Lo spot, ideato dal copy Roberto Gorla per la regia di Giuseppe Tornatore, è stato realizzato per l´Aima e mette a fuoco la questione del morbo di Alzheimer. Si vede un vecchio sconvolto che entra in Parlamento sbraitando e gesticolando e viene portato via dai commessi.
Voce fuori campo: «Quest´uomo ha una grave malattia, le istituzioni hanno una malattia più grave, l´indifferenza».
Non eufemistico, molto politico e molto diretto. Le suddette istituzioni, concetto tanto imponente quanto generico, avrebbero, sulla carta, le spalle sufficientemente larghe per resistere all´irruzione virtuale in Parlamento di un anziano demente. Ma dev´essere scattato, in qualche ufficio del duopolio, un simmetrico "chi ce lo fa fare?" che non chiameremo censura (così come non chiameremo regime un assetto televisivo così lietamente compatto), ma più semplicemente pavidità.
La censura in quanto tale, pur serbando i suoi strumenti consunti, è, in casi come questi, una falsa pista. Richiede, tra l´altro, un minimo di coraggio d´opinione, perché come tutte le sentenze deve ricorrere a un giudizio e a una motivazione. Nel caso dello spot di Tornatore, invece, è facile immaginare quel tipo di silenzio gommoso, di rinvio burocratico, di omissione di scelta, di quieto vivere, che è il perfetto humus dal quale germina il conformismo. Non c´è bisogno di dire "no". Basta dire "vedremo, ci penseremo", basta allargare le braccia stupiti di fronte alle rimostranze e ai cattivi umori dei rimandati e degli oscurati, e la figura del prepotente (isterico, per giunta) la farà questo o quell´artista, questo o quel comunicatore che protesta platealmente per un "normale" congelamento della messa in onda.
Nel gioco delle parti tra le due aziende padrone del 99 per cento dell´etere, è facile intuire che Mediaset, solidamente ancorata alla sua missione commerciale, potrà ben dire che questo genere di campagne è tipicamente Rai, dunque se la sbroglino in viale Mazzini. Mentre la Rai, da sempre più istituzionale che pubblica, assomma ai suoi vecchi scrupoli perbenisti le nuove sudditanze filogovernative, e può accoratamente appellarsi ai famosi "obblighi del servizio pubblico", formuletta tirata in ballo, guarda caso, sempre quando si parla di fare un passo indietro (questo no, quest´altro nemmeno) e mai quando si tratterebbe di osare qualcosa di più, per servire il pubblico, appunto.
Può anche darsi che lo spot di Tornatore sia reo di qualche sconvenienza, ma è lampante, ormai, che la sconvenienza è tale, in televisione, solo quando si sfiora l´argomento politico. Il resto è tutto lecito, violenza e volgarità, e rispetto al vecchio monopolio bernabeiano il sesso è stato promosso da tabù assoluto a pane quotidiano. Ma la politica, anche se coinvolta in un generico j´accuse come nello spot in questione, fa drizzare le antenne, fa scattare omissioni e insabbiamenti, purgare i palinsesti, allontanare giornalisti. Fa quantomeno innervosire dirigenti di nomina politico-aziendale (difficile distinguere, da quando i due concetti coincidono e sventolano su Palazzo Chigi) che hanno il terrore di indisporre chi li ha messi lì.
Verremo informati, nei prossimi giorni, che la censura c´entra niente, che c´erano dei tempi tecnici da rispettare, e via smussando gli angoli. La cultura dell´eufemismo lievita di pari passo con quella del conformismo.
Tornatore e il suo spot ripassino tra un po´, può darsi che il dirigente preposto fosse fuori ufficio, magari prima o poi tutto si sistema, che bisogno c´è di offendersi, che bisogno c´è di offendere...
Purtroppo l´invito alla tranquillità e alla serenità, in questo scorcio della storia italiana, televisiva e non, non profuma di buone intenzioni, ma puzza di cloroformio.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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