pergamon? Si dette uno schiaffetto affettuoso. Beh, sei tu, caro mio, proprio tu, et à quoi bon, puisque c’est encore moi qui moi-même me trahis. Canticchiò il finale della strofa con voce profonda e leggermente drammatica come faceva Léo Ferré.
Il ragazzo in motorino con la Pizza Hut che aspetta a il verde lo guardò con stupore: un vecchio signore elegante che canta come un fringuello a una fermata del tram, comico no? Vai, giovanotto, è scattato il verde, fece con la mano invitandolo a partire, porta la tua pizzaccia a destinazione. Sfollare, sfollare, non c’è niente da vedere, sono solo un anziano signore che canticchia le poesie di Aragon, fedele compagno dei bei tempi andati, anche lui è già sfollato, sfolliamo tutti, prima o poi, e anche la sua Elsa ha gli occhi opachi, buonanotte occhi di Elsa. Guardò il tram che svoltava verso la Friedrichstraße e fece ciao agli occhi di Elsa.
Il tassista lo guardò interdetto. Allora, disse, si decide a entrare? Si scusò: guardi, è un equivoco, stavo salutando una persona, il cenno non era per lei. Il tassista scosse la testa con disapprovazione. Doveva essere turco. Questa città è piena di turchi, turchi e zingari, sono piovuti tutti qui, questi vagabondi, a far che? , a mendicare, sì, a mendicare, povera Germania. Ah, aveva anche da protestare, l’immigrato, che faccia tosta. Le ho detto che si è sbagliato, replicò con una voce che si stava alterando, è lei che ha capito male, stavo salutando una persona. Le ho chiesto solo se ha bisogno di aiuto, spiegò il ragazzo in un cattivo tedesco, mi scusi, signore, ha bisogno di aiuto? Bisogno di aiuto? No, grazie, rispose seccamente, grazie, sto benissimo, giovanotto. Il taxi partì.
***
Stai bene?, si chiese. Certo che stava bene, era una magnifica giornata estiva, come raramente ce ne sono a Berlino, forse un po’ troppo calda. Ecco, forse un po’ troppo calda per i suoi gusti, e con il caldo la pressione tende a salire. Niente cibi salati e niente sforzi, aveva sentenziato il medico, la sua pressione è a livello di guardia, ma probabilmente sono cause ansiogene, c’è qualcosa che la preoccupa, riesce a riposare, dorme bene, ha insonnie? Che domande.
Certo che dormiva bene, come può dormire male un vecchio signore tranquillo, con un bel conto in banca, un magnifico appartamento in centro, una casetta di vacanza sul Wannsee, un figlio avvocato ad Amburgo e una figlia sposata con il proprietario di una catena di supermercati?, abbia pazienza, dottore.
Ma il medico insisteva, brutti sogni, difficoltà ad addormentarsi, risvegli bruschi, soprassalti? Sì, qualche volta, dottore, ma la vita è lunga, sa, a una certa età si ripensa alle persone che non ci sono più, si guarda all’indietro, alla rete che ci ha avvolti, la rete rotta di quelli che pescavano, perché ora sono tutti pescati, mi capisce? Non capisco, diceva il medico, insomma, dorme o non dorme? Dottore, avrebbe voluto dire a quel brav’uomo, ma cosa si vuole ancora da me?, ho fatto tutti i solitari, ho vomitato tutto il Kirsch possibile, ho accatastato tutti i libri nella stufa, dottore, pretende che abbia ancora il sonno tranquillo? E invece rispose: dormo bene quando dormo, e quando non dormo cerco di dormire. Se lei non fosse in pensione diagnosticherei una forma di stress, dichiarò il medico, ma francamente non è possibile, quindi la sua pressione alta è dovuta all’ansia, lei è una persona ansiosa anche se apparentemente tranquilla, due di queste pillole prima di coricarsi, niente cibi salati, e deve smettere di fumare.
Si accese una sigaretta, una bella americana dal gusto dolce. Quando lavorava nella Grande Struttura c’era gente che per un pacchetto di americane avrebbe anche denunciato i propri genitori, e ora gli americani, dopo aver conquistato il mondo, decidevano che il fumo era malsano. Stronzo di un medico venduto agli americani. Attraversò l’Unter den Linden, all’altezza della Humboldt Universität, e si sedette sotto gli ombrelloni quadrati del chiosco che vendeva würstel. In fila al chiosco, col vassoio in mano, c’era una famigliola di spagnoli, papà, mamà e due figli adolescenti. Turisti dappertutto, ormai. Erano indecisi su come si pronunciava il piatto. Kartoffeln, sosteneva la signora. No no, obiettava il marito, siccome erano fritte bisognava chiedere Pommes alla francese. E bravo spagnolo col baffetto. Passandogli accanto si mise a fischiettare Los quatros generales. La signora si girò e lo guardò quasi allarmata. Lui fece finta di niente. Erano nostalgici o votavano socialista? Vallo a sapere. Ahi Carmela, ahi Carmela.
Si alzò all’improvviso una ventata fresca che alzò da terra tovaglioli e pacchetti di sigarette vuoti. Spesso succede a Berlino: una giornata afosa e all’improvviso arriva un vento freddo che fa mulinellare le cose e cambiare l’umore. È come se portasse ricordi, nostalgie, frasi perdute. Tipo questa, che gli venne in mente: l’inclemenza del tempo e la fedeltà ai miei principî. Sentì un moto di collera. Ma quale fedeltà, disse a voce alta, ma di quale fedeltà parli, sei stato l’uomo più infedele di tutta la vita, io di te so tutto, i principî, certo, ma quali. Di quelli del Partito non hai mai voluto saperne, tua moglie l’hai riempita di tradimenti, di quali principî vaneggi, cretino. Una bambina gli si fermò davanti. Aveva una gonnella che strusciava fino a terra e i piedi scalzi. Gli cacciò sotto gli occhi un pezzo di cartone dove c’era scritto: vengo dalla Bosnia. Vai a quel paese, le disse sorridendo. Anche la bambina gli sorrise e se ne andò.
***
Forse era meglio prendere un taxi, ora si sentiva stanco. Chissà perché si sentiva così stanco, aveva passato la mattinata a non far niente, bighellonando e leggendo il giornale. I giornali stancano, si disse, le notizie stancano, il mondo stanca. Il mondo stanca perché è stanco. Si diresse al cesto metallico delle immondizie e vi buttò un pacchetto di sigarette vuoto, e poi il giornale del mattino, non aveva voglia di tenerlo in tasca. Era un bravo cittadino, lui, non voleva sporcare la città. Ma la città era già sporca. Tutto era sporco. Si disse: no, vado a piedi, domino meglio la situazione. La situazione, ma quale situazione?, beh, la situazione che era abituato a dominare in altri tempi. Allora sì, che c’era gusto: il tuo Obiettivo ti camminava davanti, ignaro, tranquillo, se ne andava per i fatti suoi. E anche tu, apparentemente, te ne andavi per i fatti tuoi, ma niente affatto ignaro, anzi. Del tuo Obiettivo conoscevi alla perfezione i tratti somatici dalle fotografie che ti avevano fatto studiare, avresti potuto riconoscerlo anche nella platea di un teatro. Lui invece di te non sapeva niente, tu eri per lui un volto anonimo come milioni di altri volti anonimi al mondo. Lui andava per la sua strada, e anda
Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi

Antonio Tabucchi (Pisa, 1943 - Lisbona, 2012) ha pubblicato Piazza d’Italia (Milano, 1975), Il piccolo naviglio (Milano, 1978), Il gioco del rovescio (Milano, 1981), Donna di Porto Pim (Palermo, 1983), Notturno indiano (Palermo, 1984), I volatili del Beato Angelico (Palermo, 1987), Sogni di sogni (Palermo, 1992), Gli ultimi tre giorni di Fernando Pessoa (Palermo, 1994), Marconi, se ben mi ricordo (Roma, 1997), La gastrite di Platone (Palermo, 1998), Racconti con figure (Palermo, 2011) e, con Feltrinelli, Piccoli equivoci senza importanza (1985), Il filo dell’orizzonte (1986), I dialoghi mancati (1988; nuova edizione che comprende anche Marconi, se ben mi ricordo, 2019), la nuova edizione de Il gioco del rovescio (1988), Un baule pieno di gente (1990, nuova edizione 2019), L’angelo nero (1991), Requiem (1992), la riedizione di Piazza d’Italia (1993), Sostiene Pereira (1994, premio Viareggio-Rèpaci, premio Campiello, premio Scanno, premio dei Lettori e Prix Européen Jean Monnet), La testa perduta di Damasceno Monteiro (1997), Gli Zingari e il Rinascimento. Vivere da Rom a Firenze (1999), Si sta facendo sempre più tardi (2001, Prix France Culture 2002), Autobiografie altrui (2003), Tristano muore (2004, miglior libro dell’anno secondo la rivista francese “Lire”), Racconti (2005), L’oca al passo (2006), Il tempo invecchia in fretta (2009), Viaggi e altri viaggi (2010), la riedizione de Il piccolo naviglio (2011), Romanzi (2012), Di tutto resta un poco (2013), Per Isabel (2013). Ha curato l’edizione italiana dell’opera di Fernando Pessoa e ha tradotto le poesie di Carlos Drummond De Andrade (Sentimento del mondo, Torino, 1987). Ha ricevuto il Prix Médicis étranger e il Prix Européen de la Littérature in Francia;

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