"Non dire gatto se non l´hai nel sacco". La celebre storpiatura del Trap vale anche per la riforma del sistema elettorale del Csm. Chi l´ha pensata voleva far emergere ( si illudeva: la propaganda miete vittime anche tra le proprie file…) gli umori profondi della magistratura. In contrapposizione (un ritornello ripetuto, in questi mesi, fino alla noia) alle rumorose ma isolatissime prese di posizione di pochi magistrati militanti. Una dozzina di toghe rosse che il nuovo sistema elettorale avrebbe spiazzato, mettendone a nudo lo scollamento con la "base". I risultati delle elezioni per il rinnovo della componente giudiziaria del Csm sono invece univoci. Ha partecipato al voto l´88% degli aventi diritto: un dato che da solo dimostra quanto l´intera magistratura sia attenta ai problemi della sua indipendenza e preoccupata per i possibili appannamenti della sua autonomia. Attenzione e preoccupazione che nel risultato elettorale hanno trovato l´ultima e coerente espressione di un malessere che da tempo ormai andava manifestandosi nei modi più diversi: dalle affollatissime assemblee nazionali dell´Anm (Associazione nazionale magistrati) del novembre 2000 e dell´aprile 2001;- alla clamorosa protesta realizzata in tutte le città italiane, durante le cerimonie di inaugurazione dell´anno giudiziario, da un mare di magistrati in "toga nera";- alla "lettera aperta ai cittadini" pubblicata il 26 gennaio 2002 sui principali quotidiani nazionali, in uno spazio autofinanziato;- fino allo sciopero del 20 giugno, che ha registrato un´adesione massiccia, pur con la responsabile scelta non solo di rispettare il codice di autoregolamentazione, ma anche di adottare ogni concreta misura capace di ridurre al minimo il disagio degli utenti. Dunque, i risultati delle elezioni dei membri "togati" del Csm non sono dovuti ad un´onda emotiva, ad una situazione contingente, legata a fattori effimeri. Sono invece una risposta compatta, lineare e costante, ad una strategia in atto: che intreccia aggressioni volgari con insidiosi interventi che sembrano andare contro il tradizionale principio della divisione dei poteri, mentre il livello di efficienza del sistema giustizia continua ad essere mantenuto a livelli di bancarotta. Premiando col voto coloro che hanno dimostrato maggiore sensibilità per tali problemi, i magistrati hanno soprattutto voluto esprimere un preciso orientamento: non contro questo o quel governo (sarebbe contraria ai doveri dell´ordine giudiziario qualunque forma di collateralismo politico), ma unicamente contro determinate proposte o inerzie, valutate nella loro concreta obiettività. 
A questo punto sarebbe un vantaggio per tutti se la si smettesse – una buona volta – di giocare con le parole (tipo la gettonatissima politicizzazione della magistratura) e con l´attribuzione di arbitrarie etichette, legate pretestuosamente a supposti schieramenti di parte o a immaginarie ostilità verso il potere costituito. Ci sono punti e questioni precise sulle quali è possibile avviare un confronto con tutte le forze politiche e le istituzioni. Un confronto che veda - insieme alla magistratura - l´avvocatura, l´università e la cultura giuridica, per giungere a proposte condivise sulla giustizia da offrire come contributo al dibattito politico. Sarebbe bello, ad esempio, se si attenuassero i toni della disputa sulla separazione delle carriere. Che non è per niente la panacea di tutti mali come qualcuno vorrebbe far credere, mentre potrebbe aprire la strada ad una pericolosa involuzione del sistema. Perché il controllo di legalità, sia quando si tratta di sicurezza quotidiana, sia quando si tratta di reati consumati silenziosamente nelle stanze del potere, richiede un pm indipendente, soggetto soltanto alla legge, operante nell´orbita della giurisdizione, secondo i suoi valori e le sue regole. Questo inserimento nella cultura della giurisdizione è tanto più saldo se vi è (ferma una distinzione delle funzioni che assicuri tranquillità piena ai cittadini e a tutti i protagonisti del processo) la possibilità per chi sia stato giudice di diventare pm e viceversa. Se questo legame con l´ordine giudiziario si attenua o è reciso, si apre la strada alla deriva del pm verso culture, deontologie e prassi non più ispirate a logiche di garanzia ma al perseguimento ad ogni costo di risultati purchessia. Nello stesso tempo si chiude lo spazio ad una reale indipendenza del pm. Per garantirla bisognerebbe creare una specie di nuovo potere: una casta ristretta di magistrati inquirenti non assoggettati a controlli esterni. Una mostruosità inaccettabile, rispetto a cui l´unica alternativa possibile sarebbe un pm alle dipendenze (cioè agli ordini) del Governo. E ciò per ragionamento istituzionale, non certo in base ad ingiusti processi alle intenzioni di questa o quella maggioranza politica del momento.
Le cause del disastro del sistema giustizia sono notissime: stanziamenti insufficienti; "geografia" giudiziaria obsoleta; scarsi controlli sulle sacche di neghittosità negli uffici giudiziari; cavilli a non finire che hanno trasformato il processo in una corsa ad ostacoli… È su questi versanti che i magistrati chiedono che si intervenga. Le tante riforme ordinamentali sul tappeto ( a partire appunto dalla separazione delle carriere) possono dischiudere orizzonti più sereni agli imputati eccellenti, rendendoli ancor più uguali degli altri di fronte alla legge. Ma non migliorerebbero di niente l´efficienza scandalosamente insufficiente del sistema giustizia che interessa i cittadini "comuni". Vanno invece rimesse al centro dell´attenzione, con urgenza, proprio una reale modernizzazione dell´apparato e una radicale riduzione della durata dei processi. È per questo (oltre che per la loro autonomia) che i magistrati si battono. Ed è in questa chiave che va letto il voto che ha ridisegnato la componente "togata" del Csm. 

Gian Carlo Caselli
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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