Dieci anni fa, a Palermo, un´autobomba uccideva Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Neanche due mesi dopo la strage di Capaci, "Cosa nostra" faceva saltare in aria anche l´erede di Falcone e del suo metodo. Due attentati dall´organizzazione complessa, la cui spettacolarità rivelava una forte intenzione di esemplarità. Due attentati criminali, ma con obiettivi "politici" evidenti fin da subito, che però ancora oggi si fatica a definire: a conferma che gli interessi mafiosi erano e sono complementari ad altri interessi, tanto forti quanto oscuri e torbidi.
Per me, ritornare col pensiero a dieci anni fa significa anche ricordare un fatto singolare. Ero a Milano, per un dibattito organizzato dopo la strage di Capaci. Un ufficiale dei Carabinieri mi sussurrò, riservatamente, che Borsellino mi mandava a dire che "per me non era ancora arrivato il momento di andare in pensione". Lì per lì la frase non mi piacque troppo. Non capivo come si potesse individuare nel mio lavoro di allora (presidente di Corte d´Assise a Torino) una sorta di prepensionamento. Soltanto dopo, soltanto dopo la strage di via d´Amelio, mi sembrò di poter cogliere in quelle parole un´indicazione. Ancora confusa, ma non disperata. E quando la morte di Borsellino indurrà il procuratore capo di Palermo, Giammanco, a chiedere di essere trasferito (essendo esplosi per effetto di quella morte "annunziata" i problemi, il disagio e le divisioni che avevano spesso inceppato la Procura), sulla mia decisione di andare a Palermo - per provare a inserirmi nella stessa direzione che era stata di Falcone, di Borsellino e dei colleghi formatisi alla loro scuola - pesarono anche, certamente, le parole che Borsellino aveva voluto che mi arrivassero.
Di Borsellino ho sempre ammirato l´intelligenza e la capacità di lottare senza risparmio, mettendosi continuamente in gioco, non solo contro lo specifico mafioso (organizzazione e complicità), ma anche contro le sottovalutazioni, le distrazioni, le ipocrisie e le viltà che da sempre rafforzano la mafia. Praticando l´ambiguità e il compromesso - o fingendo di non vederli - si campa meglio. Ma è proprio questo modo di campare che Borsellino non ha mai voluto accettare. La nomina a procuratore di Marsala l´aveva esposto all´ingiuria di "professionista dell´antimafia" (scagliatagli addosso, incredibile ma vero, nientemeno che da Sciascia…). Invece di starsene quieto, Borsellino non esitò un solo momento quando si trattò di denunziare il "calo di tensione" che stava inceppando l´azione di contrasto della mafia. Ancor più forte fu la sua denunzia sui rischi della frammentazione delle inchieste giudiziarie e del conseguente blocco delle indagini di mafia che Meli (successore di Caponnetto alla guida del pool di Palermo) stava di fatto attuando, demolendo il metodo di lavoro che aveva consentito di realizzare il capolavoro del maxiprocesso. Uno scempio giudiziario contro il quale Borsellino insorse, finendo - come indiziato di illecito disciplinare! – davanti a un Consiglio superiore della magistratura più vittima inconsapevole di quella sindrome dello "scimmione della razza dei Gorilla" che spedì Pinocchio in prigione (perché era stato derubato…), che non difensore del pool di Palermo contro i gravi attacchi che gli venivano vergognosamente portati.
Borsellino ebbe sempre il coraggio della coerenza. Anche quando fu tra i primi firmatari di un documento di critica dell´originario progetto di Procura nazionale antimafia (poi radicalmente riscritto) che Falcone aveva elaborato col ministro Martelli. Anche quando, dopo la morte di Falcone, denunziò con forza i "giuda" che l´avevano tradito. E anche quando, pochi giorni prima della sua morte, rilasciò (parlando di possibili intrecci d´affari fra mafia e noti personaggi "insospettabili") un´esplosiva intervista. Era la stessa coerenza che l´aveva portato a dire, in occasione dell´incriminazione di un importante uomo politico: "Mi tremano le vene ai polsi al pensiero della bufera di polemiche che ci investirà, ma è il nostro dovere, non possiamo tiraci indietro". Gli ammiccamenti verso una legalità doppia e diseguale non gli appartenevano. Come non appartengono a chiunque voglia rifarsi, ancora oggi, al suo insegnamento.
Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli

Gian Carlo Caselli (Alessandria, 1939) è stato giudice istruttore a Torino dove, per un decennio, ha condotto le inchieste sulle Brigate rosse e Prima linea. Dal 1993 al 1999 ha guidato la Procura della Repubblica di Palermo. È stato direttore generale del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Dal marzo 2001 è stato il rappresentante italiano a Bruxelles nell’organizzazione comunitaria Eurojust contro la criminalità organizzata. Nel 2013 ha lasciato l’attività di magistrato, raggiunta l’età della pensione. Con Feltrinelli ha pubblicato L’eredità scomoda. Da Falcone ad Andreotti. Sette anni a Palermo (con Antonio Ingroia; 2001).

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