L’estate è una costellazione dell'anima. Ognuno ne ha tante o ne ha una sola. Io ne ho avute due: quelle senza barca e quelle con la barca. Nel mezzo c'è l'estate passata a casa con mia madre ad aiutarla nei lavori domestici e ad arrostirmi sul balcone fino a sudare come una fontana. Se scavo dentro la memoria non c'è nessuna estate che si staglia sulle altre, ma cicli di vita che si sono susseguiti scandendo epoche ed età che vivevano e morivano dentro il corpo. Dentro la memoria.
All'inizio, quando eravamo piccolini, noi tre fratelli passavamo l'estate a Napoli. La mattina venivamo portati sulla spiaggia di Miliscola o di Miseno dove restavamo a mollo dentro l'acqua, fino a che la punta delle dita diventava bianca, spampanata, tutta solcata di piccoli canali. E le madri a chiamarci: "Salite! Non vedete che vi siete ridotti a baccalà?" Per noi quel salire era una caduta, di cui ci consolavamo costruendo con sabbia fine come seta enormi castelli pieni di rametti e di conchiglie o piste lunghissime e tortuose in cui lanciavamo le biglie di vetro colorate. Ho un sacco di fotografie di quelle estati. Ritraggono una bambina con un costumino a due pezzi, anche se seno non ne ha, tre bambini che scavano la sabbia in riva al mare, due bambini che mangiano un gelato a un tavolino. Eravamo noi quei bambini. Poi uno dei bambini è morto. Non era più un bambino. Era passato nel mezzo il tempo dell'adolescenza con i bagni a Villa Beck, sulle rocce di tufo dove si faceva a gara a chi faceva i tuffi più vigorosi e io, i tuffi, non li sapevo fare. Allora spesso mi stufavo di quelle gare di bravura e preferivo restarmene con mia madre in casa e aiutarla a preparare la parmigiana di melanzane e i peperoni imbottiti. È stato allora che ho imparato a cucinare.
Mi stendevo sul letto quando ero stanca e guardavo il mio corpo che cresceva, le gambe che si allungavano, le dita con un anellino con tante pietrine verdi false. Era il mio mare addomesticato. In questo primo mare della spiaggia, del tufo e della casa, non c'era mai una barca. Noi non ce l'avevamo. Nessuno degli amici ce l'aveva. Il mare si guardava dalla terra ed era placido, privo di avventura.
Ma lì, nella sabbia di Miseno e Miliscola e dentro il tufo, ho sentito risuonare da una distanza più remota una voce che già avevo conosciuta e che ancora canta nelle canne e dentro la mia mente. È la voce della Sibilla Cumana che aveva chiesto ad Apollo di essere immortale ma aveva dimenticato di chiedere che i suoi fossero anni di eterna giovinezza. E così Sibilla invecchiava eternamente . Stanca di questa eternità continua ancora a rispondere al Dio che le chiede "Cosa vuoi?" Voglio morire.
Nelle canne, nel tufo, nella sabbia che si sparge nel vento della zona flegrea ho formato i piedi ed il respiro con i quali ho affrontato la seconda estate: quella con la barca.
Morti l'infanzia, l'adolescenza e quel bambino della fotografia che raccoglieva sabbia insieme a noi fratelli, la nave della vita ha virato verso l'altra parte del golfo, verso la costiera amalfitana, dove avevano la casa dell'estate gli amici che nel frattempo avevo conosciuto. Nulla restava delle vecchie estati. La nostra vita pareva in preda al vento. Chiunque avrebbe potuto portarci dove voleva. Io fui portata nelle case e nelle barche che affollano i porticcioli della penisola sorrentina.
Un'amica mi portò per la prima volta in barca. Mi insegnò a tenere il timone, ad accendere il motore, ad affrontare le onde di traverso e non di fianco: "Altrimenti la barca si rovescia". Stavo in piedi con la barra del timone in mano e mi risuonavano alle orecchie le parole di Starbuck ad Achab: "O capitano, mio capitano…" Mi sembrava di fendere il mondo con ali d'acciao in mezzo a quelle rupi di Ieranto e Nerano e Mitigliano che si gettavano a strapiombo dentro l'acqua. Ero uscita dalla pozzanghera domestica e finalmente affrontavo il mare. La terra la guardavo da lontano. Erano estati belle felici piene di uva vino e amori, quando dalle terrazze nella sera, guardando il mare limpido e lucente, sembrava che tutta la vita potesse esser navigata. Quel mare, quelle terrazze, quelle barche mi levarono dalle spalle il peso della morte. Il peso leggero di quel bambino che non c'era più.
Solo molti anni dopo ho ritrovato la mia sola estate. Ho aperto un cassetto e, sfogliando tra fotografie, ho rivisto mia madre sulla spiaggia di Bagnoli. Napoli era stata da poco liberata dagli Americani. Lei è una donna alta bionda e bella, come una normanna. È circondata da qualcuno. O è sola. Spesso, sullo sfondo, ci sono dei soldati. Ora, dalla carta ingiallita, lei mi guarda. Poso mia madre sopra un tavolo e vedo una bambina in piedi sulla stessa spiaggia in cui sua madre è stata. È molto piccola. Non è ancora andata nella sabbia di Miliscola e di Miseno. Di me non c'è fotografia, se non quella impressa dentro. Nella mente. Da quella spiaggia, sotto la casa della nonna, si lanciava nel mare, come una saetta, il pontile che portava alla fabbrica i carichi d'acciaio.
Tutta la casa era impregnata di ruggine e salsedine, stretta com'era tra il mare e l'Italsider. In mezzo c'era una piazza con una palma al centro che piegava al vento le sue foglie alate. E c'era un balcone dove, nei pomeriggi dell'estate, mia madre e sua madre si sedevano a parlare o solo a guardare la gente. Da lì vedevamo all'improvviso il cielo esplodere di rosso nella sera, quando, nel corpo di balena della fabbrica, veniva colato l'acciaio fuso.
A noi bambini veniva raccontato che agli operai era dato latte per disintossicarsi dalle inalazioni ferrose. E noi vedevamo bianco latte e rosso fuoco fondersi in un'unica visione. Stavamo sotto un cielo senza stelle, ottenebrato da vampe di calore, vicino quasi al nero. E si faceva l'ora di tornare a casa. Mia madre si alzava dalla sedia sul balcone. Salutava la nonna che baciava noi bambini. A me non piaceva l'odore della nonna e le sue guance molli e non credo di aver mai dormito a casa sua.
L’estate entrata dentro i miei passi, dentro il mio respiro, è quella che quasi non ricordo o che non mi appartiene. È l' estate di mia madre sulla spiaggia di Bagnoli. È l'estate di una bambina tenuta per mano dallo zio che guarda il lungo pontile che si avventa dentro il mare. La mia estate non è una stagione. È un luogo. È un patto tra la fabbrica la spiaggia il mare e la bambina. L'estate è rimasta lì, scolpita. Bianca come una dea di latte e ferrosa come la fabbrica di fuoco. Immobile dentro le stagioni che corrono veloci, feroci, e fanno fuggire, estate dopo estate, tutte le estati della vita.
Se sono felice, ancora oggi, poso la testa sopra un cuscino come se fossi sopra quella spiaggia dove l'estate non finisce mai. Ai bambini il Dio chiede "Cosa vuoi?". Tutte le estati. Da qui all'eternità. Poi scappano. Dissolti nello spazio, nel tempo, nella vita. Ma se si guarda bene, per un istante lo si vede quel patto che l'estate stringe per sempre tra un luogo ed un bambino. Gli brilla sulla testa, tra i capelli. È un lampo di ferro, di sole. Un vibrare d'aria o d'acqua. Qualcosa che solo gli Dèi possono toccare, perché, come l'estate, i bambini sono fuori della propria morte. Sono "allegri innocenti e senza cuore".
Marosia Castaldi

Marosia Castaldi

Marosia Castaldi è artista e scrittrice. Tra le sue opere i racconti Abbastanza prossimo (Tam Tam, 1986), Casa idiota (Tringale, 1990), Piccoli paesaggi (Anterem, 1993); i romanzi La montagna (Campanotto, 1991), Ritratto di Dora (Loggia de’ Lanzi, 1994), Fermata Km. 501 (Tranchida, 1997); il saggio La casa del Caos (in “Punteggiature”, Holden Maps, Bur, 2001); le prose In mare aperto (Portofranco, 2001) e il più recente La fame delle donne (Manni, 2012). Per Feltrinelli ha pubblicato Per quante vite (1999), Che chiamiamo anima (2002), Dava fine alla tremenda notte (2004), Dentro le mie mani le tue (2007) e, nella collana digitale Zoom, Paesaggio della stanza (2012) e Vecchi amanti a Milano (2013).

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