La Fiorentina rischia di morire per davvero, e con lei un pezzo antico e importante dello sport italiano. Appena ieri giocava in Champions League, oggi attende dall' amministratore giudiziario il decreto di estinzione e se vorrà risorgere dovrà spargere le sue ceneri su qualche campetto del calcio dilettantistico. In genere, nel calcio italiano, questi collassi finanziari imboccano indulgenti trafile fatte di proroghe, aggiustamenti, condoni e rattoppi. E forse è proprio quest' abitudine al rinvio, al "poi si vedrà", a rendere drammatica e inattesa la vera e propria resa dei conti di questi giorni. Si pensa sempre, dentro al mondo del calcio e tra i tifosi, che esistano comunque margini per salvare capra e cavoli. Che nessuna malattia possa essere veramente esiziale, tali e tante sono la solennità e l' inerzia del rito popolare più partecipato d' Italia. Neppure la trasformazione dello sport in business e delle società in imprese economiche, neppure la quotazione in Borsa è mai sembrata in grado di spodestare definitivamente l' immagine giocosa e rituale del calcio: dire Fiorentina, o Inter, o Napoli, o Genoa, significa, per l' opinione pubblica, indicare gli attori inamovibili di uno spettacolo sempre uguale, nel quale è inconcepibile che il copione possa essere modificato o il cast decurtato a causa di fattori pur sempre "esterni" alla logica del campo, quale quello economico-legale. Perfino lo scandalo del calcio-scommesse, ormai più di vent' anni fa, legava la sua logica viziosa al risultato delle partite, il trucco e il dolo rotolavano insieme al pallone. Ma tant' è: quella trasformazione da sport in business, quello snaturamento, ci sono stati. E se sono serviti, in una prima fase, a gonfiare in maniera spropositata gli investimenti e le ambizioni, anche sportive, è inevitabile che anche i contraccolpi e le cadute di una pessima gestione (come quella di Cecchi Gori) presentino il conto: non si può pretendere di giocare all' imprenditore sportivo godendo i frutti e dimenticando i rischi. Ora la chiacchiera calcistica, soprattutto fuori Firenze, può anche concedersi qualche amenità sul conto di Cecchi Gori, che dopo avere ceduto Adriano (il giocatore brasiliano) pare tenti il bis liberandosi di Adriano (il cinema romano). Resta la desolante prospettiva di veder scomparire una squadra per ragioni totalmente extrasportive, capro espiatorio di una megalomania collettiva che ha portato a svenare le società e vuotare le casse pur di simulare una grandeur dai piedi d' argilla. Lunedì Firenze rischia di svegliarsi senza la sua squadra di calcio. Che non sarà l' equivalente dell' onore cittadino, ma insomma, è pur sempre un pezzo pregiato dell' identità di una città. Il Franchi chiuso per lutto, la Fiesole deserta sarebbero, nel caso, un significativo e triste monumento all' insipienza umana.
Michele Serra

Michele Serra

Michele Serra Errante è nato a Roma nel 1954 ed è cresciuto a Milano. Ha cominciato a scrivere a vent’anni e non ha mai fatto altro per guadagnarsi da vivere. Scrive su “la Repubblica” e “L’Espresso”. Scrive per il teatro e ha scritto per la televisione. Ha fondato e diretto il settimanale satirico “Cuore”. Per Feltrinelli ha pubblicato, tra l’altro, Il nuovo che avanza (1989), Poetastro (1993), Il ragazzo mucca (1997), Canzoni politiche (2000), Cerimonie (2002), Gli sdraiati (2013), Ognuno potrebbe (2015), Il grande libro delle Amache (2017), La sinistra e altre parole strane (2017) e Le cose che bruciano (2019).

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