tanto forte da aver travolto il suo ministro, tradito da una frase infelice che ha offeso la memoria di Marco Biagi. Anche questa volta, dunque, la crisi istituzionale del Viminale ha fatto registrare violente fibrillazioni ed ipotizzato scenari apocalittici per De Gennaro e i suoi fedeli collaboratori. E´ stata una giornata lunga e tormentata, quella di ieri. Ma non si può dire che si sia conclusa con un bilancio negativo per il prefetto. Certo, il clima non è dei migliori e c´è chi giura che il «capo», o «lo squalo» come viene chiamato dai suoi uomini, resti con le ore contate. Ma esiste anche una versione meno pessimistica sul futuro di De Gennaro. Tanto ottimismo poggia su considerazioni basate prevalentemente sull´esperienza e sulle conoscenze che regolano la storia del Viminale. Si sottolinea, intanto, il comportamento non ostile del ministro dimissionario che avrebbe potuto «mollare» il capo della polizia, prendendone le distanze e gravandolo di gran parte delle responsabilità sugli ultimi fatti, a cominciare dagli scarsi risultati delle indagini sul terrorismo, per finire alle note vicende di Genova. E invece De Gennaro è stato la prima persona, al di fuori della cerchia politica, alla quale Scajola ha comunicato la sofferta decisione di dimettersi. E lo ha fatto invitando il prefetto a casa, in piazza Grazioli, ad un colloquio quasi amichevole. Ed hanno sbagliato anche quanti prevedevano le dimissioni di De Gennaro. A parte l´indole dell´uomo (di lui dicono «non lo vedrete mai gettare la spugna») l´eventuale abbandono del prefetto avrebbe finito per aggravare la già pesante crisi istituzionale del vertice dell´Interno. «Una volta pagato il prezzo - questo il tam-tam ministeriale - con le dimissioni della più alta responsabilità politica, sarebbe stato inutile mettere nel tritacarne anche il vertice tecnico». Ed è talmente presa in considerazione, questa interpretazione, da trovare accoglienza persino nel disegno di uno scenario futuro che vedrebbe «intatto» - anche col nuovo ministro - l´intero staff lasciato da Scajola. E questo perché viene fortemente temuta la possibilità che un rivolgimento degli assetti del vertice del Viminale possa risultare di difficile gestione per chiunque, in un momento di grandi incertezze alimentate dalle inchieste sulle violenze di Napoli e Genova (il G8) e dal black-out investigativo sulla cosiddetta rinascita del terrorismo brigatista. De Gennaro e il suo staff hanno in piedi più d´una iniziativa e progetti ai quali lavorano da diverso tempo. E´ pensabile un azzeramento che cancelli anche la possibilità di ottenere buoni risultati? Una voce serale, posteriore al discorso di Berlusconi alla Camera, assicurava la convinzione del Cavaliere a «non toccare il capo». Ma le voci, si sa, potrebbero essere interessate. In effetti le dimissioni del ministro dell´Interno, com´era persino ovvio ipotizzare, hanno finito per rimettere in circolo vecchi schemi e aspirazioni mai sopite. Immancabile, s´è riaperto il classico gioco del «toto capo». De Gennaro stava ancora a colloquio con Scajola, a piazza Grazioli, quando prendeva piede un irrefrenabile gossip sulla «successione al prefetto prossimo a lasciare». Semplici voci che, però, tradiscono un certo clima che definire ostile a De Gennaro sarebbe puro eufemismo. Voci che non sono svanite nel pomeriggio, quando Scajola - dopo aver imballato libri, foto ed oggetti cari, per un anno in bella vista sulla sua scrivania - ha incontrato i più stretti collaboratori (con De Gennaro c´erano Antonio Manganelli, il prefetto Del Mese, i responsabili dei Dipartimenti, i direttori centrali e i funzionari del Gabinetto) per il saluto di commiato. Anzi, il «dice-dice» indicava come possibili successori proprio due dei colleghi presenti all´incontro pomeridiano. Uno è Manganelli, che da qualche tempo viene visto come una «soluzione nel segno della continuità con De Gennaro». L´altro è Emilio Del Mese, prefetto di Roma, considerato un candidato forte all´eventuale successione. Ovviamente nessuno parla. Anzi, Del Mese ha parlato, ma soltanto per un discorso di «ringraziamento» al ministro Scajola, «persona di grossa umanità».
Francesco La Licata

Francesco La Licata

Francesco La Licata ha cominciato nel 1970 lavorando in cronaca per ‟L’Ora di Palermo” e poi occupandosi delle più importanti vicende siciliane: la scomparsa di Mauro De Mauro, l’assassinio del procuratore Pietro Scaglione, la guerra di mafia e i processi che ne scaturirono. All’inizio degli anni ottanta è chiamato al “Giornale di Sicilia”. Dal 1989 è alla “Stampa”. Ha scritto (con Galluzzo e Lodato) Falcone vive (Flaccovio), la prima intervista concessa dal giudice e ripubblicata nel 1992 dopo la strage di Capaci. Nel 1993 esce per Rizzoli Storia di Giovanni Falcone, una biografia del giudice supportata dalle testimonianze di Anna e Maria Falcone. Il libro – che ha ispirato la fiction televisiva di Raiuno – è stato riedito, nel 2002, da Feltrinelli. La Licata scrive per cinema e televisione, fa parte della redazione di Blu Notte, Misteri d’Italia, il fortunato programma tv di Carlo Lucarelli, e ha partecipato alla sceneggiatura del film Convitto Falcone (2012). In passato ha collaborato anche con “l’Espresso”, “Epoca” e con il settimanale televisivo “Mixer” di Giovanni Minoli. Recentemente ha scritto, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, Pizzini,veleni e cicoria. La mafia prima e dopo Provenzano (Feltrinelli, 2007) e, con Massimo Ciancimino, Don Vito (2010).

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